Vertigini sull’orlo di un abisso

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese, 1967

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese, 1967

“Ci metto, nei buchi, tutta la mia vita da artista e tu vuoi che in tre parole te li spieghi?” “Buco questa tela, che era alla base di tutte le arti, ed ecco che ho creato una dimensione infinita, un buco che per me è la base di tutta l’arte contemporanea, per chi la vuole capire, sennò continua a dire che l’è un büs, e ciao…”

Per vedere che non è solo un büs, non basta guardare. Bisogna fare un po’ di deepsurfing. (E non accontentarsi del risaputo: “Fontana, quello dei tagli. L’ho visto. Mi piace” oppure “Non mi piace”). Si scopre allora, come dicevo nei post precedenti, che Fontana è arrivato ai buchi e ai tagli mettendo da parte la sua notevole abilità di scultore e un successo raggiunto già a trent’anni; e che quei buchi e quei tagli, sono il distillato di anni di sperimentazioni alla ricerca di un nuovo senso dello spazio. Com’è possibile che al culmine di una vita di lavoro ci sia quello che ci sembra un semplice taglio su una tela – e che così sembrava anche a molti critici ai suoi tempi? Angela Vettese dice che quel taglio è “la sintesi estrema della scultura, ovvero uno spazio cavo ottenuto da un gesto solo” (Vettese, Lucio Fontana. I tagli, Silvana Editoriale, 2003). Ma si potrebbe anche dire che è, allo stesso tempo, una sintesi estrema della pittura astratta, ovvero la nascita del senso ottenuto col segno forse più elementare: l’incisione. (En passant, l’incisione è sicuramente il segno più antico: nello scorso dicembre Nature ha pubblicato la scoperta di un’incisione apparentemente intenzionale su guscio di conchiglia, ad opera di un Homo Erectus, datata oltre 400 mila anni fa. ).

Incisione di Homo Erectus su conchiglia, 400 mila a.c.

Incisione di Homo Erectus su conchiglia, 400 mila a.c.

Partiamo dal titolo: “Concetto spaziale, Attesa”. Fontana cominciò a dare il titolo generico di “Concetto spaziale” alle sue opere già negli anni Quaranta. Nel ’59 quando cominciò il ciclo dei tagli, al titolo generico, aggiunge il titolo specifico “attesa”. “Concetto”, “spaziale” e “attesa”: tre parole fondamentali per capire la poesia di Fontana.

Gran parte dell’arte del Novecento ha una forte componente concettuale: non si può apprezzarla o comprenderla limitandosi a guardarla. Il primo e il più esplicito fu Duchamp, per il quale la pittura doveva aver a che fare con “la materia grigia”, più che con la “retina”. Fontana è estraneo al radicalismo intellettuale di Duchamp, e il fascino visivo di molte sue opere, per quanto ascetico, è innegabile. Eppure anche lui diceva che i suoi “non sono quadri, sono concetti d’arte”; che “l’evoluzione dell’arte è un fatto interiore, filosofico, non è un fatto figurativo”; che il suo taglio apre “una dimensione nuova nell’orientamento delle arti contemporanee”, una “dimensione come volume di idee”.

Ma forse bisogna prendere cum grano salis le teorizzazioni di Fontana. In realtà, per lui i termini di “concetto” e “spazio” facevano riferimento soprattutto alla scienza, da cui traeva forti suggestioni (vedi post precedenti). Nei suoi manifesti teorici sosteneva che le nuove scoperte della scienza avevano portato a una “trasformazione sostanziale del pensiero” e a una nuova visione a cui l’arte doveva ispirarsi, superando scultura e pittura, e realizzando la sintesi di colore, suono e movimento nell’unità dello spazio-tempo. L’idea che lo spazio-tempo della relatività possa essere un nuovo medium per l’arte è affascinante, ma rimane una vaga utopia. A me pare che i suoi tagli, più che superare pittura e scultura, le fondano assieme in un originale ibrido. E che il fascino di queste opere di Fontana stia proprio nel loro essere affascinanti ibridi, non solo di pittura e scultura, ma soprattutto di astrazione e materia, di segno e gesto, di ragione ed emozione.

Astrazione e materia. In Fontana la ricerca dell’astrazione nello spazio si traduce sempre in un gesto concreto sulla materia. Le idee di vuoto e infinito a cui tendono tutti i concetti spaziali, sembrano lottare fisicamente con la materia, qualunque essa sia (tela, argilla, carta, metallo). I graffi, i buchi, i tagli, gli squarci rivelano la materialità delle superfici e aprono in maniera spettacolare alla possibilità di altri piani, infiniti altri piani, oltre quello bidimensionale della tela modernista e quelli dell’illusione prospettiva classica. La tela che si apre e si deforma: una soluzione semplice e rarefatta come nella migliore astrazione, realizzata nel più concreto e materiale dei modi; ancora più ostentato in altre opere di Fontana, nelle quali, ai bordi dello squarcio, la pasta del colore mostra la sua materialità oscena che interrompe bruscamente la piatta bidimensionalità del monocromo.

