Archivio mensile:febbraio 2019

Professione enigmofilo

Fedele alla mia propensione al ritardo e all’anacronismo, pubblico ora alcuni pensiero che avevo messo in bella l’anno scorso, dopo una visita alla mostra che la fondazione Carriero ha dedicato a Giulio Paolini, chiusa qualche giorno fa.

Tutta l’arte delle avanguardie storiche, e gran parte di quella che è venuta dopo, si presenta quasi sempre come una sfida per lo spettatore, perché si sottrae al tradizionale senso comune che identifica l’arte nella bellezza e nella rappresentazione più o meno mimetica. La sfida, però, può essere posta in modi molto diversi. Ci sono opere “estroverse” che, per quanto trasgressive e “difficili”, puntano a stabilire un contatto visivo ed emotivo immediato: aggrediscono, inquietano o seducono chiunque abbia un minimo di sensibilità e curiosità (un esempio tra i tanti: i dipinti di Rothko). E ci sono opere “introverse”, che non esprimono o sollecitano emozioni, ma puntano a sfidare proprio la mente dello spettatore: si nascondono e aspettano che qualcuno entri nel labirinto.

Le opere di Giulio Paolini sono così: introverse e labirintiche. E la mostra alla Fondazione Carriero lo conferma. L’artista e il curatore, Francesco Stocchi, hanno organizzato una spedizione nel labirinto e l’hanno intitolata “Del Bello ideale”. Ogni opera è un indizio, sotto forma di rebus, per accedere al cuore del labirinto. Come nei veri rebus, c’è una parte di immagini, l’oggetto, e una di parole, il titolo e le note di presentazione scritte dall’autore e dal curatore. Qui però non ci sono soluzioni predeterminate nascoste da qualche parte. Non ci sono garanzie di poter entrare nel labirinto; né di poterne poi uscire.

La mostra è divisa in tre sezioni, disposte sui tre piani della quattrocentesca casa Parravicini, che ospita la Fondazione. Dalla prima, intitolata “Il ritratto e l’autoritratto (l’artista è assente)”, ho scelto quest’opera.

Et quid amabo nisi quod aenigma est? (dettaglio)

È un’introduzione perfetta: un autoritratto concettuale, in cui l’artista effettivamente non c’è. Al suo posto c’è una maschera, inaspettata e ironica: l’uomo d’affari che si presenta estraendo dalla giacca il biglietto da visita. Professione: amante dell’enigma, ovvero “enigmofilo”.

La frase è quella che Giorgio De Chirico scrisse sulla cornice del suo primo autoritratto, dipinto nel 1911, subito prima di iniziare la ricerca che lo avrebbe portato alla pittura “metafisica”. Nel 1969 Paolini ne fece una performance alquanto controcorrente: la scrisse su uno striscione che venne esibito, come uno slogan rivoluzionario, durante una manifestazione.

Benché in sordina, l’esordio di Paolini, nel 1961, è stato davvero rivoluzionario: con le sue prime opere concettuali, precedute di poco da quelle più famose di Piero Manzoni e Yves Klein, si colloca tra gli inventori di un filone dell’arte contemporanea che spesso i manuali attribuiscono agli artisti americani.

Eppure sotto l’innovazione, aveva scoperto di condividere la stessa concezione dell’arte di De Chirico, orgogliosamente inattuale, esoterica e antica: l’arte come enigma. L’enigma è qualcosa che sfugge alla conoscenza, che ama nascondersi. Cosa? La bellezza, dice Paolini; o meglio, la sua idea (il bello ideale): «l’idea di bellezza, sempre in fuga, mutevole e comunque refrattaria a ogni possibile definizione». E «come tutto ciò che sfugge (…) ci provoca, difende il segreto della sua impenetrabilità».

L’enigma della bellezza, sfuggendo al nostro tentativo di conoscerlo, ci seduce. Riecheggiano i temi del Simposio di Platone: l’eros e la filosofia si fondono nel nome della mancanza, perché a entrambi manca qualcosa, e mancherà sempre fin tanto che sarà vivo il desiderio della bellezza e la passione per il sapere.

Paolini non è un enigmista: è un inventore di immagini filosofiche (o meglio: un inventore che si dichiara scopritore), affascinato dall’enigma che esse continuamente suscitano. Un enigmofilo.

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