Ma che razza di arte è questa?!

Christo Iseo The Floating Peers

Tre chilometri di pontili galleggianti, larghi 16 metri, rivestiti con un telo giallo-arancione brillante, che disegnano un percorso geometrico sulla superficie piatta e cupa del lago d’Iseo.

manifesta- Bouchet, The Zurich Load

Ottanta tonnellate di feci umane, disidratate e compresse in centinaia di grossi parallelepipedi, allineati in una grande sala, bianca e ben illuminata, in un palazzo di Zurigo.

Possono avere qualcosa in comune queste due cose? Sì, sono entrambe opere d’arte. Ed entrambe provocano reazioni simili: “Ma che razza di arte è questa?!” 

Nelle ultime settimane un insolito numero di persone si sono ritrovate a fare filosofia senza saperlo, perché al centro delle inevitabili controversie suscitate da simili paradossali prodotti dell’attività umana c’è la domanda: “Cos’è l’arte?”. E per rispondere a domande di questo tipo serve quell’attività tipicamente filosofica che è la negoziazione concettuale (Roberto Casati, Prima lezione di filosofia, Laterza, 2011).

Ma come si fa a trovare un accordo su una parola come “arte” che da un secolo e mezzo a questa parte non ha fatto altro che cambiare significato?

Nel mondo occidentale moderno l’arte è stata “inventata” attraverso un lungo e complesso processo di trasformazioni che coinvolsero la cultura e la società europea tra la fine del Seicento e l’inizio dell’Ottocento (Larry Shiner, L’invenzione dell’arte, Einaudi, 2010). È quello, grossomodo, il significato di “arte” che si è insediato nella nostra cultura, nei nostri dizionari e nel senso comune: una sfera dell’attività umana separata, superiore, nobile, spirituale, disinteressata, destinata a produrre oggetti da contemplare; e soprattutto ben distinta dalle attività artigianali e da tutte quelle con scopi diversi dalla pura creazione di “bellezza” ed “emozione”.

Era l’arte che nell’Ottocento si insegnava nelle accademie di Belle Arti e che era presidiata dall’autorità estetica ufficiale conferita alle giurie dei Salons. Il punto di riferimento era l’artista-genio, dotato dell’altissima qualità tecnica ereditata dai grandi maestri del passato, a partire dagli eccelsi artefici del Rinascimento. La resa perfetta dell’illusione rappresentativa, la maestria nella composizione e il perfettamente rifinito erano i suoi ideali estetici.

Manet_-_Le_Déjeuner_sur_l'herbe, 1863 copia

Poi arrivò Manet e i suoi amici, e questa autorità estetica andò in crisi. Furono i giurati e i critici ufficiali dei Salons, di fronte a Le déjeuner sur l’herbe (1863), a chiedersi per primi: “Ma è arte?”. Difficile per noi capire il motivo dello scandalo, eppure da quella piccola scossa iniziò il terremoto: il concetto di arte cominciò ad allargarsi per comprendere anche la vaghezza, l’imprecisione poetica, un disegno assai poco rifinito, l’uso non realistico dei colori. E poi anche la tecnica artificiosa dei puntillisti, le deformazioni espressive di Van Gogh, il primitivismo di Gauguin, i paesaggi reinventati di Cézanne. E poi gli schiaffi di Matisse e Picasso, dei Futuristi e di tutte le avanguardie che dilagarono nel Novecento.

L’arte sarebbe stata di volta in volta astrazione, distruzione e nonsense, surrealtà onirica, costruzione razionale, gesto istintivo, puro concetto, pura materia, trasfigurazione delle merci e delle immagini popolari… Ogni volta quel vecchio significato di allargava e si deformava acquisendo nuovi significati e diventando sempre più inafferrabile.

