Il daimon di Sorrentino

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Youth non è un film sulla vecchiaia. La frase chiave per capire di cosa parli veramente l’ultimo film di Sorrentino (forse anche al di là delle intenzioni dell’autore) sta nel suo penultimo. Nella Grande Bellezza Jep Gambardella si presenta con una battuta di grande effetto, raccontando che da giovane quello che gli piaceva di più della vita non era “la fessa”, come dicevano tutti i suoi coetanei, ma “l’odore delle case dei vecchi”. Era il segno della sua vocazione alla sensibilità, e perciò all’arte: “Ero destinato a diventare uno scrittore”.

In Youth, l’odore delle case dei vecchi non c’è. Ad esser maliziosi si potrebbe aggiungere che c’è invece una “fessa” cosmica. Ma l’apparizione di Miss Universo, nuda, nella piscina termale, davanti agli occhi increduli dei due vecchi, più che l’apoteosi della “fessa” è l’incarnazione di un dio; o meglio di un “demone”, che, come vedremo, è il vero nucleo tematico attorno a cui ruota il film.

Torniamo dunque all’odore dei vecchi. Se in Youth non c’è, non è soltanto perché i suoi attempati protagonisti sono in buona salute, ricchi e famosi, ospiti di un lussuosissimo grand hotel per cure termali sulle alpi svizzere (quello citato da Thomas Mann nella Montagna incantata). Non è soltanto perché, per farne un film sulla realtà della vecchiaia, non bastano gli scambi di battute su problemi di minzione tra i due protagonisti, o i primissimi piani su ragnatele di rughe (memorabili quelli di Jane Fonda, col trucco pesante che mette ancora più in risalto l’impietoso passare del tempo anche su una diva famosa per la sua inossidabilità). Non è soltanto perché la vita vera, grigia e prosaicamente penosa, del popolo di vecchi che stiamo sempre più diventando, è del tutto assente. Ma è soprattutto perché la vecchiaia, in questo film, è in primo luogo una metafora. E guardandola con gli occhi di Jep Gambardella, possiamo vedere di cosa è metafora: della vocazione artistica; o meglio, di un certo momento della vita dell’artista, il momento in cui entra in crisi la sua vocazione.

Vecchiaia come crisi della vocazione. A mio avviso, anche Youth, come La grande bellezza, è un film sulla crisi della vocazione artistica: sul rapporto conflittuale dell’artista col suo daimon, come lo chiama Hillman (Il codice dell’anima) sulla scia di Platone. Ed entrambi sono film apparentemente senza antagonista, senza cattivo. Perchè il cattivo è il più grande e invisibile dei cattivi: la morte.

Ogni artista ha in fondo un’ambizione, più o meno nascosta: sconfiggere il tempo e la morte. E ogni artista si trova, a un certo punto della vita, a dover fare i conti con quanto è riuscito a fare e con quanto può continuare a fare contro un nemico che, in fondo, può solo fingere di sconfiggere. A quel punto deve decidere se abbandonare la partita e girarsi indietro o continuare comunque, fino all’ultimo respiro, guardando avanti.

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Michael Caine interpreta Fred Ballinger

Ogni artista arriva dunque prima o poi al punto in cui deve decidere se mettere a tacere il proprio daimon e la sua propensione a incasinare la vita. Jep Gambardella l’aveva fatto molto precocemente, barattando il suo talento col successo mondano. Fred Ballinger, il protagonista di Youth interpretato da Michael Caine, ha invece una lunga carriera di successi alle spalle: è un ex-compositore e direttore d’orchestra che ha sfruttato pienamente il suo talento e ha assecondato il suo daimon anche a costo – come scopriremo – di sacrificare la famiglia. Forse per questo ora ha deciso di metterlo a tacere per sempre, di attaccarlo al chiodo, richiudendo il vaso di Pandora di emozioni che quello spirito scatena sempre. Il suo è lo sguardo ironico e apatico di un auto-esiliato dalla vita. “Le emozioni sono sopravvalutate”, dice.

