Lo Small-World della Ragione e la difficile democrazia della reputazione

Nell’ultimo post ho sostenuto che il networking della conoscenza di Weinberger può essere visto come una fluidificazione della conoscenza: l’ipersemiosi tende a trasformare la cultura in un grande, fluido ipertesto a cui contribuisce l’intera società. Fluido, non liquido; perché la metafora della liquidità (resa famosa in sociologia da Bauman) in questo caso è troppo imprecisa: nell’acqua c’è un continuo sfarfallamento di molecole tutte uguali; qui invece è meglio pensare a un fluido gelatinoso, pieno di grumi, come quello da cui cui è composta la materia vivente.

La conoscenza è fluida in due sensi: un senso soggettivo, che fa riferimento al carattere fondamentalmente sociale del networking della conoscenza; e un senso oggettivo, che fa riferimento alla destrutturazione dei contenuti del sapere della conoscenza-in-rete (di cui parlerò nel prossimo post).

La fluidità in senso soggettivo corrisponde al carattere “grumoso” della rete evidenziato anche da Weinberger (vedi Post 2). La rete è fatta di “miliardi di sottoreti”, “grumi di persone, pagine e strumenti che le conferiscono gran parte del suo valore come luogo di informazione, comunicazione e socializzazione”. Questo carattere grumoso del Web non è un caso, ma un’importante caratteristica di molti fenomeni reticolari.

Come ha mostrato Mark Granovetter (“The Strength of Weak Ties”, 1973) la nostra società è una rete formata da tanti gruppi, piccoli cluster fittamente interconnessi, collegati l’uno all’altro da pochissimi legami deboli, stabilitisi tra persone che appartengono a diverse cerchie di amici: sono questi legami deboli a rendere possibile il famoso fenomeno dei sei gradi di separazione. Watts e Strogatz (“Collective dynamics of ‘small-world’ networks“,1998) hanno scoperto che questa struttura a small-world è la caratteristica topologica fondamentale delle reti complesse. Albert-Laszlo Barabasi (“Emergence of scaling in random networks”, 1999) ha mostrato che è anche la struttura del Web, nel quale i link tra i nodi non sono distribuiti casualmente ma tendono a concentrarsi in nodi ad altissima connettività, detti hub, il cui grado di distribuzione segue una legge di potenza. Questo fenomeno di clustering è fondamentale per la robustezza della rete. Nella società gli hub corrispondono a quelli che Malcolm Gladwell (Il punto critico, 2000) ha definito connettori. (La storia affascinante della ricerca sulle reti è in Barabasi, Link. La scienza delle reti, 2004)

Clay Shirky, nel suo bel libro sulle potenzialità auto-organizzative della società in rete (Uno per uno, tutti per tutti. Il potere di organizzare senza organizzazione, 2009), sostiene che “le reti basate su piccoli mondi agiscono come amplificatori e filtri dell’informazione” e che questo squilibrio, tipico dei social media “fa crescere i grandi sistemi sociali piuttosto che danneggiarli”.

Dal punto di vista della conoscenza, i grumi sociali della rete sono ambivalenti: sono sicuramente un punto di forza, ma sembrano avere anche effetti negativi. Il punto di forza è la coesione interna, il fatto di condividere una larga base comune, che consente discussioni più proficue e ragionevoli; l’effetto negativo è la tendenza a polarizzare le convinzioni e formare quelle che sono state definite “camere d’eco” (Cass Sunstein) o “bolle” (Eli Pariser).

Secondo Weinberger questa ambivalenza è irriducibilmente connaturata al nuovo modo di conoscere introdotto dalla Rete. In particolare la rete dimostra che “non impareremo mai a discutere tra noi in modo ragionevole, giungendo a conclusioni unitarie. Siamo destinati a dissentire su tutto”. Perciò dobbiamo abbandonare l’idea che, da Socrate ad Habermas, ci ha accompagnato per millenni, secondo la quale “la via verso la verità e la conoscenza passa attraverso incontri aperti e ragionevoli con le persone da cui si dissente”:

L’unico posto dove ritroviamo il tipo di discussioni razionali … è all’interno di una camera d’eco”. E anche se “dobbiamo continuare a trovare il modo di accogliere più diversità” e “guardarci dalle trappole psicologiche delle camere d’eco (…) internet ci mostra che il vecchio ideale del Salotto della Ragione esiste solo all’interno di una città con milioni di altri salotti che ci sembrano sbagliati (…) questa frammentazione è proprio ciò che l’Età della ragione pensava potessimo superare. Oggi però abbiamo prove sufficienti per dire che non è così. E questa prova è la rete stessa”.