Il gesto più clamoroso e foriero di conseguenze catastrofiche, anche se non immediate, fu la famigerata Fountain di Duchamp. Come nella teoria delle catastrofi, un banale sanitario non ammesso a una mostra nel 1917, e di cui ci è rimasta solo una fotografia (e alcune copie tarde), dopo quarant’anni avrebbe provocato un cataclisma che ha definitivamente disintegrato il concetto di arte. Quello che prende origine da Duchamp è un nuovo paradigma, nel quale la gratificazione dell’occhio è meno importante dell’idea, del concetto; nel quale qualunque cosa può essere trasfigurata in opera d’arte attraverso non tanto la mano, quando soprattutto la sua materia grigia; e nel quale solo la legittimazione da parte del Mondo dell’arte può in definitiva attribuire il titolo di “arte” e di “artista” a un oggetto e al suo autore.

marcel-duchamp

Quest’ultima conseguenza del gesto duchampiano, mettendo a nudo l’attuale “sistema dell’arte”, offre l’unica definizione della parola in grado di tenere assieme, per esempio, le due opere citate all’inizio. La definizione suona così: è arte ciò che l’Artworld, cioè l’insieme delle istituzioni e degli addetti ai lavori, decide di ammettere all’apprezzamento pubblico (è la cosiddetta “teoria istituzionale” del filosofo americano George Dickie).

Morale paradossale della favola: oggi tutto può essere arte, ma lo è davvero solo ciò che decide quel mondo dell’arte iperselettivo ed elitario, spesso incestuosamente legato al mondo dei “mercanti d’aura” (Dal Lago-Giordano, Mercanti d’aura. Logiche dell’arte contemporanea, Il Mulino, 2006).

A questo punto è facile capire perché sia sempre più diffusa la rivolta bertoldesca del buon senso contro il “re nudo”, anche tra gli addetti ai lavori: basta mettere assieme, da un lato, gli eccessi e le provocazioni che l’arte contemporanea sforna da tempo e, dall’altro, l’arbitrarietà della sua autorità estetica, che sembra fondata solo sul potere dei soldi, del marketing di lusso e delle relazioni tra una ristretta élite internazionale di addetti ai lavori.

Nel caso del carico di merda zurighese (The Zurich Load è il titolo dell’opera di Mike Bouchet) le ragioni della rivolta sono ovvie: il contrasto tra la bellezza, la piacevolezza e la spiritualità dell’arte nel senso tradizionale non può esser più rude.

Nel caso del molo arancione di Christo (The Floating Peers) la rivolta sembra nascere invece soprattutto dal suo successo popolare, dall’eccesso di piacevolezza. È come se il buon senso si fosse sdoppiato. Da una parte c’è il pubblico che non ha vero interesse per l’arte contemporanea e la conosce molto superficialmente, ma che considera quella “cosa” un’attrazione spettacolare e divertente, che ha in più la bizzarria di proclamarsi opera d’arte; un pubblico attirato dall’evento di successo, come ape sul miele. Dall’altra parte c’è il pubblico che detesta le provocazioni dell’arte contemporanea, disprezza il successo volgare e gli affollamenti e ritiene una presa in giro considerare opera d’arte quella che è in realtà una baracconata, una sagra di paese (Daverio dixit).

Nell’opera di Zurigo è l’impopolarità a rafforzare la rivolta; nell’opera di Iseo è l’eccessiva popolarità. Dunque, quando l’arte contemporanea olezza di elitismo intellettuale, di gusti esoterici e incomprensibili, viene accusata di essere il gioco onanistico di una cricca ristretta di intellettuali, snob e conniventi coi “mercanti d’aura”, chiusi in una lussuosissima bolla di mercato iperspeculativo. Quando invece – ma succede assai di rado – l’arte contemporanea ha presa su un pubblico più vasto, viene accusata di essere una trovata pubblicitaria per attirare gonzi e arricchire furbi.

In ogni caso, mi pare che tutte le voci discordi della controversia potrebbero alla fine convergere sull’idea che l’arte contemporanea funziona come la comunicazione pubblicitaria: quello che conta è il brand, la reputazione. In una parola: l’aura che si costruisce attorno all’artista, all’opera e all’evento, fatta di discorsi, relazioni, emozioni; di rapporti sociale e semiotici.