A fargli da contrasto speculare è il vecchio amico Mick Boyle, il deuteragonista interpretato da Harvey Keitel, regista di lungo corso ma ancora in carriera: appassionato, vitale, pieno di ingenuo entusiasmo per il nuovo film che sta scrivendo attorniato da giovani sceneggiatori. In lui il daimon domina, aitante come un adolescente, nonostante i problemi di prostata del suo portatore umano.

Ed è proprio il regista che, durante un’escursione a un rifugio alpino, spiega la differenza dei loro sguardi sulla vita, con una metafora un po’ didascalica ma efficace: lo sguardo della giovinezza è un cannocchiale puntato sulla vetta del futuro e la vede vicina, a portata di speranza; lo sguardo della vecchiaia è un cannocchiale rovesciato che vede invece tutto lontanissimo, perché è rivolto al passato, a una cima già raggiunta che si allontana inesorabilmente (prigioniero del passato, non riesce a guardare al futuro).

Harvey Keitel interpreta Mick Boyle (foto di Gianni Fiorito)

Considerare vecchiaia e giovinezza come una questione di sguardi non è certo una scoperta: è risaputo che lo spirito, l’atteggiamento psicologico, è il più efficace antidoto contro gli effetti dell’anagrafe. Ma il film di Sorrentino parla della vita d’artista; e la differenza di sguardo dei due personaggi principali dipende innanzitutto dal loro rapporto col proprio demone interiore.

Già all’inizio del film Sorrentino ci mostra un indizio molto significativo della presenza soffocata del daimon nel vecchio direttore: ha appena rifiutato un ingaggio prestigiosissimo dicendo di aver completamente chiuso con la musica, ma la cinepresa spia la sua mano scoprendo che, quasi sovrappensiero, sta sfregando ritmicamente una carta di caramella come fosse uno strumento. Una dimostrazione molto più esplicita e barocca è in una scena successiva, quella del concerto per muggiti, campanacci, cinguettii e fruscii di bosco che Fred dirige, divertito, in totale solitudine. È uno dei momenti “magici” del film, ma è uno sfogo rigorosamente privato, tutto immaginario, non una performance artistica; che l’apatico direttore continua a negare, perfino di fronte alle richieste pressanti di sua maestà la regina d’Inghilterra.

Chi davvero sembra aver definitivamente appeso al chiodo il talento che l’aveva portato sulla vetta del mondo è invece Maradona (mai citato per nome, ma interpretato da un sosia che ha la faccia e la stazza del Maradona più sfatto). La sua è una presenza surreale e un po’ inquietante, come un animale esotico nel contesto aristocratico del grand hotel elvetico: deformato dall’obesità, con l’enorme faccione di Marx tatuato sulla schiena, mostra una dimensione diversa della decadenza dell’artista, drastica e inevitabile quando il talento è legato al fisico. Eppure, anche in quel corpo disfatto dall’adipe e dagli stravizi, il demone riemerge per un istante: l’iperbolico palleggio con una pallina da tennis è un altro dei momenti magici del film (omaggio del regista al suo idolo calcistico).

Un terzo momento “magico” è la levitazione del monaco buddista, che, sconfessando il dichiarato scetticismo di Fred, simboleggia la forza della convinzione interiore (notevole il contrasto tra il drammatico crescendo rock e il lento movimento che scopre la forza silenziosa della meditazione: una delle tante invenzioni video-musicali di Sorrentino).

Youth---La-Giovinezza

Rachel Weisz interpreta Lena Ballinger

L’epifania del daimon erotico. Ogni storia racconta una trasformazione che passa attraverso un momento drammatico e doloroso. Nel caso di Fred e di Mick c’è una doppia trasformazione speculare, come un chiasmo. Per entrambi a scatenarla è l’incontro con una donna: per Fred è la figlia, che riapre il vaso di Pandora delle emozioni; per Mick è la diva su cui aveva puntato tutto, che lo mette di fronte al prosaico cinismo della realtà.

