Giochi di riflessi sul serpente del tempo

Le nuvole di Sils Maria

Paul Klee diceva che bisogna partire dallo sfondo, per fare un buon quadro. Non so se Olivier Assayas ha cominciato dalle nuvole di Sils Maria, per scrivere il suo film, ma il titolo è un buon punto per cominciare a pensarlo. Per me, la magia di (Clouds of) Sils Maria è nella fitta rete di risonanze, di echi nascosti; a volte impercettibili come armonici che vibrano sullo sfondo e rendono sottilmente più intense immagini e parole; a volte evidenti come un gioco di riflessi in primo piano, che si rimandano l’un l’altro.

Il titolo è innanzitutto un’immagine, bellissima: cime di montagne su un cielo azzurro che affiorano da un mare tempestoso di nuvole bianche. È lo sfondo (il “campo lunghissimo”) in cui si svolge la storia, ma richiama anche il titolo di una storia dentro la storia, che costituisce a sua volta un altro sfondo (il “campo lungo”) e che dà un’identità precisa a quell’immagine: “Maloja Snake” è infatti una rara formazione di nuvole che invade talvolta la sinuosa valle dell’Engadina ed è il nome scelto per la piece teatrale che le due protagoniste, la famosa attrice Maria Enders (Juliette Binoche) e la sua giovane assistente Valentine (Kristen Stewart) devono preparare.

Assayas mostra il “serpente” sia con le immagini in bianco e nero di un documentario girato negli anni Venti, sia con le immagini a colori girate oggi. La vista dall’alto di questo serpente di nuvole, che si allunga strisciando lentamente sul fondo valle come un’enorme onda alluvionale al rallentatore, ha un fascino davvero ipnotico, sublime e inquietante allo stesso tempo. Ha qualcosa di minaccioso e inesorabile, come il tempo: il fiume eracliteo che allunga la sua ombra sul fondovalle abitato dagli uomini e lascia risplendere le cime immortali. E qui arriviamo a un’altra risonanza, nascosta nel titolo e percettibile solo a un orecchio filosofico: in Sils Maria vibra l’eco di Nietzsche e del suo più grande concetto, l’Eterno ritorno. Proprio a Sils Maria, infatti, nell’agosto del 1881, il filosofo ebbe l’esperienza mistica che gli suggerì quell’idea vertiginosa e impervia, che trasforma l’angoscia del passare del tempo in un “sì!” incondizionato alla vita, con tutte le sue imperfezioni, i suoi dolori e la sua precarietà.

clouds_of_sils_maria

Juliette Binoche e Kristen Stewart

Si sa, le cime delle montagne sono posti da filosofi o mistici solitari. Ma il film non parla di questo: i pensieri profondi rimangono nascosti sullo sfondo, come suoni armonici che danno timbro e spessore alla melodia della storia principale. E la storia è un’appassionante schermaglia tra due attrici e due età che inizia su un treno, con un frenetico, modernissimo scambio di comunicazioni, appuntamenti, impegni, battute, tra smartphone, tablet, foglietti e appunti.

Il film racconta infatti – in un gioco di specchi raffinato e profondo in cui vita e teatro, realtà e finzione si riflettono fino a confondersi – il rapporto tra due donne e due età della vita. Maria, la famosa attrice, e Val, la sua giovane assistente, devono preparare un remake teatrale del film che aveva lanciato Maria vent’anni prima. La piece racconta il rapporto tra Helena, donna matura e potente, a capo di una grande azienda, e Sigrid, la giovane assistente che finisce per irretirla e dominarla completamente. Maria era stata una splendida Sigrid nel film da cui la sua carriera aveva spiccato il volo. Ora però a lei tocca il ruolo di Helena, e il suo rapporto con Val finisce per riverberarsi nel rapporto che mettono in scena: Maria fatica a separarsi dalla “sua” Sigrid e ad accettare il punto di vista diverso e per niente succube di Val. Tra le due si instaura così una sottile dialettica servo-padrone, in cui conflitto e attrazione covano contemporaneamente sotto la cenere: nella piece le braci divampano in un’attrazione fatale, nel film s’intravvedono nello scintillare di occhiate e battute.