Qui è evidente l’infuenza di Derrida e del postmodernismo. Ma, come ho già accennato nel Post 1, la frammentazione irriducibile delle differenze stride con molte idee dello stesso Weinberger.

A mio avviso, se la rete della conoscenza è una rete small-world, quei milioni di salotti non sono mai compartimenti stagni, “camere d’eco” isolate, perché le proprietà di uno small-world network dipendono dai connettori. (Banalmente anche le grandi testate di informazione, dentro o fuori la rete, sono antidoti alle camere d’eco). Ed è proprio questa la situazione in cui meglio si sviluppa la potenzialità della rete: una rete non molecolare, ma prevalentemente “molare”, fatta di grumi interconnessi. Quindi la conoscenza-in-rete non è un Salotto della Ragione in mezzo a milioni di altri salotti con altre ragioni inevitabilmente incompatibili, ma uno Small World della Ragione, nel quale le dinamiche sono quelle della semiosi, non quelle della deriva: usando concetti presi a prestito da Peirce (ma senza alcun intento filologico), i grumi infatti possono essere descritti in termini habit; e i connettori come persone e idee che svolgono la funziona di interpretanti.

Un habit è un punto d’arresto, provvisorio e congetturale, della semiosi (cioè del processo potenzialmente infinito di intepretazione). Ma possiamo anche intenderlo come un ambito di credenze socialmente condivise e sufficientemente stabili da permettere di approfondire la conoscenza su quella base comune. In questo senso possiamo considerare gli habits come le controparti epistemiche degli small-worlds. Gli habits sono sempre soggetti a revisioni, perché, come gli small-world non sono ermeticamente chiusi: è sempre possibile che un interpretante funga da connettore e li apra al processo di semiosi illimitata. L’interpretante è un’idea che attraversa i confini, è essenzialmente un traduttore, proprio come il connettore: traduce una “micro-cultura” in un’altra, mette in contatto i grumi, porta qualcosa di nuovo.

Un gruppo omogeneo, come scrive Shirky, ha un alto capitale sociale di bonding, cioè fitte connessioni interne e fiducia reciproca; ma ha bisogno anche di un capitale di bridging, cioè di far crescere i link tra gruppi eterogenei:

Probabilmente l’aspetto più significativo dei nuovi strumenti sta nell’accresciuta influenza dei connettori. La coesione di una grande rete sociale dipende più dall’aumento di link dei connettori che dall’aumento dei numero di link del membro medio.

Come ha dimostrato il sociologo Ronald Burt (“The Social Origins of Good Ideas”, 2002) è il bridging che porta buone idee: la maggior parte delle buone idee arriva da persone che coprono “buchi strutturali”.

Tra apertura e chiusura c’è una delicata dialettica che è fondamentale anche per l’intelligenza collettiva (vedi Post 2) analizzata da Surowiecki:

L’ideale sarebbe che gli individui si specializzassero e acquisissero delle competenze locali … ma che al tempo stesso potessero unire questo competenze e le loro informazioni private in un unico insieme collettivo. Google funziona così. (…) un sistema decentrato produrrà risultati veramente intelligenti solo se esiste un meccanismo che consente di riunire le informazioni di tutti. 

Weinberger sa bene tutto questo: infatti un intero capitolo de La stanza intelligente è dedicato all’importanza e ai limiti della diversità, ed elenca pragmaticamente le tattiche utili per valorizzarne gli aspetti positivi e ridurne quelli negativi. In sintesi:

C’è un giusto grado di diversità”, che “dipende in modo cruciale dal contesto”; “Non ogni diversità è uguale”: la diversità utile, creativa deve riguardare “visioni (prospettive) diverse del mondo e tecniche (euristiche) differenti per affrontare i problemi”; “la diversità funziona meglio quando ci sono degli obiettivi condivisi”; ci vogliono dei moderatori umani perché “non esiste una quantità giusta e prefissata di diversità”; è importante “consentire alla discussione di biforcarsi” (cioè quando le contrapposizioni diventano troppo forti, creare un altro gruppo di dialogo).

