Après Duchamp, again…

(Questa è la terza e ultima parte del testo che ho ricavato dalla mia conferenza sul ready-made nell’arte contemporanea)

Nel post precedente ho mostrato due artisti americani (Cage e Rauschenberg) che sono stati sicuramente in contatto con Duchamp negli anni Cinquanta a New York, quando ancora la sua opera era poco conosciuta. In quegli stessi anni c’era un altro artista americano che possiamo inserire nella nostra panoramica sui ready-made après Duchamp: Jasper Johns.

Johns

La sua Bandiera è un ready-made decisamente anomalo, perché qui c’è la pittura (a encausto, una tecnica antichissima) e c’è pure la rappresentazione (di una bandiera). Dov’è dunque la rivoluzionaria estetica della presentazione di Duchamp? È nel sottile gioco concettuale di Johns, che amava lavorare sul filo del paradosso: la copia di una bandiera (benché privata della sua funzione di garrire al vento) non è pur sempre una bandiera? L’io dell’artista si ritrae e mostra un simbolo già fatto: un ready-made del linguaggio visivo, potremmo dire. In quest’opera, oltre all’atteggiamento provocatoriamente antisoggettivo (un altro attacco, come quello di Rauschenberg, all’espressionismo astratto di Pollock & Co.), c’è anche la scelta di un’immagine quotidiana “incorniciata” come opera d’arte, che anticipa di alcuni anni la Pop Art. E c’è anche un’attenzione alla dimensione del linguaggio, che è un’altra conseguenza dello spostamento della techne dell’artista dalla mano alla mente.

La dimensione linguistica e concettuale, benché esibita in modo un po’ dogmatico e didascalico, è la cifra tipica di uno dei più famosi esponenti dell’arte concettuale degli anni Sessanta: Joseph Kosuth.

Kosuth

La sua sedia “una e trina”, mette in scena esattamente il problema della rappresentazione: che rapporto c’è tra un oggetto, la sua rappresentazione fedele (fotografia) e la sua definizione linguistica? E l’arte dove si situa in questo ménage à trois? Qui Kosuth presenta una messa in scena, ascetica e minimalista, di un problema filosofico (i tre mondi di Platone).

Lo spirito provocatorio di Duchamp è molto più presente in quest’altro esempio di opera concettuale, nella quale un altro artista concettuale americano, Robert Morris, riprende il gesto del maestro francese per rovesciarlo…

Morris

A destra c’è un’opera: un foglio di piombo con l’incisione di un mazzo di chiave visto di fronte e di fianco, intitolato Litanies; a sinistra c’è un atto notarile in cui si dichiara che l’artista toglie ogni qualità estetica all’opera accanto in quanto non è stata pagata. Morris esibisce la forza del framing dell’orinatoio, ma per cancellarla!

Se il filone concettuale che discende dalla rivoluzione di Duchamp può sembrare soltanto un freddo divertissement intellettuale, ecco un esempio, molto diverso per stile e provenienza, che a me fa un effetto quasi fisico…

Paolini

Anche qui non sembra esserci alcuna parentela col ready-made. Eppure c’è una mossa concettuale che ha molto dello spirito di Duchamp: è una foto in b/n a dimensioni reali del Ritratto di giovane che Lorenzo Lotto dipense nel 1505 (ora agli Uffizi). È una banale copia, ma il titolo cambia tutto: ci spinge improvvisamente attraverso una soglia spazio-temporale e fa coincidere il nostro sguardo con quello di Lotto. La copia del quadro ci trasforma in una copia di Lotto… Un piccolo effetto di linguaggio realizza un re-framing non solo dell’opera, ma anche del nostro stesso sguardo, creando uno strano senso di vertigine temporale (o forse una copia di un senso di vertigine).

Lasciamo ora il filone più concettuale per spostarci su oggetti molto più concreti e prosaici…

Spoerri

Spoerri è uno degli artisti del Nouveau Realisme, movimento creato dal critico Restany attorno a Yves Klein, alla fine degli anni Cinquanta. Questo è uno dei suoi tableaux-pièges: una specie di istantanea tridimensionale di una vera colazione. L’artista si ritira (“Io non faccio che mettere un po’ di colla su degli oggetti; non mi permetto alcuna creatività”), limitandosi a incorniciare un frammento di vita quotidiana e incollarlo al muro.

