Anche l’arte è diventata populista?

KAWS, Kimpsons

KAWS, Kimpsons

Francesco Bonami, oggi su Repubblica, scrive la sua invettiva contro KAWS, l’ex street artist che «dopo aver iniziato facendo bambolottini ispirati a manga giapponesi e a Topolino, da qualche anno si è trasformato in un fenomeno del mercato dell’arte. I suoi gadget sono diventati “capolavori” che valgono centinaia di migliaia di dollari o addirittura milioni». E diagnostica: «Oggi, forse perché tutta l’arte è diventata commercio (…) anche il mondo dell’arte sta abbracciando l’onda del populismo»

Su KAWS Bonami ha ragione. Ma questo non significa che il mondo dell’arte stia abbracciando il populismo: semplicemente, il suo lato finanziario sta speculando su un fenomeno di moda, come è solito fare da molto tempo. Basta pensare a Koons, al quale spetta il copyright dell’immagine con cui Bonami chiude il suo articolo: fu lui infatti a dire che il Balloon Dog era il suo cavallo di Troia dentro le mura della Grande arte. Un regalo-trappola che ha funzionato alla grande: la nobilitazione del Kitsch ha avuto un successo tale da raggiungere clamorosi record di vendita e da conquistare i più grandi musei del mondo. E ora lo stesso si ripete con KAWS.

Perciò non è vero che «popolarità e commercio stanno lentamente sostituendosi ai vecchi concetti di qualità, impegno e contenuti». O meglio è vero che questo sta avvenendo da tempo, ma nella parte “finanziaria” dell’High Art Business: perché il mondo dell’arte non è fatto soltanto da questi clamorosi ed effimeri fuochi d’artificio di altissime quotazioni e celebrità mondiali.

Forse, allora, rischia di essere più populista il critico che fa di tutta l’arte un KAWS, legittimando gli sfoghi liberatori del popolo dei Fantozzi contro tutta l’arte contemporanea, anche quella fatta di «qualità, impegno e contenuti».

Di questo tema parla anche mio libro Catastrofi d’arte (soprattutto nell’ultimo capitolo), che esce in questi giorni per i tipi di Johan & Levi.Luigi Bonfante, Catastrofi d'arte

 

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