Artigiano del tempo perso. (Omaggio al primo maggio)

Babitz-Duchamp

Siamo nel 1966, fra qualche mese lei compirà ottant’anni. (…) Quando guarda indietro alla sua vita, qual è il suo principale motivo di soddisfazione?

“Prima di tutto di avere avuto la fortuna di non essere costretto a lavorare per vivere. (…) A un certo punto capii che non dovevo zavorrare la mia vita con eccessivi pesi: lavoro, moglie, figli, la casa in campagna, l’automobile. (…) Questo mi ha permesso di vivere a lungo molto più facilmente, e molto più libero”.

Chi parla è Marcel Duchamp, uno dei più importanti e influenti artisti del Novecento. Questo è l’inizio del libro-intervista che Pierre Cabanne ha ricavato da una serie di conversazioni col vecchio maestro, due anni prima della sua morte. Il titolo è affascinante: Ingegnere del tempo perduto, un quasi-ossimoro che fonde assieme esprit de geometrie ed esprit de finesse, e sembra alludere a quell’inafferrabile nucleo di ambiguità che c’è in tutta l’opera di Duchamp. Ma è fuorviante: evoca Proust e la nostalgia; e sia l’uno che l’altra sono del tutto assenti da questo libro. Infatti, una delle scoperte più sorprendenti che si può fare leggendolo è che Duchamp non è stato un ingegnere del tempo perduto, ma un artigiano del tempo perso: un ingegnoso perditempo che ha fatto cose solo per il piacere di farle, un artista che credeva così poco nell’Arte da definirsi “anartista” e che, dopo la giovanile passione per la pittura d’avanguardia, ha fatto solo le poche cose bizzarre e astruse che lo hanno di volta in volta interessato.

Ha realizzato alcune opere, come il famosissimo “orinatoio” soltanto inventandosi un titolo e mettendoci una firma (peraltro non sua) e altre, come il Grande vetro, lavorandoci otto anni con una progettazione maniacale e poi abbandonandola, non finita, semplicemente perché si era stufato. Ha dato lezioni di francese; ha fatto il consulente di ricchi mecenati americani; ha comprato e rivenduto opere del suo amico Brancusi; ha giocato a scacchi ad alto livello. Ma soprattutto, è stato sempre libero di fare quello che voleva, senza dare alcun peso ai soldi o alla fama (le sue opere hanno avuto effetto sul mondo dell’arte solo trenta o quarant’anni dopo). In un certo senso la sua opera migliore – com’ebbe a dire il suo amico Henri-Pierre Roché, collezionista e scrittore (autore di Jules e Jim) – è stata l’impiego del suo tempo.

(…) in me c’è sempre stato un fondo enorme di pigrizia. Preferisco vivere, respirare piuttosto che lavorare. (…) se vuole, la mia arte sarebbe quella di vivere ogni istante, ogni respiro; è un’opera che non si può ascrivere a nessun ambito specifico, non è né visiva né cerebrale. È una specie di euforia costante.

L’arte di vivere, ogni istante, ogni respiro. Libero da scopi che non siano quello che egli stesso si è liberamente scelto. In altre parole – anche se Duchamp non lo dice mai esplicitamente – ha giocato tutta la vita. Il suo gioco non era l’arte nel senso comune del termine, né tantomeno “fare l’artista”:

(…) Non attribuisco all’artista quella specie di ruolo sociale in base al quale si sente costretto a fare qualcosa, a dare qualcosa al pubblico. Ho orrore di tutto questo.

Il suo gioco consisteva semplicemente nel “fare cose”:

(…) la parola “creazione” mi fa paura. Nel senso sociale, normale, del termine, la creazione è qualcosa di molto seducente, ma in definitiva io non credo alla funzione creatrice dell’artista. È un uomo come gli altri, che fa certe cose, ma anche il businessman, ad esempio, fa certe cose. La parola “arte” al contrario, mi affascina. Se deriva dal sanscrito, come ho sentito dire, significa “fare”. Tutti fanno qualcosa che coloro che fanno delle cose su una tela, mettendoci poi una cornice, si definiscono artisti. Un tempo venivano chiamati con una parola diversa, che preferisco: artigiani.

Un artigiano del tempo liberato.

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