Il cuore segreto di Mahmoud e la discordia della Misericordia

Mahmoud Saleh Mohammadi

In Iran abbiamo un detto”, racconta Mahmoud. “Se vai in una valle d’eco e gridi “ti amo”, quell’amore ti torna sette volte indietro; ma se gridi “ti odio”, è l’odio a tornare indietro moltiplicato”.

Mahmoud Saleh Mohammadi è un giovane artista iraniano, arrivato in Italia nel 2011 per studiare arte contemporanea. Da un paio d’anni, tra i suoi vari progetti, c’è una grande idea, un’installazione dai risvolti culturali eclatanti. E c’è rimasto molto male quando ha saputo che alla Biennale di Venezia qualcun altro aveva presentato un’opera apparentemente molto simile alla sua grande idea.

Nel maggio scorso l’artista svizzero Christoph Büchel, che rappresenta il padiglione dell’Islanda all’attuale Biennale, ha trasformato in moschea la piccola chiesa sconsacrata di Santa Maria della Misericordia nel sestiere di Cannaregio, a Venezia, aprendola al pubblico e invitando i musulmani di Venezia a usarla come luogo di culto per tutta la durata della manifestazione.

In realtà, lo spirito dell’installazione, che s’intitola The Mosque: The First Mosque in the Historic City of Venice, è molto diverso da quello che aveva in mente Mahmoud. E la differenza è ben spiegata dal proverbio persiano citato all’inizio.

Büchel è un artista sovversivo e provocatore che punta sempre a mettere a nudo conflitti culturali e politici dei luoghi in cui opera. Nella Biennale del 2011 progettò una serie di azioni non autorizzate organizzando delle visite guidate alla Biennale per immigrati di un Centro di accoglienza o facendo usare le pagine del catalogo ufficiale come cartocci di un venditore ambulante.

 

Abbazia della Misericordia Venezia

La chiesa di S. Maria della Misericordia che è stata trasformata in Moschea

Questa volta ha deciso di toccare un fascio di nervi scoperti in cui convergono temi di urticante attualità: il conflitto politico-culturale tra Islam e Occidente, il problema sempre più incalzante dell’immigrazione dai paesi islamici e i riflessi sociali e politici che questi fenomeni internazionali stanno provocando ovunque. In particolare Büchel ha voluto mettere a nudo una stridente contraddizione politico-culturale della città in cui la sua opera si inserisce. Infatti, nonostante la sua storia sia profondamente segnata dal rapporto con la cultura islamica, Venezia non ha mai avuto una moschea; per contro ha inventato il termine che oggi tutto tutto il mondo usa per indicare la segregazione: “ghetto” (il ghetto degli ebrei sorge proprio accanto alla chiesa della Misericordia).

Insomma un’operazione provocatoria e trasgressiva. Non a caso, dopo pochi giorni l’installazione è stata chiusa, sollevando le prevedibili polemiche.

La luce che parte dal cuore

Anche Mahmoud Mohammadi è molto sensibile ai drammi contemporanei della violenza e dell’intolleranza, ma il suo approccio è molto diverso, perché parte dal cuore prima che dalla testa. “Per me è sempre un grande dolore vedere la violenza nel mondo: oggi sono i terroristi dell’Isis, ma ho visto serbi e bosniaci, israeliani e palestinesi, Hutu e Tutsi, induisti e musulmani. Com’è possibile che gli uomini possano diventare così stupidi e crudeli?!”

Pur essendo nato proprio nei giorni in cui Khomeyni prese il potere (inizio 1979), il suo modo di pensare è agli antipodi di qualunque fondamentalismo. Forse perché il padre, dipendente dell’aeroporto di Teheran, aveva diritto a volare gratis e gli ha fatto conoscere mezzo mondo fin da ragazzino. Voleva che diventasse ingegnere, ma Mahmoud amava disegnare e dipingere, e ha scelto l’università d’arte, diventando discepolo di un famoso pittore classico persiano. Poi, per entrare a contatto con l’arte contemporanea internazionale, ha deciso di venire a Milano e iscriversi all’Accademia di Brera. Grazie ai tanti incontri fatti da allora (“ogni giorno è stata una lezione universitaria, per me”), la sua ricerca si è allargata dalla pittura alle performance e alle installazioni. Ma il punto di partenza è rimasto sempre lo stesso, molto diverso da quello di Christoph Büchel.

Mahmoud nello Spazio Nour

Lo dimostra la sua opera italiana per ora più importante: lo Spazio Nour, che “non è una galleria, non è un locale, non è un centro sociale”, ma “un’opera d’arte collettiva in continua costruzione” (come si legge sul sito). “Nour” in persiano significa “luce”, un nome che è tutto un programma, considerando il luogo in cui trova: un angolo del lungo e stretto cortile interno che è stato per molto tempo un piccolo “cuore di tenebra” nel cuore di Milano: viale Bligny 42.

