Archivio mensile:febbraio 2013

Sentieri senza guard-rail

Nel post precedente ho analizzato il senso soggettivo della fluidità della conoscenza, cioè il modo in cui l’ipersemiosi trasforma la produzione di senso e i processi comunicativi nella società: i soggetti istituzionali e le gerarchie epistemiche tradizionali si stanno disgregando in una democrazia con le caratteristiche di uno small-world network.

La fluidificazione della conoscenza ha però un impatto ancora più evidente in senso oggettivo, cioè nel corpus dell’enciclopedia: qui l’effetto dell’ipersemiosi introdotta dalla Rete è l’effettiva, concreta destrutturazione dei contenuti del sapere. Effettiva e concreta, perché, come ho già detto dei precedenti post, la conoscenza-cultura-enciclopedia è ed è sempre stata essenzialmente reticolare.

La natura disgregatrice della rete e l’imponente fenomeno della parcellizzazione dei contenuti, da tempo sotto gli occhi di tutti, sono dovuti alla sua natura fondamentalmente ipertestuale. Una natura che è stata teorizzata ben prima del diffondersi del Web: da Vannevar Bush e da Ted Nelson a livello di progetto tecnologico, da Roland Barthes a livello di teoria letteraria e, in un ambito filosofico più generale, da Jacques Derrida e da Gilles Deleuze e Felix Guattari col concetto di rizoma. Questa quasi profetica “convergenza” tra aspetti teorici e progetti tecnologici è stata ben esplorata da George Landow in Ipertesto. Il futuro della scrittura, un libro uscito oltre vent’anni fa che contiene molte delle idee sui limiti del medium libro e i pregi del medium rete di cui parla Weinberger (anche se in Landow manca del tutto l’aspetto sociale della conoscenza in rete, che rappresenta un tema fondamentale de La stanza intelligente).

In particolare Landow vede in Derrida il più acuto teorico della fine del libro: “La fine della scrittura lineare è esattamente la fine del libro”, scriveva il filosofo francese nel 1967 (De la Grammatologie). E nelle opere successive insisterà sul concetto di straripamento (débordement) dai confini del testo e sulla dissoluzione della sua unità come corpus. Anche se quello di Weinberger non è un libro di filosofia, sorprende che, dopo aver dichiarato che il web è una conferma del postmodernismo di Derrida, non vi faccia alcun riferimento quando tratta il tema della grande mutazione del Libro.

Weinberger affronta questo tema analizzando la “forma lunga” del libro e mettendola a confronto con la “forma-web”. Abbiamo già visto che la differenza più importante tra il Libro e la Rete è nel modo di filtrare la conoscenza. Qui però lo scopo è chiarire come funziona il ragionamento in forma lunga del medium libro per capire cosa perdiamo in seguito alla fluidificazione introdotta dalla Rete. La tesi principale è questa:

il sapere tradizionale è stato un parto casuale della carta”. Il medium libro “presenta vantaggi straordinari, ma ha anche delle caratteristiche che involontariamente hanno limitato e plasmato la conoscenza. (…) Pensare che la conoscenza sia strutturata in forma di libro è come stupirsi che un sasso stia così bene nella sua buca in terra”.

I limiti del medium libro sono la sua chiusura, cioè la definitività fisica che induce anche una definitività concettuale, la sua sequenzialità rigidamente stabilita e gerarchizzata; la compressione delle idee in “sentieri lunghi e stretti” e la concezione della conoscenza come un’impresa personale e solitaria.

In realtà la forma della conoscenza non esiste, perché, come dimostra la rete, la conoscenza non ha confini e non sta mai ferma. E “il pensiero non è mai personale. Né dovrebbe esserlo”.

Abbiamo già visto che questa tesi non è affatto rivoluzionaria: la conoscenza-cultura-enciclopedia è da sempre un reticolo rizomatico. Lo riconosce in fondo anche Weinberger, quando descrive “la vita del sapere dopo che è stato deposto dal suo scaffale” e immesso nella rete:

Viene citato a sproposito, degradato, migliorato, incorporato, fatto circolare attraverso migliaia di incomprensioni e assimilato fino a che non è reso invisibile. È sempre stato così. Oggi possiamo vederlo in presa diretta.