L’arte è dunque soltanto un’operazione di marketing, magari più sofisticata e complessa?


foto1459 mod

In realtà, aura e reputazione non si costruiscono così facilmente a tavolino. Ad esse contribuiscono innanzitutto aspetti della personalità e del lavoro dell’artista. Per raggiungere il successo nel mondo dell’arte in genere un artista deve passare attraverso un serie di cerchi concentrici di riconoscimento (come li ha chiamati Alan Bowness), di cui il più interno, è quello degli altri artisti. Quel primo riconoscimento è già, in nuce, l’intuizione o la prima realizzazione dell’aura dell’artista. Ed è spesso è lo stesso artista a crearla, attraverso il suo modo peculiare di guardare il mondo attraverso ciò che fa; e a volte anche alimentando per primo la cornice discorsiva che colleghi e critici cominciano a costruire attorno alla sua opera.

Un’altra definizione di arte, proposta dal filosofo Arthur Danto e spesso confusa con quella di Dickie, è questa: che ciò rende qualcosa arte è “qualcosa che l’occhio non può afferrare: un’atmosfera impregnata di teoria artistica, una conoscenza della storia dell’arte: in breve, un mondo dell’arte (Artworld)”.

Dunque, per decidere se ha senso porsi di fronte a un mucchio di merda o a una passerella gialla come opere d’arte – e viverle emotivamente e intellettualmente come tali – bisogna cercare di ricostruire l’atmosfera di teoria e storia dell’arte incarnata in esse.

In questo senso l’Artworld che crea l’opera d’arte è l’insieme delle relazioni che legano l’opera all’autore e al suo lavoro, alle altre opere d’arte contemporanee e precedenti, ai testi che ne parlano. È questo mondo “invisibile” nell’opera ma, in un certo senso, “incarnato” in essa che la rende significativa e che permette di “trasfigurare” anche la cosa più banale in opera d’arte. Ecco allora che la funzione di chi “pensa” l’opera – che sia l’artista, il critico, il curatore, il filosofo, il pubblico colto – non è una strategia di marketing, ma diventa un aspetto fondamentale della fruizione.

Obiezione: “Ma in questo modo qualsiasi cosa può diventare arte!”.

Ebbene, sì. Ma bisogna che l’aura incarnata in quella cosa sia espressa o ricreata in modo convincente. E qui, la reputazione conta.

Obiezione: “Ma in questo modo qualsiasi opera ha un valore a sé, incomparabile con altre!”.

Ebbene, sì. Il valore di un’opera non può essere determinato da un significato dell’arte precostituito e immutabile, da un ideale unico a cui tutte le opere devono tendere. Un’opera può incarnare un significato ricco e profondo, emanare un’aura affascinante, ma per inserirla su una scala di valori dobbiamo comunque prendere una decisione critica di parte.

Obiezione: “Ma così torniamo al punto di partenza: se la decisione è di parte, io mi tengo le mie ragioni!”.

Non ho niente in contrario. Il mio intento era spingere a guardare sotto la superficie dove galleggia la pigrizia, l’inerzia delle idee: il buon senso è spesso un senso pigro. Spero di aver mostrato i motivi per cui l’arte è diventata una faccenda così complicata e, nello stesso tempo, così affascinante nella sua infinita imprevedibilità.

Ora rimane da vedere se si può davvero “trasfigurare” in arte un colossale mucchio di feci umane compresse e una gigantesca passerella dorata che sembra una trovata turistica.

È quello che cercherò di fare nei prossimi post.

 

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16 pensieri su “Ma che razza di arte è questa?!

