Il disgusto del reale e la purezza mortale dell’immaginario

La star reale e il suo fantasma “materno”

Il segno distintivo del cinema Cronenberg è il gusto del disgusto. Nei suoi film emerge sempre l’attrazione/repulsione verso il ripugnante, gli aspetti più sgradevoli dell’umano. Anche quando mostrava il corpo disfatto o deformato da metamorfosi orrorifiche, quello di Cronenberg è sempre stato un horror sui generis, centrato più sul ribrezzo e vicino al perturbante di Freud (quel senso di familiarità ed estraneità che rende così inquietante “il ritorno del rimosso”); e anche al senso della hybris degli antichi greci, cioè la trasgressione dell’ordine divino e naturale da parte dell’uomo che vuole farsi ibrido trasformandosi in dio o animale, televisore (Videodrome) o insetto (The Fly). Negli ultimi tempi, tuttavia, Cronenberg si è rivolto a un’altra hybris, più sottilmente raccapricciante, che affiora direttamente dal magma oscuro dell’inconscio.

Agatha in adorazione in Maps to the stars

Maps to the stars è la tappa più recente di questo viaggio verso il ripugnante psicologico. Potrebbe sembrare una satira contro il mondo dorato e corrotto di Hollywood. In realtà è evidente che a Cronenberg e allo sceneggiatore Bruce Wagner non interessa tanto la critica socio-culturale, quanto la psicologia del profondo. Il loro è un dramma psicologico grottesco, con un pizzico di commedia nera e qualche spunto surrealista, che funziona come un “grandangolo psicologico” puntato non sulle deformità fisiche dei suoi personaggi, ma sui caratteri e i comportamenti. È un film sgradevole e intenso; forse non perfettamente riuscito; sicuramente molto (troppo?) ambizioso.

Una grande intuizione di Freud e Jung è che le dinamiche dell’inconscio rispecchino figure e trame del mito e della tragedia greca. Ed è proprio ad esse che sembra ispirarsi il film. C’è molta hybris da vendicare, in questa corte dei miracoli hollywoodiana: incesti, abusi, ipocrisia, arroganza, fantasmi di morti violente. E a vendicarla arriva la nemesi: un’eroina che, guarda caso, si chiama Agatha (agathòs, in greco, significa buono). È una ragazza psicolabile, appena uscita da una clinica psichiatrica in cui era finita per aver imbottito di sonnifero il fratellino e aver dato fuoco alla casa. Torna a LA per (ri)entrare nel mondo delle stelle da cui sembra affascinata, e per cercare di farsi perdonare dalla famiglia, soprattutto dal fratello Benjie, diventato un odioso divetto della tv, insopportabilmente arrogante, che parla col volgarissimo e feroce cinismo di una dispotica star adulta.

Sotto il glamour, quel mondo di stelle tanto sognato dalla gente comune nasconde una sentina di vizi e incubi in cui nessuno si salva: il padre, psico-guru televisivo delle celebrità è un caso da manuale di doppio legame schizofrenogeno; la madre oscilla tra il cinismo della manager e la disperazione nevrotica; il giovane autista di limousine con cui Agatha ha una storia è un opportunista tutto preso dalle sue velleità di aspirante sceneggiatore (Wagner ha pescato molto dalla sua esperienza di driver a Hollywood); gli amichetti viziati di Benjie sono disgustosamente volgari e supponenti.

Julianne Moore e David Cronenberg

Ma la più odiosa, vero vilain della storia è Havana, una famosa attrice non più sulla cresta dell’onda, di cui Agatha diventa l’assistente personale. Julianne Moore è bravissima a rendere tutta la nevrosi, l’ipocrisia, la subdola arroganza e il fanatismo egocentrico che questo personaggio trasuda lentamente in un crescendo impressionante (un ruolo molto più coraggioso di quello per cui ha vinto l’oscar). Benché non sia stata scelta, Havana vuole a tutti i costi entrare in un film in preparazione per interpretare la madre, anche lei famosa attrice, morta in un incendio. Quello con la madre è un legame psicotico che nasconde un’oscura storia di abusi, veri o immaginari, e che si manifesta con frequenti allucinazioni. Le scene in cui la madre-fantasma, giovane, bella e feroce, terrorizza e insulta la figlia più vecchia e sfiorita, suonano quasi come una specie di stupro visivo.