La presa diretta è appunto l’ipersemiosi: la manifestazione concreta, socialmente evidente ed effettiva, della natura reticolare del sapere. Il suo effetto più vistoso, come abbiamo visto, è la desautorazione delle mediazioni culturali, compresa l’erosione dell’autorialità.

Alla fine, la differenza sostanziale tra la forma-libro e la (non) forma-web ci riporta al ruolo dell’autorità epistemica, che è anche il cuore del concetto di filtro. La forma-web infatti “cambia la natura delle autorità”: non ci sono più “punti fermi” stabili e definitivi, perché “la catena dell’autorità non ha fine”. “L’autorità viene semmai definita in termini più funzionali” come “la pagina in cui decidiamo di non cliccare alcun link”.

Weinberger sta ben attento a non cadere nel “tecno-determinismo secondo cui la tecnologia ha solo un risultato”. Perciò non sostiene affatto che dobbiamo rinunciare alla forma lunga e ai suoi pregi; ci invita invece ad imparare a usare meglio la rete perché “oggi il sapere è la ragnatela informe di connessioni al cui interno vivono le espressioni delle idee”.

La sua scelta di campo comunque è dichiarata: dato che gli apocalittici come Jonathan Carr hanno già molto insistito sui valori della conoscenza tradizionale che rischiamo di perdere, preferisce argomentare da integrato, a favore della non-forma-web, perché “il networking della conoscenza potrebbe insegnarci che tutto il mondo assomiglia più a una ragnatela informe, aggrovigliata e incontrollabile, che a un’argomentazione ragionata”.

Tuttavia in questa positiva difesa del nuovo, la sua fede postmodernista rischia di sottovalutare il ruolo del vecchio.

È indubbiamente vero che “le opere in forma lunga (…) fanno ordine nel guazzabuglio di idee che vogliono chiarire, ma imponendo una disciplina che tiene lo sguardo del lettore fisso sul percorso che traccia l’autore”. Tuttavia credo sia importante ribadire che i sentieri e la disciplina (che troviamo nei buoni testi in forma lunga) sono la mappa faticosamente elaborata da esploratori che hanno navigato in quei territori della semiosi. Per un lettore avveduto non dovrebbe mai essere un’imposizione, ma un ausilio per l’orientamento, benché provvisorio e aperto a modifiche e integrazioni.

Per questo, i testi lunghi, le porzioni di semiosi gerarchicamente organizzate (le strutture arborescenti o dizionariali all’interno del rizoma), non sono una zavorra che impedisce la libertà e la creatività del pensiero, ma i preziosi grumi della conoscenza fluida, che rendono più solida la grande ragnatela della cultura pur consentendole tutta la plasticità necessaria.

Una volta compreso che non sono infrastrutture definitive e immutabili, possono essere usate nel modo più naturale, come sentieri battuti, ben segnati e sempre percorribili da chiunque lo voglia, ma senza più guard-rail. Da quei sentieri si può uscire in ogni punto e tracciare nuovi percorsi tra le illimitate connessioni della rete. Oggi è molto più facile farlo. Ma è saggio non cancellare i sentieri. E non  buttar via le mappe.

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Lo Small-World della Ragione e la difficile democrazia della reputazione

Nell’ultimo post ho sostenuto che il networking della conoscenza di Weinberger può essere visto come una fluidificazione della conoscenza: l’ipersemiosi tende a trasformare la cultura in un grande, fluido ipertesto a cui contribuisce l’intera società. Fluido, non liquido; perché la metafora della liquidità (resa famosa in sociologia da Bauman) in questo caso è troppo imprecisa: nell’acqua c’è un continuo sfarfallamento di molecole tutte uguali; qui invece è meglio pensare a un fluido gelatinoso, pieno di grumi, come quello da cui cui è composta la materia vivente.

