L’inconscio, lo Spirito e l’anti-aura (3)

Continuo la mia “recensione anacronistica” sulla Biennale Arte 2013 curata da Massimiliano Gioni. Sempre alla ricerca dell’aura.
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Entro nel padiglione centrale dei Giardini, il cuore della Biennale, e mi trovo in un’ampia sala circolare, immersa nella penombra. Al centro, coperto da una teca di cristallo, un grosso libro riccamente illustrato, come un codice medioevale: sembra un libro sacro. È il famoso Libro Rosso di Carl Gustav Jung, quello originale, miniato dalla mano dell’inventore dell’inconscio collettivo e dei suoi archetipi. Gli fanno corona, in un cerchio magico di luci, le riproduzioni delle pagine più belle: fantasmagorie di colori e immagini archetipiche, realizzate con una precisione e un’abilità da amanuense.

Libro Rosso    SAMSUNG CSC

Jung lo iniziò intorno al 1913, subito dopo la sua rottura con Freud, e per oltre 15 anni vi registrò ciò che trovava scandagliando le profondità dell’inconscio. Il libro rimase segreto per sua volontà ed è stato pubblicato soltanto nel 2009.

Qui l’aura sembra esserci, eccome! Non quella dei mercanti, ma quella del sacro o del magico. Alla faccia di Benjamin, la “reliquia” di Jung sembra voler ripristinare l’antica funzione cultuale dell’arte, la sua autenticità come presenza hic et nunc, come contatto diretto con le oscure potenze creative della psiche primordiale. Ma non è quest’effetto d’aura che merita attenzione: possiamo interpretarlo come un fenomeno di feticismo, molto diffuso anche nel mondo delle merci in cui viviamo, e rimandarlo alle considerazioni di Mercanti d’aura analizzate nei post precedenti. 

Conta invece il fatto che anche Jung, come Auriti, è un ousider dell’arte; in questo caso un grande esploratore del mondo interiore che ha trovato indispensabile usare le immagini nella sua ricerca. Risulta inoltre evidente, a questo punto, anche una doppia anima del progetto di Gioni: dopo l’utopia razionalista del sapere universale (il Palazzo Enciclopedico), la scelta di Jung come nume tutelare introduce il grande tema del rapporto tra arte e inconscio.

Infatti, alzando lo sguardo dal Libro Rosso appare, inquietante come uno spettro, il volto bianco di André Breton (è una maschera-calco realizzata da René Iché).

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Lo spettro di Breton fa la guardia, ad occhi chiusi, sulla soglia che divide il buio dell’inconscio dalla luce della sala successiva. Allestimento elegantemente didascalico: l’inconscio di Jung e l’omaggio al surrealismo che voleva liberare la forza immaginativa dell’inconscio dalle catene della logica.

Ma oltre quella soglia c’è un’altra sorpresa: sulle pareti della grande sala illuminata sono allineate, in tre file regolari, delle tavole nere disegnate con gessi colorati. Sono le lavagne di Rudolf Steiner.

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Ma come?! Dopo Jung e Breton, esploratori dell’inconscio e dell’irrazionale, arriva il mistico-filosofo che ignorò la scoperta di Freud e costruì una scienza dello spirito per condurre l’uomo alla sua essenza più luminosa?

Disegnate negli stessi anni in cui Jung lavorava al suo Libro Rosso, le lavagne, per quanto naif, hanno un loro fascino esoterico. Il profeta dell’antroposofia visualizzava così il mondo del pensare che unisce l’uomo all’universo: con forme dinamiche e fluide, vaghe figure antromorfiche e colorate: diagrammi dello Spirito.

Di Steiner ho letto solo la Filosofia della libertà, ma nella voce antroposofia su Wikipedia trovo il concetto che lega le sue lavagne alla Biennale di Gioni: l’arte è un ponte tra scienza e religione, tra materia e spirito, capace di dar vita a forme di conoscenza superiori. Una conferma dell’idea sottesa alla scelta del Libro Rosso di Jung: l’arte come conoscenza.

Il logo stesso della Biennale sembra uscito da una lavagna di Steiner: l’arte esplora il mondo esterno (frecce gialle) e il mondo interno (frecce azzurre). Oppure, se preferite: attraverso l’arte la mente interagisce col mondo di cui fa parte, incorporandolo e interpretandolo incessantemente.

logo biennale

Jung, Breton, Steiner: arte come pensiero visivo che sopperisce ai limiti del linguaggio e della logica? Di certo, si rafforza l’impressione che l’aura dei mercanti sia stata scacciata da questo tempio dell’arte, nel quale sembrerebbe piuttosto echeggiare un’aura da parapsicologi.