Concetto spaziale, 1962 (dettaglio)

Concetto spaziale, 1962 (dettaglio)

Segno e gesto. Il taglio non è soltanto apertura, lacuna. Infatti, il nero che s’intravvede nello squarcio (accuratamente preparato da Fontana) è contemporaneamente segno e vuoto, segno che si proietta sulla superficie e dimensione ulteriore. Il taglio è perciò allo stesso tempo presente e assente dalla superficie: è un vuoto che rivela. Dal punto di vista semiotico il taglio è un indizio e come tale ha – e mostra – un rapporto causale con l’oggetto e col gesto che l’ha provocata. È teatrale, ma non nel modo in cui lo è l’action painting, perché in Pollock le tracce del gesto pretendono di funzionare come uno specchio che riflette l’identità dell’artista. Nei tagli di Fontana non si rivela l’inconscio incarnato nei movimenti del corpo. Il suo gesto mette in scena solo se stesso, la sua fisicità materiale, ridotta al grado zero (pugnalata, rasoiata) attraverso un progetto cosciente. Una tela di Fontana non è un teatro onirico da psicanalizzare, ma la scena di un delitto. Quanto sia forte il carattere gestuale delle Attese di Fontana, lo dimostra un esperimento condotto qualche anno fa dall’equipe di Vittorio Gallese, lo scopritore dei neuroni-specchio: l’osservazione dei Tagli provoca l’attivazione della corteccia motoria, le loro riproduzioni puramente pittoriche, no. È come se l’osservatore simulasse nella sua testa il gesto di Fontana.

Concetto spaziale, attese, 1966 (dettaglio)

Concetto spaziale, attese, 1964 (dettaglio)

Ragione ed emozione. Ho sempre pensato che al famoso aforisma di Pascal: “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”, si possa legittimamente contrapporre il suo inverso: “la ragione ha un cuore che il cuore non sente”. Credo che i tagli di Fontana siano una buona dimostrazione dell’intensità emotiva che può avere anche la ricerca razionale dell’astrazione. Ghiaccio bollente: il fascino visivo e teatrale dei tagli di Fontana è in questo ossimoro. Sono passi di tango congelati, eleganti, essenziali, ieratici. Carichi di un’ambiguità sospesa e densa, ben catturata dal titolo “Attese”, che introduce un’atmosfera psicologica e teatrale accanto alla connotazione concettuale-scientifica. Nelle Attese di Fontana non si può non vedere-sentire qualcosa di corporeo, carnale. E non solo perché il singolo taglio verticale evoca il sesso femminile. È innanzitutto la memoria che il gesto congelato porta con sé a riverberare violenza e sensualità, perché il brivido inquietante del taglio è sempre sospeso tra attrazione e paura, come la vertigine sull’orlo di un abisso.

Fontana probabilmente bofonchierebbe che tutta questa psicologia non c’entra! E ribadirebbe che la sua è una ricerca concettuale sullo spazio. Per noi, tuttavia, la forza distillata nei suoi tagli, la loro carica enigmatica si nutre anche di ciò che esula dalle intenzioni esplicite dell’autore. Per questo mi piace riprendere l’immagine del brivido ambiguo del taglio come vertigine sull’orlo dell’abisso. La vertigine, sospensione tra ebbrezza del volo e rischio della morte, è una sensazione eminentemente spaziale, come la sensazione del sublime che ci invade quando guardiamo il cielo notturno. E allora, lo spazio nero a cui apre la ferita sulla tela e attraverso il quale passa “il nulla e l’infinito”, è uno spazio psicologico e filosofico allo stesso tempo. E anche scientifico, se pensiamo alla scienza che esplora i suoi propri confini e quindi lambisce la metafisica, cercando l’origine e il destino del cosmo, il vuoto e la materia, il nulla e l’infinito.

Per questo mistero dell’oltre che attende al di là della tela, le Attese hanno il “fascino dell’incompiuto e dell’infinito che è alla base di ogni percezione estetica”. (Gillo Dorfles, dal catalogo della mostra di Fontana alla Biennale di Venezia del 1966)

Molto prezioso materiale su Lucio Fontana è disponibile sul sito della  Fondazione Lucio Fontana.

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