La conoscenza è fluida in due sensi: un senso soggettivo, che fa riferimento al carattere fondamentalmente sociale del networking della conoscenza; e un senso oggettivo, che fa riferimento alla destrutturazione dei contenuti del sapere della conoscenza-in-rete (di cui parlerò nel prossimo post).

La fluidità in senso soggettivo corrisponde al carattere “grumoso” della rete evidenziato anche da Weinberger (vedi Post 2). La rete è fatta di “miliardi di sottoreti”, “grumi di persone, pagine e strumenti che le conferiscono gran parte del suo valore come luogo di informazione, comunicazione e socializzazione”. Questo carattere grumoso del Web non è un caso, ma un’importante caratteristica di molti fenomeni reticolari.

Come ha mostrato Mark Granovetter (“The Strength of Weak Ties”, 1973) la nostra società è una rete formata da tanti gruppi, piccoli cluster fittamente interconnessi, collegati l’uno all’altro da pochissimi legami deboli, stabilitisi tra persone che appartengono a diverse cerchie di amici: sono questi legami deboli a rendere possibile il famoso fenomeno dei sei gradi di separazione. Watts e Strogatz (“Collective dynamics of ‘small-world’ networks“,1998) hanno scoperto che questa struttura a small-world è la caratteristica topologica fondamentale delle reti complesse. Albert-Laszlo Barabasi (“Emergence of scaling in random networks”, 1999) ha mostrato che è anche la struttura del Web, nel quale i link tra i nodi non sono distribuiti casualmente ma tendono a concentrarsi in nodi ad altissima connettività, detti hub, il cui grado di distribuzione segue una legge di potenza. Questo fenomeno di clustering è fondamentale per la robustezza della rete. Nella società gli hub corrispondono a quelli che Malcolm Gladwell (Il punto critico, 2000) ha definito connettori. (La storia affascinante della ricerca sulle reti è in Barabasi, Link. La scienza delle reti, 2004)

Clay Shirky, nel suo bel libro sulle potenzialità auto-organizzative della società in rete (Uno per uno, tutti per tutti. Il potere di organizzare senza organizzazione, 2009), sostiene che “le reti basate su piccoli mondi agiscono come amplificatori e filtri dell’informazione” e che questo squilibrio, tipico dei social media “fa crescere i grandi sistemi sociali piuttosto che danneggiarli”.

Dal punto di vista della conoscenza, i grumi sociali della rete sono ambivalenti: sono sicuramente un punto di forza, ma sembrano avere anche effetti negativi. Il punto di forza è la coesione interna, il fatto di condividere una larga base comune, che consente discussioni più proficue e ragionevoli; l’effetto negativo è la tendenza a polarizzare le convinzioni e formare quelle che sono state definite “camere d’eco” (Cass Sunstein) o “bolle” (Eli Pariser).

Secondo Weinberger questa ambivalenza è irriducibilmente connaturata al nuovo modo di conoscere introdotto dalla Rete. In particolare la rete dimostra che “non impareremo mai a discutere tra noi in modo ragionevole, giungendo a conclusioni unitarie. Siamo destinati a dissentire su tutto”. Perciò dobbiamo abbandonare l’idea che, da Socrate ad Habermas, ci ha accompagnato per millenni, secondo la quale “la via verso la verità e la conoscenza passa attraverso incontri aperti e ragionevoli con le persone da cui si dissente”:

L’unico posto dove ritroviamo il tipo di discussioni razionali … è all’interno di una camera d’eco”. E anche se “dobbiamo continuare a trovare il modo di accogliere più diversità” e “guardarci dalle trappole psicologiche delle camere d’eco (…) internet ci mostra che il vecchio ideale del Salotto della Ragione esiste solo all’interno di una città con milioni di altri salotti che ci sembrano sbagliati (…) questa frammentazione è proprio ciò che l’Età della ragione pensava potessimo superare. Oggi però abbiamo prove sufficienti per dire che non è così. E questa prova è la rete stessa”.