Weinberger fa notare che tutte queste tattiche sono approcci riduttivi, che hanno controindicazioni. La più grave è il già ricordato fenomeno delle camere d’eco in Rete, che non solo ostacola il confronto, ma contribuisce a polarizzare le posizioni (cfr. anche Ethan Zuckerman). Insomma, secondo Weinberger la Rete dimostra che la fiducia illuministica in una “sfera pubblica” della Ragione è un’utopia. Non possiamo superare la frammentazione.

Temo che Weinberger razzoli bene, ma predichi male: fa una saggia professione di realismo quando descrive la Rete come una cacofonia di disaccordi anche radicali; ma sbaglia a interpretare tutto questo come una conferma delle idee di Derrida. Il fatto che nella realtà ci sia sempre attrito non ci ha impedito di scoprire le leggi fondamentali del moto e di usarle quotidianamente.

Bisogna tuttavia riconoscere che il pensiero postmoderno coglie un nodo teorico importante: il rapporto tra conoscenza e potere, il potere nascosto nel sapere, cioè il fatto che la conoscenza tradizionale aveva una struttura oligarchica costruita su evidenti rapporti di autorità. La rete ha certamente contribuito a eroderne le strutture. E questo offre un buon motivo per sostenere, come fa Weinberger, che internet dimostra “che i modernisti avevano ragione”.

Da questo punto di vista pensiero postmoderno e conoscenza-in-rete potrebbero sembrare la fase giacobina di una Rivoluzione francese del sapere: una democrazia radicale delle opinioni abbatte il vecchio status quo dei privilegi epistemici al motto di “Anything goes” (copyright Paul Feyerabend).

In questo modo si rischia però di identificare la deriva decostruzionista con una deriva anarchica. La conoscenza fluida non è tale perché è libera da gerarchie di autorità e reputazioni. Anche oggi, alla fine, dobbiamo fidarci di qualcuno o qualcosa: ma il nostro compito è più difficile perché abbiamo la responsabilità di scegliere dove fermarci, a chi/cosa dare fiducia. Per questo oggi fiducia e reputazione sono più importanti che mai. Canoni, autorità e reputazioni non scompaiono, ma si trasformano: tendono a distribuirsi in maniera non uniforme (probabilmente secondo leggi di potenza) e soprattutto in maniera sempre meno stabile.

L’effetto di questa trasformazione equivale a maggiore complessità. La conoscenza-in-rete, come la democrazia, è più complessa della vecchia oligarchia culturale: il potere non è più fossilizzato e concentrato com’era un tempo, ma si disperde in una miriade di grumi. Oggi è un potere più diffuso, continuamente revocabile e modificabile; in una parola: fluido.

Weinberger coglie un punto importante sul nuovo paesaggio dell’autorevolezza e della reputazione: il ruolo decisivo dei metadati come indici di autorevolezza:

in un ambiente di pubblicazioni abbondanti e senza permessi, i metadati (informazioni sulle informazioni) diventano più importanti che mai. (…) in rete abbiamo bisogno di più metadati sull’autorevolezza delle opere di quante le istituzioni accreditate ne possano fornire.

Imparare a usare filtri e metadati è il compito fondamentale che ci aspetta. La nuova alfabetizzazione, come insegna Howard Rheinold, oggi passa da qui. In fondo non è altro che il buon vecchio “crap detector” di Hemingway, il “sensore di boiate” (come lo traduce Luca De Biase, che cita le regole pratiche proposte da Rheingold).

La conoscenza nell’era dell’ipersemiosi ha bisogno non di uno, ma di molti “sensori di boiate”. Ne abbiamo già alcuni, sia algoritmici, sia sociali. Altri ne arriveranno. Dobbiamo imparare a usarli. E insegnare a tutti come usarli al meglio.

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