  1. Andrea Taglio

    Un discorso (logos) che si svincola dai principi fondamentali della logica, non è fantasioso, non ha qualità positive: è farlocco perché autoreferenziale.
    Ora sono curiosissimo di leggere i prossimi articoli, giusto per capire se stiamo parlando di qualcosa che ha senso, e di cui si può discutere, o se stiamo guardando l’ombelico di una cornucopia di soldi

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      1. Andrea Taglio

        ehm, è il discorso che è riportato in questo post.
        Se la tesi del valore di un’opera d’arte è anche l’assunto di partenza del ‘discorso’, non si vìolano forse le regole fondamentali della logica?
        Comunque, grazie per il post 😉

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      2. Luigi Bonfante Autore articolo

        Il mio discorso non parte dando per assunto il valore dell’opera di Christo o di quella di Bouchet. Parte anzi dalla controversia relativa a quel valore, cercando di mostrare come tale controversia sia dovuta alla difficoltà di mettersi d’accordo sul significato della parola “arte”. Che “cornice discorsiva” o “aura” o “brand” siano parte (spesso determinante) dell’opera contemporanea non equivale a ritenere che il valore dell’opera sia auto-certificato dall’artista, dal critico o dal curatore. Il gesto di Duchamp si può riassumere nella frase “x è arte” sottintesa all’ostensione dell’orinatoio. Ma a decretare questo gesto come opera d’arte non è stato Duchamp, bensì il mondo dell’arte quarant’anni dopo. E questo, inoltre, non impone a nessuno un valore estetico. Il gusto non può essere dimostrato attraverso la logica.

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  2. Andrea Taglio

    Infatti il post è interessante e ben articolato, ma il finale riassume quella che è in sostanza la percezione su come il mondo dell’arte contemporanea attribuisce il valore: ovvero senza logica, perché se “è arte quello che io (circolo delle elite artistiche) dico essere arte” è una tautologia, e, come dicevo prima, non ha valore logico (e quindi non ha valore per me, perché non se ne può discutere).
    Purtroppo il gusto non può essere dimostrato, e non è nemmeno importante, ma il valore, quello deve essere dimostrato e se ne deve poter parlare, altrimenti quello che resta è solo il mercato, senza nemmeno la dignità del mercato (ovvero senza nemmeno un principio di concorrenza o di utilità che bilanci l’attribuzione arbitraria del valore).
    Per il cinema ad esempio per me non ha senso una critica che si limiti a dire “è bello”.
    Se è “bello” sul serio allora deve essere possibile dire “perché” è bello, e come, altrimenti si confonde l’affermazione “è bello” quando in realtà bisognerebbe dire “mi piace” – o, ancora meglio, bisognerebbe tacere e basta, che del gusto personale degli altri potrebbe fregarcene assai poco, no? 🙂

    Quindi sono curioso di leggere i prossimi post, e di capirci qualcosa di più di come si sta orientando il mondo dell’arte, e se al di fuori della mia percezione esterna c’è un meccanismo logico di attribuzione del valore.

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    1. Luigi Bonfante Autore articolo

      In realtà nel finale del mio post ho cercato di sintetizzare un senso diverso della “cornice discorsiva” con cui l’Artworld costruisce e decreta un prodotto come opera d’arte: è il senso proposto da Danto (La trasfigurazione del banale). Io sono convinto che l’aura come brandizzazione e l’aura come atmosfera di teoria siano due lati di una stessa medaglia: a volte prevale l’una, a volte l’altra. La definizione di Dickie è un circolo, ma non è tautologica nel senso che con quel circolo si spiegano parecchie cose (Cfr Warburton, La definizione dell’arte). La definizione di Danto offre la possibilità di capire perché un oggetto anche banale ha il diritto di essere considerato un’opera d’arte. E questo a prescindere dal suo valore “estetico”. Perché l’opera d’arte contemporanea non si può soltanto vedere/valutare con gli occhi, ma è fatta anche di quella “componente” invisibile che è il suo spessore semiotico.