Ma nel tempio, in modo piuttosto irrispettoso di tanta profondità auratica, echeggiano anche suoni bizzari, come di qualcuno che canticchia e borbotta. Nel bel mezzo della sala steineriana del Puro Pensiero, accovacciati per terra in pose chiuse e concentrate, ci sono due giovani: uno si muove a fatica, con piccoli movimenti lenti; l’altro emette una specie di pigolio ritmato con rumori (ricorda lontanamente Bobby McFerrin), e col suo vocalizzo invita il compagno a quella strana danza minimale. Gli atteggiamenti sono umili e introversi, quasi autistici.

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Nessuna interazione con gli spettatori. E nessuna spiegazione. Diversamente da tutte le altre opere in mostra, corredate da titoli, date e ottime schede di presentazione degli artisti, qui non c’è nulla: nessun discorso, nessun appiglio per una costruzione intellettuale dell’aura nel senso di Dal Lago e Giordano. In effetti è impossibile considerarla un’iper-merce artistica. Sembra completamente priva dell’aura criticata in Mercanti d’aura. Questa è l’opera che ha vinto il Leone d’oro.

L’autore, Tino Sehgal, è un giovane anglo-tedesco di origine pakistana che di “aura” ne ha comunque già parecchia: mostra personale al Guggenheim di New York nel 2010, poi al Tate Modern di Londra, tanti premi e partecipazioni alle più importanti rassegne degli ultimi anni. A Venezia era già stato nel 2005 con una performance perfettamente in tema con quanto vado dicendo in questi post: in una sala i guardiani improvvisamente si mettevano a trotterellare cantichiando “This is so contemporary, contemporary, contemporary!”.

Sehgal premiato

Sehgal chiama i suoi lavori “situazioni costruite”: sono fatti esclusivamente di voci, movimenti, interazioni tra persone, senza alcun oggetto o supporto. Infatti richiede espressamente che non siano fotografati e ripresi (ma sul web ci sono). Devono restare solo nella memoria degli spettatori, ancora più effimeri delle acconciature nigeriane esposte all’Arsenale! Una bella analisi della poetica di Sehgal, la trovate in questo pezzo su Doppiozero.

Su Wikipedia ci sono invece dettagli interessanti sul modo in cui queste non-opere entrano nel mercato dell’arte: l’autore le vende descrivendole a voce al responsabile della mostra, di fronte a un notaio e a testimoni; non possono essere documentate in alcun modo; devono durare almeno 6 settimane ininterrottamente (non sono rappresentazioni teatrali); devono coinvolgere solo le persone che Sehgal ha personalmente addestrato. E costano dagli 85 ai 145 mila dollari. Anche l’anti-aura ha un suo mercato (lo racconta bene questo post sulla performance art).

Ma allora l’aura dei mercanti contamina anche le opere che vorrebbero negarla? E cosa c’entrano Jung, Breton e Steiner con questa non-opera anti-auratica premiata col Leone d’oro?

Lo scopriremo nel prossimo post.

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2 pensieri su “L’inconscio, lo Spirito e l’anti-aura (3)

  1. Secessionista

    Trovo particolarmente interessante il legame tra arte ed inconscio. E’ indubbio che esistano forme d’arte chiaramente “commerciali” (penso, ad esempio, all’artista americano Jeff Koons), ma anche in questo caso vedo sempre lo zampino di una forma di inconscio (quello collettivo), che fa da regista ad ogni opera d’arte, di successo o sconosciuta. Forse ciò che intendo diverrà più evidente se parlo di artisti, non necessariamente figurativi, la cui opera arrivò alla celebrità molto dopo la loro morte. Nel mondo della musica, Johann Sebastian Bach, ma gli esempi sono migliaia. A volte, questo porta a definire tali artisti come se fossero troppo “avanti”, senza che sia messa in discussione l’artisticità dei loro lavoro. L’arte, dunque, è un canale di comunicazione tra incoscio e società, piuttosto che tra inconscio ed ego cosciente (poi strumentalizzato da abili uomini d’affari). Anche i tempi e i modi della sua diffusione, per quanto a volte sembrino guidati dal marketing, dipendono invece dallo stesso meccanismo che definisco approssimativamente “inconscio corale”.

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    1. Luigi Bonfante

      Non conosco Jung abbastanza da poter parlare con cognizione di causa di inconscio collettivo. E quindi non so bene che rapporto abbia con l’arte. Forse lo “spirito dei tempi” si può cogliere o anticipare in altri modi, anche casuali. Di sicuro l’inconscio individuale ha un ruolo fondamentale nella produzione e nella fruizione dell’arte. Ma in questo post cercavo solo di capire perché il curatore della Biennale ha scelto il Libro Rosso (e la maschera di Breton e le lavagne di Steiner) come simbolo della sua mostra.

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