Tutto il film ruota attorno alla contrapposizione, stridente come una lama che striscia sulla lavagna, tra le stelle dell’immaginario e le stalle del reale, tra le icone luminose delle star e la loro ombra nascosta. La “mappa per le stelle” si rivela in realtà un tour nella fogna della psiche di chi ha venduto l’anima alla maschera. E le divinità dell’immaginario mediatico diventano i demoni osceni della loro realtà psicologica.

L’unica a salvarsi, nonostante il suo episodio schizofrenico, è Agatha (Mia Wasikowska). Figlia disconosciuta di quel mondo, finirà per rivelarne la hybris e portare a compimento il destini di tutti. Segno evidente della sua diversità è l’inversione dei valori esterno/interno: la sua immagine esterna è deturpata dai segni delle ustioni, ma dentro è un’anima candida in cerca di perdono. È significativo che le sue ustioni, spunti ideali per l’orripilante cronenberghiano, non siano mai esibite, ma rimangano come stigmate occulte della sua diversità. Il ripugnante, cifra stilistica di Cronenberg, affiora invece sempre nei comportamenti e nelle parole degli altri personaggi.

Rivelatore, in questo senso, è il momento del climax, nel quale appare nel mondo più evidente l’inversione dei valori: Havana, ottenuta la parte nel film, mostra tutta la realtà oscena del suo personaggio e finisce col farsi il fidanzato di Agatha sotto gli occhi della ragazza, alla quale rinfaccia poi di essere sporca, di puzzare e di averle macchiato di sangue mestruale il bianco, costosissimo divano. Il disgusto fisico, che è solo nelle parole e in un piccolo indizio visivo, è qui contrapposto a un disgusto morale ben più vistoso. Ed è quello, a innescare la furia della nemesis: invece di cancellare la macchia sul divano, la “schiavetta” si ribella e fa un bagno di sangue fracassando il cranio della donna con un trofeo d’oro.

Nel frattempo, anche l’immagine del fratellino Benjie è deturpata: ossessionato anch’egli dai fantasmi, ha quasi ammazzato il piccolo attore che gli stava rubando la scena. Ad Agatha non resta che portare fino in fondo la sua missione. Dopo aver rivelato il rapporto incestuoso tra i genitori (che fanno una brutta fine), porta Benjie sui resti della loro prima casa distrutta dall’incendio, e lì ripropone il loro antico gioco segreto: lo scambio degli anelli, imitazione ludica e casta dell’incesto. È il suo modo per liberarsi dalla fogna narcisista del reale e accedere alla purezza delle stelle: un rito magico e sacrificale che termina con le ultime strofe della poesia di Paul Eluard che ha punteggiato tutto il film:

Sull’assenza che non chiede
/ Sulla nuda solitudine / Sui gradini della morte / Scrivo il tuo nome Sul vigore ritornato
/ Sul pericolo svanito / Su l’immemore speranza
/ Scrivo il tuo nome. E in virtù d’una parola
/ Ricomincio la mia vita / Sono nato per conoscerti / Per chiamarti. Libertà.

La libertà cantata dal grande poeta del surrealismo, comunista e partigiano nella Francia del 1942 occupata dai nazisti, diventa la formula magica del rito purificatorio finale che espia la hybris e libera dai fantasmi. Per crearne forse degli altri, che continueranno a raccontare le loro storie, come aveva insegnato Billy Wilder col suo cadavere galleggiante nella piscina di Sunset Boulevard.

Fantasma e piscina

P.S. Dopo aver rivisto e ripensato il film, anche se continuo a ritenere che leggere Maps to the stars come una tragedia in senso classico, con un finale catartico, sia un’interpretazione in sintonia con la lettera e lo spirito del film, non posso tuttavia nascondere che il modo in cui Cronenberg conclude la sua storia rimane molto, troppo ambiguo. O forse confuso e irrisolto.