Qui è evidente l’infuenza di Derrida e del postmodernismo. Ma, come ho già accennato nel Post 1, la frammentazione irriducibile delle differenze stride con molte idee dello stesso Weinberger.

A mio avviso, se la rete della conoscenza è una rete small-world, quei milioni di salotti non sono mai compartimenti stagni, “camere d’eco” isolate, perché le proprietà di uno small-world network dipendono dai connettori. (Banalmente anche le grandi testate di informazione, dentro o fuori la rete, sono antidoti alle camere d’eco). Ed è proprio questa la situazione in cui meglio si sviluppa la potenzialità della rete: una rete non molecolare, ma prevalentemente “molare”, fatta di grumi interconnessi. Quindi la conoscenza-in-rete non è un Salotto della Ragione in mezzo a milioni di altri salotti con altre ragioni inevitabilmente incompatibili, ma uno Small World della Ragione, nel quale le dinamiche sono quelle della semiosi, non quelle della deriva: usando concetti presi a prestito da Peirce (ma senza alcun intento filologico), i grumi infatti possono essere descritti in termini habit; e i connettori come persone e idee che svolgono la funziona di interpretanti.

Un habit è un punto d’arresto, provvisorio e congetturale, della semiosi (cioè del processo potenzialmente infinito di intepretazione). Ma possiamo anche intenderlo come un ambito di credenze socialmente condivise e sufficientemente stabili da permettere di approfondire la conoscenza su quella base comune. In questo senso possiamo considerare gli habits come le controparti epistemiche degli small-worlds. Gli habits sono sempre soggetti a revisioni, perché, come gli small-world non sono ermeticamente chiusi: è sempre possibile che un interpretante funga da connettore e li apra al processo di semiosi illimitata. L’interpretante è un’idea che attraversa i confini, è essenzialmente un traduttore, proprio come il connettore: traduce una “micro-cultura” in un’altra, mette in contatto i grumi, porta qualcosa di nuovo.

Un gruppo omogeneo, come scrive Shirky, ha un alto capitale sociale di bonding, cioè fitte connessioni interne e fiducia reciproca; ma ha bisogno anche di un capitale di bridging, cioè di far crescere i link tra gruppi eterogenei:

Probabilmente l’aspetto più significativo dei nuovi strumenti sta nell’accresciuta influenza dei connettori. La coesione di una grande rete sociale dipende più dall’aumento di link dei connettori che dall’aumento dei numero di link del membro medio.

Come ha dimostrato il sociologo Ronald Burt (“The Social Origins of Good Ideas”, 2002) è il bridging che porta buone idee: la maggior parte delle buone idee arriva da persone che coprono “buchi strutturali”.

Tra apertura e chiusura c’è una delicata dialettica che è fondamentale anche per l’intelligenza collettiva (vedi Post 2) analizzata da Surowiecki:

L’ideale sarebbe che gli individui si specializzassero e acquisissero delle competenze locali … ma che al tempo stesso potessero unire questo competenze e le loro informazioni private in un unico insieme collettivo. Google funziona così. (…) un sistema decentrato produrrà risultati veramente intelligenti solo se esiste un meccanismo che consente di riunire le informazioni di tutti. 

Weinberger sa bene tutto questo: infatti un intero capitolo de La stanza intelligente è dedicato all’importanza e ai limiti della diversità, ed elenca pragmaticamente le tattiche utili per valorizzarne gli aspetti positivi e ridurne quelli negativi. In sintesi:

C’è un giusto grado di diversità”, che “dipende in modo cruciale dal contesto”; “Non ogni diversità è uguale”: la diversità utile, creativa deve riguardare “visioni (prospettive) diverse del mondo e tecniche (euristiche) differenti per affrontare i problemi”; “la diversità funziona meglio quando ci sono degli obiettivi condivisi”; ci vogliono dei moderatori umani perché “non esiste una quantità giusta e prefissata di diversità”; è importante “consentire alla discussione di biforcarsi” (cioè quando le contrapposizioni diventano troppo forti, creare un altro gruppo di dialogo).

