Pressure without grace

Whiplash è un film bello e sbagliato. E per questo ancora più rischioso per chiunque non abbia la sensibilità per separare la qualità formale dalla concezione di musica, didattica e, in generale, di arte che ne esce. Il cinema è un’arte comunicativa troppo potente per non prendersi la responsabilità dei suoi effetti nella semiosfera.

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Il cattivo maestra addestra la sua recluta all’eccellenza

Il pregio e il difetto di questo film sta nella sua ambiguità: un’ambiguità positiva, che crea una efficacissima tensione drammaturgica con pochissimi elementi; e un’ambiguita ideologica, che senza le dovute attenzioni, potrebbe essere pericolosa.

Whiplash è costruito con solo tre ingredienti: un ragazzo, una batteria e un maestro. Eppure funziona, alla grande. Il giovane regista-autore Damien Chazelle ci ricava emozione, tensione, climax, spettacolo, utilizzando con maestria gli strumenti del buon cinema hollywodiano. Il soggetto potrebbe sembrare una variante estrema, quasi isterica, di un plot alla Saranno famosi. Ma sotto, secondo me, ci sono gli ingredienti ancora più efficaci del classico plot di vendetta (dall’Odissea al Conte di Montecristo a Django Unchained). Una vendetta declinata però in un modo insolito perché il villain è anche il mentore.

La tensione del film cresce infatti attorno all’ambiguità schizoide del maestro, il quale, oscillando dall’una all’altra figura, rilancia continuamente in avanti la storia: quel sadico, disumano sergente dei marines con l’orecchio assoluto e un metronomo infallibile in testa vuole distruggere o forgiare? Il ragazzo si spezzerà o si ribellerà e manderà in malora tutto? Questa ambiguità tensiogena continua fino all’ultimo momento, anche se prima del finale c’è la classica curva da manuale di sceneggiatura: punto di climax, crisi e rilassamento della tensione.

Il maestro – incarnato da un bravo J.K. Simmons, quasi una citazione del sergente Hartman di Full Metal Jacket – ha tutti i requisiti del grande villain: il fascino misterioso dell’animale feroce, momenti di pacatezza dietro i quali si sente covare la violenza, sottile perfidia, gusto nell’umiliare, scoppi di aggressività parossistica. E, come nei film di vendetta, inanella una serie di angherie che caricano come una molla la catarsi finale. Allo stesso tempo ha le caratteristiche del mentore, nella variante dello stregone che impone un rito di iniziazione. L’oscar a Simmons come miglior attore non protagonista deve molto alla forza di questo personaggio.

Anche il secondo ingrediente, la batteria jazz, è efficacissimo sia per la storia che per la sua resa filmica: è lo strumento più fisico, estroverso e spettacolare, perfetto per esaltare un sapiente montaggio basato sul ritmo (non a caso altri due oscar sono andati al montaggio e al mix sonoro). Non solo: è anche quello in cui la musica si avvicina di più all’agonismo dello sport. Salta agli occhi infatti che l’ideale di musica di questo sergente Hartman del jazz è il perfezionismo atletico di chi vuole diventare campione del mondo della sua specialità.

E qui arriviamo al lato ideologicamente rischioso. Nell’unico momento di umana dichiarazione d’intenti, il maestro-sergente rivela che il suo scopo è mettere alla prova nel modo più duro la volontà dell’allievo per tirar fuori un nuovo Charlie Parker, perché, se lo è davvero, “non si lascerebbe mai scoraggiare”. È solo con una disciplina fanatica e una tenacia ascetica che un nuovo Bird potrebbe emergere. Una mentalità che ricorda l’insegnamento orientale delle arti marziali e che ha un suo fondamento anche nella tesi, confermata da ricerche psicologiche, che tenacia e grinta sono fattori determinante per il successo. Questa mentalità è molto diffusa nella cultura americana, così agonistica sotto molti aspetti. Eppure è fuorviante; e non solo perché sembra giustificare mezzi così cruenti come quelli raccontati nel film (l’iperbole e la violenza è utile alla spettacolarizzazione). Ma soprattutto perché sembra suggerire che l’eccellenza dipende solo da volontà e determinazione, quando invece ci sono campi, in particolare quello della musica, in cui le doti naturali hanno un peso altrettanto determinante (lo spiega bene questo articolo su Slate). Sembra inoltre implicare che conta solo chi vince; e che tutti gli altri non ce l’hanno fatta solo per debolezza, per mancanza di volontà. È giusto avere coraggio nel proprio talento (e incitare ad averlo); ma non al punto di pensare che la sconfitta sia un colpa. Col suo film, il giovane Chazelle dice che per raggiungere i vertici ci vuole una determinazione e una dedizione assoluta, una vita dura di sudore e sangue; e che solo pochissimi possono sopportare una vita sacrificata alla competizione per l’eccellenza. E tutti gli altri? Devono lasciar perdere? Nella musica – e forse in tutti i campi – non esiste solo il solista, il grande concertista.

scenaWhiplash (2014): scena

Il terzo ingrediente, il ragazzo, concentra tutte le ambiguità del film: se l’eroe è l’antagonista del cattivo e, allo stesso tempo, il discepolo del mentore, deve sconfiggerlo e, allo stesso tempo, mettere in pratica con successo i suoi insegnamenti – e perciò trasformare il suo nemico in vincitore. Ed è proprio quello che succede nel duello finale, efficacissimo drammaturgicamente, quanto deleterio musicalmente e ideologicamente.

Di fronte a questo finale, che entusiasma un amante del cinema, qualsiasi amante del jazz non può non chiedersi (retoricamente): davvero il jazzista migliore è quello capace di sfoderare un lunghissimo assolo con un metronomo impossibile? Il duello fa parte della storia del jazz e del cinema (un esempio, piuttosto retorico, che mette insieme l’una e l’altra, è quello del pianista sull’oceano). Ma le cose migliori sono spesso nella capacità di dire tantissimo con pochissimo. E per far questo ci vuole quella sensibilità – come il “duende” di Miles Davis – che non si coltiva con un addestramento massacrante. Bill Evans la chiamava “grace under pressure”. Di questa grazia, in Whiplash, non c’è nulla. Solo pressione.

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