Enciclopedico o “fuori cornice”? (2)

Nel post precedente abbiamo visto come l’aura dell’opera d’arte sia oggi spesso solo il packaging intellettuale e sociale che domina l’arte contemporanea, e come questa aura riveli la natura mercantile del nostro mondo. La tesi di Dal Lago e Giordano coglie un punto dolente, e spesso criticato, di questo mondo super-elitario che funziona attraverso un processo di continua ridefinizione dei confini tra ciò che è arte e ciò che non lo è.

Ma se un curatore della Biennale volesse fare a meno di quest’aura mercantile, cosa dovrebbe fare?

978880619385MEDDal Lago e Giordano probabilmente darebbero spazio a quelli che chiamano “artisti senz’aura”, a cominciare dai matti. Oppure all’arte “fuori cornice”, come si intitola il loro libro successivo (Fuori cornice. L’arte oltre l’arte, Einaudi, 2008), che in un certo senso è uno spin-off di Mercanti d’aura. 

Fuori cornice, ad esempio, è l’arte di quegli eccentrici, marginali dilettanti che spendono anni, talvolta una vita intera, per realizzare grandi opere indefinibili. Come Sam Rodia, un italo-americano semianalfabeta e visionario che tra il ’21 e il ’54, in un sobborgo di Los Angeles, costruì delle bizzarre torri con materiali di recupero, le Watts Towers, al solo scopo di “fare qualcosa di grande”.

sam  Watts Towers

Questi outsider dell’arte, secondo Dal Lago e Giordano, sono in un certo senso eroi della libertà estetica: “La vita e l’opera d’un povero muratore campano, emigrato tanto tempo fa a Los Angeles, dimostrano appieno quanto l’impulso ad attraversare i confini sia fecondo per l’arte”. Un impulso che invitano a imitare: “lo sconfinamento è un’esperienza che ci sentiamo di raccomandare a chiunque sia appassionato d’arte al di là delle etichette”.

E Massimiliano Gioni cos’ha fatto? Per dare il titolo alla sua Biennale ha scelto proprio l’opera di un outsider che ricorda molto Sam Rodia. Il Palazzo Enciclopedico è infatti il grande progetto di Marino Auriti, uno sconosciuto italo-americano autodidatta che lavorò per anni, in uno sperduto garage della Pennsylvania, al modello del suo gigantesco museo universale dell’umanità: 136 piani, 700 metri d’altezza, 16 isolati di larghezza alla base (brevettato nel 1955, ma ovviamente mai costruito). Quel modello ora fa da nume tutelare alla sede dell’Arsenale.

Auriti  SAMSUNG CSC

Nella sua introduzione alla Biennale, Gioni lo presenta come il simbolo dei “tentativi di strutturare la conoscenza in sistemi omnicomprensivi” che “oggi, alle prese con il diluvio dell’informazione, ci appaiono ancora più necessari e ancor più disperati.”

Io credo che sia il simbolo sbagliato: questo diluvio non si affronta con un palazzo, ma con una “stanza intelligente” come quella suggerita da Weinberger (chi ha tempo e pazienza può andare a leggersi i miei primi 8 post). E l’immagine più riuscita di cosa significhi affrontare il diluvio di cui parla Gioni è effettivamente presente in questa Biennale, ma è ospitata dal padiglione tedesco e realizzata da Ai Weiwei con 886 antichi sgabelli: si intitola Bang; e mi fa pensare che tutto il nostro sapere e le nostre tradizioni non possano sopravvivere se non contribuendo al Grande Groviglio.

SAMSUNG CSC

Ma non è questo il punto che volevo toccare. Secondo me il Palazzo di Auriti suggerisce, più che il sogno di un impossibile contenitore del sapere universale, l’immagine di un’arte “fuori cornice”, che guarda agli outsider e se ne frega (o cerca di fregarsene) dell’aura dei mercanti; un’arte eterotopica, direbbe Foucault.

Lo conferma anche il modo in cui Gioni ha allestito questa sala: in cerchio, attorno il Palazzo Enciclopedico, c’è una fila di foto con strane sculture che in realtà non sono altro che decine di acconciature nigeriane.

SAMSUNG CSC

Il loro autore, il fotografo J.D. ‘Okhai Ojeikere, da quarant’anni documenta come un etnografo la cultura nigeriana e ha collezionato centinaia di queste effimere sculture, fotografandole per strada, nei negozi, alle feste. “Hairstyles are an art form”, dichiara. “I always wanted to record moments of beauty, moments of knowledge. Art is life. Without art, life would be frozen.”

Dal Lago e Giordano hanno proposto cuochi, artigiani e pittori di ex voto tra i loro “artisti senz’aura”. Gioni e ‘Okhai Ojeikere ci aggiungono i parrucchieri nigeriani.

Un punto di vista decisamente “fuori cornice”. Ma l’aura è svanita? Non credo (non certo per le foto di ‘Okhai Ojeikere, dopo questa Biennale).

Alla Biennale tirava comunque un’aura molto particolare, una specie di anti-aura, con assonanze evidenti alle teorie esposte in Mercanti d’aura e Fuori cornice. Lo dimostra anche l’altra grande sede curata direttamente da Gioni, il padiglione centrale dei Giardini. Là ci aspetta un altro, sorprendente nume tutelare, come vedremo nel prossimo post.

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