La rottura degli equilibri comincia quando, di punto in bianco, Lena, figlia e assistente di Fred, viene piantata dal marito. Il padre cerca di confortarla e lei si sfoga: distesa sul lettino della fangoterapia, in un lungo primissimo piano (bella prova d’attrice di Rachel Weisz), Lena gli rinfaccia, con un rancore a lungo represso, la crudele indifferenza per la moglie, continuamente tradita, e la dedizione esclusiva ed egocentrica alla musica, a cui ha sacrificato anche l’affetto della figlia. È il lato tragico del daimon, divorante ed esclusivo. Lena scoprirà poi che dietro il rifiuto del padre di riprendere la bacchetta e dirigere la sua più famosa composizione, Simple Song, c’è in realtà proprio il ricordo della moglie cantante lirica, per la quale aveva composto il pezzo. Facendo riemergere quella ferita nascosta, la figlia incrina la corazza di apatia del padre, dando avvio alla sua trasformazione.

Per Mick accade l’opposto: la grande attrice e amica, Brenda Morel (Jane Fonda), che egli aveva contribuito a lanciare, ora lo tradisce, rifiutando la parte e togliendo così ogni chance alla realizzazione del film. E quel che è peggio, lo mette di fronte alla sua vecchiaia e al suo patetico, inutile tentativo di rinverdire gli antichi fasti, con una brutalità che non lascia scampo al demone interiore: “Questa stronzata del cinema finisce, la vita va avanti!” Per Mick però la vita ha senso solo se ravvivata dalle emozioni e dall’entusiasmo dell’arte.

Tu hai detto che le emozioni sono sopravvalutate”, dice amareggiato a Fred dopo il colloquio con Brenda. “Ma è una vera stronzata. Le emozioni sono tutto quello che abbiamo”. Poi esce sul balcone e si butta di sotto. Senza il binocolo della giovinezza, non ha senso vivere.

È la scossa decisiva per Fred Ballinger. Seguono due colpi di scena che sono veri e propri “colpi di vita” per il vecchio direttore, finalmente deciso a riaprirsi ai rischiosi doni del daimon. Per non spoilerare più di quanto abbia già fatto finora, mi limito a notare che il primo colpo di scena riguarda la moglie; il secondo riguarda l’arte, o meglio il momento magico in cui amore e creatività si fondono, e il demone ossessivo e geloso del talento prende le sembianze divine di Eros.

Il finale mostra esattamente questo, con un’intensità emotiva che rivela la magistrale costruzione retorica di tutto il film. Siamo abituati a pensare la musica da film come una tavolozza di colori che dà spessore emotivo alle immagini e ai momenti salienti della narrazione. Il finale di Youth funziona, in un certo senso, nel modo opposto: è tutto il percorso del film – il racconto della trasformazione del protagonista, la scoperta dell’antica forza del suo daimon e dei suoi dolorosi segreti (culminanti in quell’immagine straziante della moglie alla finestra) – che ora colora di emozione quella musica. Una musica che entra da protagonista nella diegesi (è eseguita in scena, su un fondo bianco, in piena luce, coi colori accesi di una sacra rappresentazione barocca). E si mostra in tutta la sua semplice, sensuale, impudica sentimentalità: musica nata dal cuore, che parla direttamente al cuore.

Il film finisce con l’ultima nota di questa epifania del daimon erotico. Ma prima di andare a nero in un intensissimo silenzio, più musicale di qualunque tema “da finale”, c’è uno stacco veloce, quasi subliminale su un’immagine estranea alla musica dal vivo, come un armonico dissonante che riverbera per un istante dopo la cadenza finale: è un primo piano dell’amico suicida, il vecchio-giovane regista che guarda sorridendo al futuro con la mano a cannocchiale.

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Paolo Sorrentino sul set di Youth

Arte come massaggio. È comprensibile che questo Sorrentino possa sembrare stucchevole e ruffiano ai palati cinefili più raffinati. L’aspetto più appariscente del suo stile negli ultimi film è un’insistita e ostentata ricerca estetica e metaforica. Come il suo Jep Gambardella che si vanta della propria vocazione alla sensibilità artistica, anche Sorrentino sembra voler far sfoggio del suo stile: una narrazione audiovisiva retoricamente lussuosa, meravigliosamente barocca, continuamente alla ricerca dello stupore e del piccolo colpo di scena. «È del poeta il fin la meraviglia», diceva Giovan Battista Marino, sintetizzando in un verso la poetica del barocco.