Weinberger fa notare che tutte queste tattiche sono approcci riduttivi, che hanno controindicazioni. La più grave è il già ricordato fenomeno delle camere d’eco in Rete, che non solo ostacola il confronto, ma contribuisce a polarizzare le posizioni (cfr. anche Ethan Zuckerman). Insomma, secondo Weinberger la Rete dimostra che la fiducia illuministica in una “sfera pubblica” della Ragione è un’utopia. Non possiamo superare la frammentazione.

Temo che Weinberger razzoli bene, ma predichi male: fa una saggia professione di realismo quando descrive la Rete come una cacofonia di disaccordi anche radicali; ma sbaglia a interpretare tutto questo come una conferma delle idee di Derrida. Il fatto che nella realtà ci sia sempre attrito non ci ha impedito di scoprire le leggi fondamentali del moto e di usarle quotidianamente.

Bisogna tuttavia riconoscere che il pensiero postmoderno coglie un nodo teorico importante: il rapporto tra conoscenza e potere, il potere nascosto nel sapere, cioè il fatto che la conoscenza tradizionale aveva una struttura oligarchica costruita su evidenti rapporti di autorità. La rete ha certamente contribuito a eroderne le strutture. E questo offre un buon motivo per sostenere, come fa Weinberger, che internet dimostra “che i modernisti avevano ragione”.

Da questo punto di vista pensiero postmoderno e conoscenza-in-rete potrebbero sembrare la fase giacobina di una Rivoluzione francese del sapere: una democrazia radicale delle opinioni abbatte il vecchio status quo dei privilegi epistemici al motto di “Anything goes” (copyright Paul Feyerabend).

In questo modo si rischia però di identificare la deriva decostruzionista con una deriva anarchica. La conoscenza fluida non è tale perché è libera da gerarchie di autorità e reputazioni. Anche oggi, alla fine, dobbiamo fidarci di qualcuno o qualcosa: ma il nostro compito è più difficile perché abbiamo la responsabilità di scegliere dove fermarci, a chi/cosa dare fiducia. Per questo oggi fiducia e reputazione sono più importanti che mai. Canoni, autorità e reputazioni non scompaiono, ma si trasformano: tendono a distribuirsi in maniera non uniforme (probabilmente secondo leggi di potenza) e soprattutto in maniera sempre meno stabile.

L’effetto di questa trasformazione equivale a maggiore complessità. La conoscenza-in-rete, come la democrazia, è più complessa della vecchia oligarchia culturale: il potere non è più fossilizzato e concentrato com’era un tempo, ma si disperde in una miriade di grumi. Oggi è un potere più diffuso, continuamente revocabile e modificabile; in una parola: fluido.

Weinberger coglie un punto importante sul nuovo paesaggio dell’autorevolezza e della reputazione: il ruolo decisivo dei metadati come indici di autorevolezza:

in un ambiente di pubblicazioni abbondanti e senza permessi, i metadati (informazioni sulle informazioni) diventano più importanti che mai. (…) in rete abbiamo bisogno di più metadati sull’autorevolezza delle opere di quante le istituzioni accreditate ne possano fornire.

Imparare a usare filtri e metadati è il compito fondamentale che ci aspetta. La nuova alfabetizzazione, come insegna Howard Rheinold, oggi passa da qui. In fondo non è altro che il buon vecchio “crap detector” di Hemingway, il “sensore di boiate” (come lo traduce Luca De Biase, che cita le regole pratiche proposte da Rheingold).

La conoscenza nell’era dell’ipersemiosi ha bisogno non di uno, ma di molti “sensori di boiate”. Ne abbiamo già alcuni, sia algoritmici, sia sociali. Altri ne arriveranno. Dobbiamo imparare a usarli. E insegnare a tutti come usarli al meglio.