Padiglione zero, retorica ∞

Questo è l’ingresso principale a Expo 2015. La prima cosa che salta agli occhi è la grande scritta “Divinus halitus terrae” sulla facciata di legno del Padiglione zero: la grande Cultura, con la patina antica del latino, aforistica e suggestiva al punto giusto, con quel “monetone” di incisioni rupestri che da lontano ricorda gli emblemi delle università. E in più, l’imprimatur del sacro, soffuso di radici cristiane, tradizione classica e gnosticismo contemporaneo: per un cristiano quell’alito divino evoca lo spirito santo; ma se il respiro è “della terra” traspare anche l’aura ecologico-new age della Grande Madre. La frase comunque è attribuita a Plinio il Vecchio, quello che morì studiando l’eruzione del Vesuvio (anche se non è una citazione letterale e coincide piuttosto col titolo di in un saggio di storia sull’agricoltura pubblicato nel 1993). Nel testo originale “il respiro divino” è il vapore profumato di humus che la terra bagnata emana quando il sole la scalda. Anche se non filologica, la furba spruzzatina di cultura classica, ambiguamente sospesa tra il sacro tradizionale e quello new age, è perfetta per dare il giusto aroma di prestigio umanistico al Grandissimo Evento. E si sposa perfettamente con la Natura, qui rappresentata dalla costruzione di legno, materiale nobile, ecologico, “umano”, con cui l’architetto ha realizzato le sue colline terrazzate.

La Cultura e la Natura sono in effetti le due grandi nebulose simbolico-emotive che dominano il padiglione “pensato” da Davide Rampello e progettato da Michele De Lucchi.

E così, dopo la citazione aulica, ritoccata ad hoc, si entra nel padiglione e ci si trova in una grande sala in penombra (la penombra emozionante del cinema) di fronte a un’enorme biblioteca (di legno) costruita come un palazzo rinascimentale: ah, che meraviglia, la Cultura! Nelle intenzioni sarebbe l’Archivio della Memoria, ovvero “la memoria conservata dei rituali e delle usanze alimentari che si sono susseguite nei millenni” (dalla voce di Wikipedia dedicata al padiglione), ma l’effetto palese è quello del Monumento alla Cultura.

Si attraversa l’androne del palazzo-biblioteca e, sempre nella penombra, eccoci davanti al monumento alla Natura: un gigantesco albero (di legno, ma finto) che sfonda il soffitto e mi ricorda l’alberone-sacro dei “buoni selvaggi” di Avatar. L’attenzione del pubblico però è tutta rivolta al “verso” della biblioteca: un magagalattico video su cui scorrono le immagini di Pastorale cilentana di Mario Martone. L’ostentazione di gigantismo tecnologico (“il più grande videowall mai realizzato: 21 metri per 50”) per mostrare immagini bucoliche da Albero degli zoccoli stride un po’, ma la comunicazione retorica dei Grandissimi Eventi non può andar troppo per il sottile. Comunque il simbolismo è chiaro: la buona vita di campagna di un tempo, quando tutto era naturale, genuino, autentico, “biologico”, a misura d’uomo, d’animale e di vegetale!

Nella sala successiva la Natura viene tradotta in arte moderna con un’installazione: un patchwork geometrico di pannelli retro-illuminati contenenti tanti diversi tipi di semi coltivati e frutti secchi. È la domesticazione della flora, cui fa seguito, nella sala successiva, quella della fauna: un’arca di Noè stilizzata, elegantentemente spettacolare, ma piuttosto banale. Su un bel parquet di legno c’è un fiume di animali di resina bianca a grandezza naturale sovrastati da una nuvola di pesci. 

Passando oltre, ecco che la Natura incontra la Cultura, quella materiale degli strumenti e delle trasformazioni umane che nel tempo hanno reso più produttiva la Grande Madre: centinaia di attrezzi agricoli pendono dall’alto soffitto, come se un museo delle tradizioni contadine fosse stato svuotato e trasformato in un’installazione contemporanea (mi viene in mente la retrospettiva di Cattelan al Moma). Cesti, nasse e rastrelli come ready-made: ah, che raffinatezza!

Proseguendo, sulle pareti nere, in una fila di nicchie illuminate, si possono ammirare veri reperti archeologici, vasi e contenitori vari. Ma la gente preferisce infilarsi subito nella porta della grande giara per vedersi cadere addosso, proiettati sul telo circolare che la chiude, cascate di semi coltivati. Dopo la giostra, un po’ di museo didattico: una successione di plastici (in dimensione rigorosamente megagalattica: 320 metri quadrati), che mostrano le modifiche dell’ambiente naturale realizzate dall’uomo per produrre cibo.

Quindi, una sana critica alle distorsioni cui il nostro mondo capitalistico ha sottoposto l’antico, nobile connubio umanistico di Natura-Cultura: una grande parete circolare che simula la Borsa mondiale del cibo, trasformato in merce e profitto per pochi grandi speculatori; e una collina di rifiuti su cui si affacciano i video di Totò e Alberto Sordi che si abbuffano di spaghetti.

Infine le sale più documentaristiche, con video che mostrano buone pratiche agro-alimentari. Peccato che qui, messa in pausa la spettacolarizzazione retorica, salta fuori il marketing. Come ha ben raccontato Beatrice Mautino su Le Scienze Blog, tra gli esempi virtuosi di armonia tra uomo e natura in grado di “nutrire il pianeta”, ci sono i terrazzamenti di nocciole nelle Langhe per la “tutela del paesaggio”, i palmeti da olio in Amazzonia per “difendere le foreste”, le coltivazioni di cacao in Ghana “in simbiosi con le foreste”, le piantagioni equosolidali di canna da zucchero: sono, guarda caso, gli ingredienti della Nutella. E si scopre che è stata proprio la Ferrero a sponsorizzare questa parte documentaristica del padiglione. Gli sponsor sono sempre benvenuti, ma rimane il sospetto che ci potessero essere altre “buone pratiche”, forse più utili e interessanti di queste, da portare come modelli per “nutrire il pianeta”.

Rampello, ex direttore artistico di Canale 5 ed ex presidente della Triennale, ha dichiarato di aver puntato sull’emozione. Si può capire: se Expo è un grande parco dei divertimenti per milioni di visitatori è inevitabile che la cultura diventi anche emozione e la natura simbolo. Ma in tutta questa pantagruelica retorica, in questi luoghi comuni che solo l’elefantiasi spettacolare trasforma in messaggi fuori dal comune, dove è finito lo slancio progettuale e positivamente utopico dello slogan di Expo 2015: “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”?

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