Christo

Ancora nel Nouveau Realisme, quella che sarebbe diventata la più famosa coppia di impacchettatori presentava un’opera come questa, che alludeva al Muro di Berlino costruito da poco. Il loro modo di presentare è già grande, teatrale e spettacolare, con una forte connotazione politica. In seguito assumerà la forma paradossale del presentare nascondendo, che abbiamo visto in nuce in alcuni oggetti surrealisti.

cesar

César, altro componente del Nouveau Realisme, dopo aver sperimentato sculture saldando assieme ferraglia ricicliata, s’inventò le compressioni, lasciando fare il lavoro alla pressa dello sfascia-carrozzo: lui sceglieva i rottami, ad esempio di auto, come in questo caso. Il risultato è una scultura che si fa da sé (ready-made) e che, in un certo senso, riporta la merce alla sua dimensione materica, in una forma minimalista, ma con un evidente carica anti-consumistica.

Ortega

Un salto in avanti di 40 anni per mettere a confronto lo stesso tipo di oggetto ready-made, ma con un approccio opposto: la distruzione “implosa” si rovescia in una de-costruzione “esplosa” spettacolare. Il “maggiolino” è fatto a pezzi, ma ordinati nello spazio come in un diagramma. Qui è evidente che il ready-made non è per niente “ready”: c’è una gran quantità di lavoro e l’effetto è concettuale, ma anche “retinicamente” molto intenso.

Torniamo all’Italia degli anni Sessanta, e all’Arte povera, la corrente “inventata” da Germano Celant, che portò all’attenzione internazionale alcuni artisti come Kounellis.

Kounellis

In questa famosa esposizione Kounellis non fece altro che legare 12 cavalli in una galleria di Roma che si chiamava L’Attico ma che era ricavata da un garage. Qui è evidentissima la sostituzione della rappresentazione con la presentazione, che però assume una forte connotazione critica: contro il sistema dell’arte (i cavalli nella galleria), contro la tecnologia e contro la Pop Art americana allora imperante e il suo flirt ambiguao col mondo delle merci e del “consumismo. C’è qualcosa di arcaico, mitologico e obsolescente in questa poetica, affine a quella di Pasolini.

Rimaniamo in Italia, ma passiamo dall’arte povera, all’arte sfrontata…

Cattelan

In Cattelan la presentazione è sempre giocata sull’ironia, la provocazione, la sorpresa. La sua techne si realizza “incorniciando” (inserendo in un contesto artistico) idee impertinenti, infantili e spiazzanti, con cui l’artista mette in discussione l’arte (come insegnò Duchamp) e il suo stesso diritto di essere artista. In una delle prime personali importanti, nella galleria di Massimo De Carlo, fece murare l’ingresso lasciando uno spioncino dal quale si poteva vedere un orsetto equilibrista meccanico che andava avanti indietro su un filo (“Quell’orsetto sul filo ero io, che rischiavo di fracassarmi al suolo”, dice l’artista nella sua “autobiografia non autorizzata” scritta da Francesco Bonami). Sei anni dopo, altro azzardo dissacrante: mette in croce lo stesso gallerista!

Una poetica quasi opposta è quella che, in quegli stessi anni, realizzava un artista cubano che usava in modo ancora una volta diverso l’estetica della presentazione.

Gonzales-Torres

Gonzales-Torrse è un artista cubano morto di Aids, come il suo compagno a cui e dedicata quest’opera, che è una presentazione-installazione interattiva: l’artista ha ammucchiato una quantità di caramelle equivalenti al peso del compagno, invitando gli spettatori a mangiarli (ma il mucchio veniva mantenuto costante reintegrando le caramelle consumate). Il ready-made diventa un coinvolgente monumento funebre fatto di caramelle.

La biografia irrompe con forza anche in quest’opera…

Emin

Questo è proprio il letto in cui Emin è rimasta molto tempo in preda a una profonda depressione suicida, con tanto di cicche, calze, assorbenti, slip e macchie varie. Qui il ready-made assume una violenta carica di esposizione biografica: come un’istantanea tridimensionale di un pezzo di vita, ostentato senza pudore. L’opera è stata finalista all’importante Turner Prize nel 1999; e nel 2014 ha raggiunto i due milioni e mezzo di sterline in un’asta da Christie’s.