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      1. Andrea Taglio

        Lo spessore semiotico significa comunque un discorso sul significato dell’opera – e già mi basterebbe! Ma deve esserci, e deve essere, come dire, testato, falsificabile, opinabile – e solo infine condiviso. La componente semiotica dovrebbe essere tutto fuorché invisibile, insomma.

        Una volta ho discusso con un religioso molto preparato, che sosteneva la sua tesi a partire da alcuni assunti biblici. Le argomentazioni erano inattaccabili – il problema era che funzionavano solo se si accettavano gli assunti 🙂

        (azz, questa conversazione si fa sempre più interessante – adesso davvero non vedo l’ora di leggere il prossimo post!)

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      2. Luigi Bonfante Autore articolo

        Certo, lo “spessore semiotico” è fatto di segni. Ma (in genere) non si possono vedere guardando semplicemente l’opera. Bisogna rintracciarli o ricostruirli. Quello “spessore” è sempre in parte potenziale; e aperto a futuri contributi. Quando un’opera è importante diventa col tempo un corposo groviglio all’interno della semiosfera, come un nodo di internet da cui partono e a cui arrivano un gran numero di link…

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      3. Andrea Taglio

        Ah, ecco quindi l’inghippo: l’opera d’arte non è più un atto comunicativo completo, ma è simbolo di una rete di comunicazioni che avviene indipendentemente dall’opera stessa, ma che influisce sul suo valore, perché ne è la fonte principale (visto che, mi è parso di capire, un’opera, per quanto pregevole, non vale nulla se il mondo dell’arte non ne parla e non ci costruisce sopra un significato – che l’opera stessa potrebbe tranquillamente non avere).

        Continuo a rintracciare inquietanti segni di autoreferenzialità, se non di tautologia, in questo meccanismo (ma non ne so abbastanza ancora – aspetto il seguito)

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      4. Luigi Bonfante Autore articolo

        La semiosi è vischiosa e complessa, caro Andrea! L’opera d’arte è atto comunicativo? E’ “simbolo di una rete di comunicazioni”? “Indipendente dall’opera”? Il valore “artistico/economico” attribuito dall’Artworld equivale al suo valore, per così dire, “semiotico”? Quanto all’autoreferenzialità, è certamente un errore in un manuale di logica. Ma potrebbe essere una caratteristica essenziale della mente umana… 😉

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      5. Andrea Taglio

        Ah, Luigi, mi sto definendo sempre più come un nostalgico, ma mi pare ottimistico attribuire la vischiosità di questa semiosi alla mente umana (che, per quanto irrazionale trova sempre beneficio da un ragionamento logico – che non vuol dire privo di emozioni, ma solo coerente con le premesse).
        La generazione di significato in una comunità è un fenomeno che stiamo imparando ad esplorare a fondo solo negli ultimi 20 anni, grazie alla globalizzazione e al www – e sicuramente è un fenomeno a dir poco bizzarro.
        Ma la vischiosità di cui stiamo parlando qui non è quella dell’arte o della semiotica, bensì quella del mercato e del denaro – che magari non è vile, ma sicuramente non è interessante quanto la semiotica o la filosofia! 🙂

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      6. Luigi Bonfante Autore articolo

        Quello che intendevo, un po’ cripticamente, è che ogni parola che usiamo andrebbe “definita” e “concordata”, altrimenti la deriva degli equivoci (malintesi, plurivocità…) ci farebbe continuare a discutere all’infinito, come una macchina che gira a vuoto. 😉 (Concludo, con una battuta, en passant: anche il denaro è semiotica. E l’inverso non vale)

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      7. Andrea Taglio

        Che la comunicazione (intesa come illusione di comprensione reciproca) sia un miracolo che si ripete più spesso della liquefazione del sangue di S.Gennaro, piuttosto che una scienza esatta, sono d’accordo (cit: http://www.xkcd.com/1576/ )

        Il denaro è semiotica e l’arte è semiotica, ma la gioia della logica è sapere che non è un sillogismo che l’arte e il denaro siano la stessa cosa 😉

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