Dal vecchio portone, affacciato su un viale pieno di traffico, ristoranti e giovani bocconiani, si entra in un vero e proprio tunnel spazio-temporale, un androne buio su cui è dipinto un planisfero con Europa, Asia e Africa. Dall’altra parte si esce in un cortile che sembra un pezzo di kasbah, ma sviluppata in verticale. Fin dagli anni Sessanta è stato un concentrato di facce e culture migranti, teatro di spaccio e microcriminalità. Lo hanno chiamato “el camerun”, il “fortino” della droga. Le pagine di cronaca nera di Milano lo conoscono bene.

Negli ultimi anni però questo pezzo di “cuore di tenebra” sta diventando il “cuore pulsante di un microcosmo”, dove arte e multiculturalità convivono in modo sorprendente. Merito di acune persone di buona volontà, un’associazione di promozione interculturale (Bligny42), di una galleria (Quintocortile), di un gruppo di artisti. E anche di Mahmoud e della sua piccola-grande utopia: mettere insieme persone di ogni colore e di ogni credo nel nome dell’arte e della convivenza pacifica e solidale tra tutti gli abitanti del mondo. “Questo dovrebbe essere il vero scopo di ogni fede”, dice ispirato accarezzandosi la lunga barba nera che lo farebbe assomigliare a un ayatollah, se non fosse accompagnata dai capelli altrettanto lunghi e, soprattutto, dal suo atteggiamento aperto e cordiale che mette subito chiunque a proprio agio.

Lo Spazio Nour è uno spazio d’incontro di artisti che “partono dal cuore” e portano in dono un nuovo linguaggio di “luce e verità”. Anche quando lavora alle sue opere personali Mahmoud parte sempre dal cuore: sul telaio dei suoi tappeti rielaborati con inserti in foglia d’oro o sulla tela, prima di passare il colore di sfondo, scrive brevi frasi augurali che rimarranno nascoste. Lo stesso fece quando inaugurò lo spazio, nel luglio dello scorso anno: sulle pareti, prima di imbiancarle, scrisse frasi poetiche in persiano, mentre un’artista italiana scriveva frasi di San Francesco. Secondo Mahmoud è merito di questo cuore segreto, se “da quando abbiamo aperto Spazio Nour hanno cominciato a succedere tante cose positive”.

L’idea di mettere assieme il comune cuore etico delle religioni è alla base anche del suo grande progetto di fondere chiesa e moschea in un’installazione che vuole essere un grande dono. L’idea parte dal tappeto, il simbolo più famoso della cultura persiana, su cui Mahmoud ha concentrato la sua più recente ricerca creativa. “La nostra era una cultura di nomadi: il tappeto significava casa e accoglienza. Portare in regalo un tappeto era un grande segno di amicizia”. E sedersi insieme su un tappeto è il modo più intimo e profondo per stabilire un rapporto di amicizia. Prima che luogo di preghiera della religione islamica, il tappeto è un luogo d’incontro nomade, che non mette radici e non crea istituzioni; fa casa ovunque e ovunque si apre all’amico che condivide il suo abbraccio. Il tappeto, infatti, stabilisce un rapporto fisico, tattile. Togliersi le scarpe non è soltanto un gesto di rispetto, ma anche un contatto fisico col luogo che accoglie e unisce le persone.

Da questo nucleo metaforico nasce l’idea di portare dei tappeti in una chiesa cristiana come un dono del cuore più umanistico e accogliente della cultura islamica al cuore più umanistico ed accogliente della cultura cristiana. Con la sua intuizione l’artista iraniano si trova così, senza saperlo, a camminare accanto al teologo cristiano Hans Küng e al suo progetto di un etica mondiale.

Da tutto ciò sembra molto lontana l’idea alla base della The Mosque, che è una vera bomba concettuale di controversie.

L’interno dell’installazione che ha trasformato la chiesa in moschea

La discordia della Misericordia

La bomba concettuale esplode il 21 maggio, quando il Comune di Venezia fa chiudere la chiesa-installazione perché, in sostanza, è un luogo di culto e non una mostra d’arte. Il Comune ha rilevato problemi di sicurezza e una serie di “difformità”, che sono però state puntualmente contestate dall’istituzione islandese (l’Icelandic Art Center) che ha commissionato l’opera a Büchel.

Più sfumata e sottile la presa di posizione ufficiale del clero veneziano, che ha accusato l’operazione di “ambiguità”. “Nella vicenda”, ha affermato don Gianmatteo Caputo, delegato per i beni culturali ecclesiastici del Patriarcato di Venezia, “si sono confusi e superficialmente mescolati due piani e ambiti che invece sono – e devono restare – ben distinti per la loro serietà e complessità: la questione relativa all’installazione artistica del padiglione islandese della Biennale d’Arte e la richiesta di realizzare una moschea nella città di Venezia» (L’Avvenire del 12 maggio).

Se le motivazioni laiche fanno pensare a cavilli per togliersi dalle mani una patata bollente, quelle del clero veneziano toccano invece il cuore della questione, rivelando quanto vischiosa sia la controversia.