Ancora più famoso, spettacolare e controverso, quest’altro laborioso “ready-made” di un altro giovane artista inglese che negli anni Novanta raggiunse i vertici del mercato dell’arte.

Hirst

Lo squalo in formaldeide di Hirst è ormai un’icona dell’arte contemporanea, simbolo dei suoi eccessi e paradigma della sua tendenza a scatenare polemiche – e quindi a generare successo mediatico (lo racconta un libro di Donald Thompson sul mondo dell’arte, il cui titolo riporta la quotazione raggiunta dall’opera: Lo squalo da 12 milioni di dollari, Mondadori, 2009). Guardando opere come questa si può constatare quanta strada ha fatto nel Novecento l’orinatoio di Duchamp! Qui è evidente l’operazione di framing, che riguarda la cornice (formaldeide, teca), il livello del discorso (dei critici e dei media) e soprattutto il titolo: guarda lo squalo pensando al titolo e sperimenti un pensiero iper-spettacolarizzato. Ma la ricerca dell’effetto emotivo e circense è comunque lontanissima dall’indifferenza visiva e dalla fredda ironia di Duchamp.

Per contrastare gli eccessi mediatico-spettacolari di questi exploit e degli ego ipertrofici dei suoi artisti, ecco un esempio di sottile ironia, molto più affine allo stile del grande maestro francese.

Alys

Invitato a rappresentare il suo paese alla Biennale di Venezia, questo artista belga mandò al suo posto un pavone. Titolo dell’opera: The Ambassador. Descrizione: tutto ciò che avrebbe fatto sarebbe stato “artistico”. Una sottile, poetica stilettata all’ipertrofia egocentrica e mercantile di molta parte del mondo dell’arte contemporanea. Per capire lo spirito che muove questo artista assai meno famoso dei precedenti, voglio ricordare una sua video-performance del 2002 in Perù, in cui assoldò centinaia di volontari e fece loro spostare un intera duna di sabbia per qualche decimetro. Titolo dell’opera: Quando la fede muove le montagne.

La sensibilità politica è evidente anche in questa installazione di Mona Hatoum.

Hatoum

Gli oggetti e le installazioni di oggetti dell’artista palestinese incorniciano ambienti famigliari in un contesto che evoca un inquietante senso di minaccia e precarietà. La forza di questi oggetti è nel loro accostamento, che li trasforma nella metafora di una vita “transennata”, relegata nella precarietà, reclusa ma all’esterno… Il riferimento alle sue origini è evidente.

Altrettanto evidente è il riferimento alle origini di questo artista.

Weiwei

Ai Weiwei è il più famoso artista cinese. In questa installazione, presentata alla Biennale di Venezia del 2013, usa come ready-made lo sgabello tradizionale cinese e ne fa il modulo di una grande costruzione che ricorda la struttura reticolare del Web: uno spettacolare cortocircuito tra l’antica cultura popolare cinese (il mondo contadino e artigiano) e la modernità più avanzata. Potrebbe essere un messaggio utopico: un progresso che riutilizza il passato; ma il titolo allude a un’esplosione e rende la metafora molto più ambigua.

Per concludere questa panoramica sull’eredità dell’orinatoio, voglio tornare a un artista italiano di cui mi sono molto occupato, perché spetta a lui un record difficilmente superabile: il ready-made più grande del mondo (devo questo spunto a Francesco Poli, ottimo divulgatore di arte contemporanea in Non ci capisco niente, Electa, 2014)

manzoni, socle

Questa è la più semplice e geniale applicazione del principio del framing che Duchamp introdusse nell’operare dell’artista quasi cinquant’anni prima quest’opera. Piero Manzoni non ha fatto altro che “incorniciare” e trasfigurare in opera d’arte… l’intero globo terrestre! Basta capovolgere la foto per rendere visibile il significato di questo ready-made, che non è il piedistallo di metallo, ma quello che ci sta sopra.

Tutti questi esempi dimostrano come la perizia dell’artista non sia affatto venuta meno nel nuovo corso dell’arte aperto dall’orinatoio di Duhamp. Rimane sempre fondamentale la qualità del suo lavoro, fatto con la testa, ma anche sugli oggetti. Perché l’idea non basta: deve incarnarsi in qualcosa attraverso un progetto, trovare il modo migliore per trasformarsi in immagine, vita, pensiero, emozione.

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