Ma c’è un ulteriore livello di rispecchiamento: Jo-Ann, l’attrice di cinema americana scelta per interpretare Sigrid, che Val ammira e di cui Maria è un po’ gelosa, è ricalcata proprio su Kristen Stewart (sulla sua fama, il suo carattere, i suoi precedenti con la fiction da botteghino e col mondo del gossip); per contro le idee di Maria sul cinema e la recitazione sono evidentemente affini a quelle di Juliette Binoche (la quale, ulteriore spunto biografico, fu lanciata ventenne da un film, Rendez-vous, nel quale interpretava un’attrice e di cui Assayas era lo sceneggiatore).

Questa mise en abyme tuttavia non è mai invadente: agisce con leggerezza ed eleganza, come una trama di risonanze ed echi. Quello che invece emerge in superficie, con grande efficacia, è l’eccezionale prova delle due attrici. (En passant: il fatto che ad essere premiata con un César (prima americana a vincerlo) sia stata solo Kristen Stewart si può forse spiegare con una battuta tranchant di Val: “Cruelty is cool; suffering sucks”).

I continui riverberi tra i livelli di realtà-rappresentazione tendono come una corda di violino le scene in cui Maria-Helena-Juliette e Val-Sigrid-Kristen provano i dialoghi più intensi della piece, villeggiando e passeggiando sui monti dell’Engadina. Si rimane affascinati dal modo in cui le due (o tre) anime di ognuna si scambiano e si fondono senza soluzione di continuità, salvo poi separarsi, con uno scarto improvviso. È come osservare un equilibrista sul filo. La Binoche (capelli corti con taglio maschile, ma femminile, leggera e intensa) deve rendere l’autorevolezza e la pacata superiorità di Maria e allo stesso tempo mostrare la sua sofferta maturazione verso un ruolo che mette a nudo il passare del tempo e la rinuncia alla forza della giovinezza che si specchia, seducente, nella sua assistente; la Stewart (capelli lunghi e disordinati, nevrotica, brusca e mascolina) deve confrontarsi con la tensione tra il personaggio dominante che interpreta e il suo ruolo subalterno, e deve far valere un punto di vista che Maria-Juliette mette continuamente in questione.

La mise en abyme raggiunge uno dei suoi punti più intensi nel finale, quando Assayas risolve, ancora una volta off-stage, il climax della piece che sta per iniziare. Lo scambio tra Maria e la chiacchierata starlet Joe-Ann (Chloë Grace Moretz) che interpreta Sigrid, riflette perfettamente quanto succede nel dramma: la sconfitta di Helena, la sfrontata vittoria di Sigrid; e, nello stesso tempo, mostra la definitiva maturazione di Maria, che rinuncia al suo passato dimostrando allo stesso tempo umiltà e maestria.

Juliette che interpreta Maria che interpreta Helena

A questo punto la piece è già stata messa in scena fuori scena. E il film si conclude prima che si apra il sipario, mostrando la scenografia, che, non a caso, è un elegantissimo gioco di riflessi realizzato con pareti di vetro che si intersecano e si sovrappongono in un ambiente aziendale tecno e minimal. Maria-Helena-Juliette la attraversa, affascinante e sicura, in pantaloni neri e camicia di seta bianca, sulle note serene e solenni del canone di Pachelbel. Va a sedersi al suo posto, respirando profondamente. E mentre la camera si muove lentamente a stringere su di lei, sul suo volto si allunga un ombra. Lei alza gli occhi e guarda qualcosa fuori campo davanti a sé: è il fiume di nuvole del Maloja, proiettato sulle pieghe del sipario chiuso, che invade la scena.

L’autore della piece inventato da Assayas, un famoso regista-scrittore suicidatosi poco prima dell’inizio della storia, diceva che solo con le nuvole del “Serpente del Maloja” il paesaggio acquisisce la sua vera fisionomia. Ed è così anche per Maria: solo accettando l’inesorabilità del tempo e l’appassirsi della giovinezza, l’attrice riuscirà a superare la sua prova. È l’intuizione di Nietzsche: il Maloja Snake, sublimato dall’alto delle cime. Ma è solo una risonanza, un’ombra o un riflesso, impercettibile e commovente come quell’ultimo sguardo.

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