Dal punto di vista dell’artista, l’accusa di ambiguità è ingenua o fuori luogo, perché la forza dell’operazione sta proprio nella sua ambiguità: la moschea-nella-chiesa è un’opera d’arte e allo stesso tempo un luogo di culto: i due punti di vista sono inscindibili. “The Mosque” è un’opera concettuale che vuole “attirare l’attenzione” su “questioni che stanno al cuore degli attuali globali conflitti etnici e religiosi” (si legge nella presentazione dell’opera sul sito della Biennal Foundation). Per far questo l’artista non ha “rappresentato” tali questioni, ma ha cambiato la funzione sociale di un pezzo di realtà (la chiesa), facendo accadere un evento reale con tutti i suoi risvolti problematici.

Per la chiesa veneziana, però, tutto questo sembra ridursi a un tentativo di fomentare i contrasti religiosi. Spiegando la sua presa di posizione, il rappresentante del Patriarcato precisa che l’operazione ha strumentalizzato “in primo luogo la comunità musulmana che, pur partendo da una richiesta legittima, si vede così offerto un luogo che viene occupato in modo non regolare, per finalità seconde”. Invita perciò la comunità musulmana a prendere le distanze “da questa provocazione” e a trovare “una soluzione condivisa, senza incomprensioni e senza ferite nei confronti di alcuna comunità religiosa».

Dunque, da una parte i musulmani sarebbero stati ingannati, perché quella non è una vera moschea, ma un’installazione artistica (esattamente il contrario di quanto sostiene il Comune di Venezia). Dall’altra, i cristiani sono stati feriti perché un loro antico luogo di culto – benché sconsacrato – è stato trasformato nel luogo di un culto altro.

L’artista avrebbe dunque perpetrato una doppia mistificazione: ha tratto in inganno i musulmani, facendo usare come proprio luogo sacro quella che in realtà è un’opera d’arte (cioè un simulacro di moschea); e ha indotto i cristiani a pensare che i musulmani si siano “annessi” un loro luogo sacro. Un’astuzia degna di Jago; il cui fine sarebbe, ovviamente, la strumentalizzazione a scopo di provocazione.

Un’altra voce nella controversia è quella del presidente della comunità musulmana di Venezia, Mohammed Amin Al Ahdab, che si mostra in realtà ben consapevole del significato simbolico e della doppia natura, religiosa e artistica, della questione: con la sua “profondità, verità e saggezza”, dice il religioso, “il progetto per la Biennale dei nostri amici islandesi” consente di scrivere “una nuova, splendida pagina nella storia di Venezia attraverso una nuova forma d’arte (…) un’arte di cui oggi abbiamo assolutamente bisogno: l’arte del dialogo”. Il dialogo purtroppo è stato subito interrotto, ma ci si potrebbe chiedere se, alla pagina veneziana, si sarebbe in futuro aggiunta un’altrettanto splendida pagina trasformando una moschea in chiesa in una storica città musulmana.

Ognuna di queste voci ha le sue ragioni. Il Comune ha ragione a temere problemi di sicurezza perché la “moschea in chiesa” può essere facilmente strumentalizzata dagli xenofobi e portare a gesti aggressivi; i quali a loro volta possono creare reazioni altrettanto aggressive da parte dei fondamentalisti islamici.

La Chiesa ha ragione a sostenere che, se l’obiettivo concreto era quello di trovare un luogo da adibire a moschea, si poteva evitare una contrapposizione simbolica così scottante; e a sospettare che l’operazione artistica punti anche a un successo di scandalo (strategia tipica, peraltro, di moltissima arte contemporanea).

Il rappresentate della comunità musulmana ha ragione nel considerare come uno splendido esempio di “arte del dialogo”, ciò che altri vedono come una provocazione.

L’artista ha ragione a sostenere che la sua “poetica” sta proprio nella creazione di conflitti concettuali, sociali e istituzionali.

Sembra assai difficile conciliare tutte queste ragioni dis-cordi e ritrovare una con-cordia sulla miseri-cordia. Forse perché quello che è mancato, all’origine della faccenda, è proprio quel cuore che è nell’etimo di tutte queste parole.

Il “tappeto” di Mahmoud

Per questo Mahmoud non ha abbandonato il suo progetto di portare in dono lo spirito d’accoglienza dei suoi tappeti persiani. Non sarà facile. Anche se è un gesto che nasce dal cuore, riempire di tappeti una chiesa rischia di provocare lo stesso tipo di reazioni e interpretazioni negative che abbiamo visto sollevarsi sull’installazione veneziana, aggravate dal fatto che in questo caso l’artista è d’origine musulmana.

Intanto, l’entusiasmo del barbuto artista iraniano continua a produrre i suoi piccoli frutti luminosi nell’ombroso e incandescente microcosmo di marginalità multiculturale di viale Bligny 42. In fondo, se oggi, come dice Judith Revel (“La potenza creativa della politica, la potenza politica della creazione” in Arte della sovversione, Manifestolibri, 2009), “arte significa fare comunità, inventare nomi, sperimentare nuove forme di vita e nuove pratiche, nuovi spazi di attività, nuovi modelli organizzativi”, allora forse è proprio la piccola luce accogliente e internazionale dello Spazio Nour dentro la “kasbah” di viale Bligny, il “tappeto” più bello che Mahmoud porta in dono alla Milano ubriacata dalla reclame internazionale dell’Expo.

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