Benché sembri una rivendicazione di libertà contro un mondo corrotto, riesce difficile paragonare questo finale a quello, per esempio, di Thelma e Luise. La storia non fa di Agatha un’eroina romantica, né di Benjie una vittima che si è ribellata (l’odioso ragazzino è anzi un perfetto rappresentante di quel mondo). Nessuno dei due sembra opporsi allo stardom: Benjie lo vede dall’interno con grande cinismo, ma ne sfrutta il potere con spregiudicatezza; Agatha non ha mai smesso di essere attratta dalla sua immagine. Agatha è stata tradita e umiliata dalle star in carne ed ossa; Benjie probabilmente sente di aver irrimediabilmente rovinato la sua carriera. Entrambi sono finiti in un vicolo cieco. Allo spettatore, Cronenberg non offre una vera catarsi, ma una risoluzione fredda del dramma: non c’è quasi pathos, quando si stendono, lei felice, lui pacificato, ad aspettare la morte, recitando la poesia di Eluard e guardando il cielo notturno mentre la carrellata verso l’alto sfuma sulla “mappa delle stelle” con cui inizia il film.

Ma il punto più ambiguo è: perché Agatha propone la ripetizione rituale dell’incesto? Se l’incesto, reale o immaginario, è metafora della hybris che condanna gli altri personaggi, perché può essere anche una salvezza? Perché è un rimedio ai fantasmi, come lei sostiene? Il rimedio, altrettanto patologico, non è piuttosto il suicidio?

Pietro Bianchi ha risposto a queste domande con una (fin troppo) raffinata interpretazione del film di Cronenberg, che parte da Lacan e arriva a Deleuze. Secondo questa interpretazione il finale è un geniale rovesciamento del senso della poesia di Eluard: la libertà che i due giovani invocano non li libera da quel mondo, ma ne afferma la totale immanenza: “una libertà dell’indifferenza e del permanere di ogni cosa”, “una libertà che è assenza di tempo, di verticalità, di legge e che è spinozianamente indistinta dalla necessità e quindi anche dall’ossessione di un passato che non può che ritornare in eterno”. Questa libertà sarebbe insomma la scoperta che “l’inconscio non ci schiavizza mai, perché il suo ripetersi non è un ossessione spettrale, ma è semplicemente il ritmo dell’universo e quindi della sua libertà. La sola libertà è allora quella di andare a riconoscerla nel permanere di ogni cosa, l’una accanto all’altra, come se stessimo guardando un firmamento di stelle. Che però non sono da un’altra parte su nel cielo. Ma qui, a Hollywood.”

Per quanto suggestiva, credo che questa interpretazione forzi troppo il testo del film. Secondo me non c’è alcuna un’affermazione positiva di immanenza. E la libertà alla fine non è che pulsione di morte.

Il rito incestuoso finale

Confesso che mi sarebbe piaciuto interpretare il ludico “incesto” rituale di Agatha come un gioco profanatore nel senso di Agamben. Ma la profanazione libera, aprendo a un nuovo uso di qualcosa. La pulsione di morte non consente alcun “riuso” profanato. Sono arrivato quindi alla conclusione che quello di Agatha non è un canto di libertà e anticonformismo. Non è un rovesciamento del senso della poesia di Eluard. E non è un lieto fine poetico e doloroso. Forse, in termini psicoanalitici, si potrebbe definire una fuga psicotica da un mondo nevrotico. A me sembra che il gesto di Agatha sia infatti una purificazione mortifera simile a quello dell’anoressica: un paradossale rito di passaggio, dal cinismo narcisista delle star fin troppo umane, alla purezza glaciale delle stelle disincarnate.

Alla fine, quindi, il narcisismo vince mostrando la sua faccia più radicale: non quella oscena e amorale delle star di Hollywood, ma quella ascetica e autolesionistica dell’annullamento del corpo e del desiderio. Ed è questa allora la libertà sognata da Agatha, una libertà nichilista e immaginaria. Quella delle “vere” stars: pure icone, vuote e indifferenti.

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