In effetti ogni immagine e ogni suono di questo film esibisce la sua “artisticità”, la continua ricerca della qualità pittorica e dell’impatto. E la retorica, si sa, è un’arma a doppio taglio: per catturare lo spettatore, rischia di far suonare estetizzante e falso il materiale a cui si applica. In questo, Sorrentino, sembra avviato sullo stesso, rischioso crinale in cui si avventura da sempre Baricco.

Eppure, nonostante sfoggio, retorica, estetismo, autocompiacimento, didascalismo (e così via), la visione di Youth è davvero un’esperienza intensa ed emozionante: una continua sorpresa e una specie di sottilissima suspense, come se ogni scena fosse sul punto di rivelare qualcosa. Più che una narrazione è una successione di momenti epifanici, costruiti e ordinati come i pezzi di una suite musicale.

Un altro aspetto controverso dello stile dell’ultimo Sorrentino è il provocatorio mescolamento di alto e basso, evidentissimo nella Grande Bellezza, che è costruito proprio su questa giustapposizione stridente.

In Youth, oltre al mescolamento, c’è però anche una presa di posizione esplicita, quasi una dichiarazione di poetica a favore di un’arte più empatica e positiva.

Un’anticipazione era già apparsa nella Grande Bellezza, quando si dice che nell’unico, grande romanzo di Jep Gambardella si sente l’animo di un uomo innamorato. Proprio come nel Simple song di Fred Ballinger. Ma quando, alla fine, Jep decide di riprendere in mano la penna, non abbandona il suo sguardo disilluso da ironico postmoderno: in fondo l’arte “è solo un trucco”. Forse anche per Fred l’arte è solo un trucco, ma è ciò che ci rende vivi, soprattutto quando parla col cuore e le emozioni, come il più ingenuo romanzo sentimentale.

Lo dice bene il giovane, famoso attore hollydiano interpretato da Paul Dano, che sembra qui dar voce allo stesso autore: “Io non voglio raccontare l’orrore, voglio raccontare il desiderio: è quello, che ci rende vivi”. Anche in questo personaggio secondario c’è una trasformazione significativa. All’inizio è un apocalittico snob, che rifiuta il suo ruolo più famoso e commerciale per affrontare il ruolo più negativo in assoluto (il colpo di scena della sua apparizione tra gli ospiti dell’hotel, nei panni del più famigerato degli cattivi, è un’iperbole talmente esibita da diventare comica). Ma alla fine, come confessa nella citazione precedente, si converte a un’idea di arte più ottimista e tollerante verso le ragioni del cuore (“Gli intellettuali non hanno gusto”, dice Fred citando Stravinsky).

È lo stesso messaggio che Sorrentino mette nelle mani (letteralmente) di un altro personaggio secondario e sfuggente: la giovane massaggiatrice, che non sa mai cosa dire ma capisce tutto toccando la gente; e si meraviglia che la gente non si tocchi di più. “Forse perchè il contatto dà piacere”, dice Fred. “Motivo di più”, risponde la ragazza. Semplice e sensuale, come i suoi movimenti di danza davanti al televisore. Come il Simple song del finale, con tutta la sua estroversa ricerca del contatto.

Kafka diceva che “un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”. Sorrentino con questo film, sembra voler proporre un film come massaggio, come contatto emotivo con lo spettatore: un’arte come masso-psico-terapia per ritrovare il nostro daimon.

Il daimon, in fondo, è quello che dovrebbe farci abbracciare la vita con lo spirito della giovinezza. A qualunque età: vita d’artista come elisir d’eterna giovinezza. Facile e un po’ troppo consolatorio, probabilmente. Ma anche un po’ vero. E raccontato con un bel po’ di fascino.

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