Archivio mensile:maggio 2019

Quel mondo dell’arte inquinato dagli ultraricchi

L’asta da Christie’s del Salvator Mundi di Leonardo da Vinci

Un libro racconta soldi e traffici dietro le luci della nuova aristocrazia mondiale

Oggi il mondo dell’arte è vittima di un’aspra contrapposizione tra opinioni inconciliabili. Assomiglia alla famosa figura ambigua del papero-coniglio: una parte del grande pubblico e della critica vede solo il “papero”, cioè il bluff, l’operazione di marketing, il puro feticismo, la merce elitaria per un sistema che crea valori fittizi e interesse realissimi; un’altra parte vede solo il “coniglio”, cioè un’arte straordinariamente inventiva, paradossale, sconvolgente, ricca di significati.

Questa contrapposizione ha molti motivi: uno dei più più importanti è quel conflitto sottotraccia tra due concezioni dell’arte molto diverse che ho provato a esplorare nel mio Catastrofi d’arte (Johan & Levi, 1919). Rimane il fatto che l’ambiguità è reale e apparentemente irriducibile: entrambe le facce sono vere; ma qui voglio concentrarmi su quella più oscura, prendendo alcuni esempi raccontati in un altro libro, The dark side of the boom (Johan & Levi, 1919), che mostra senza veli gli eccessi del suo anomalo mercato. L’autrice è Georgina Adam, editorialista del Financial Times e The Art Newspaper, e docente all’Institute of Art di Londra, che studia da anni il settore.

Due degli esempi che ho scelto toccano anche l’attualità e l’Italia, perché uno sfiora la Biennale e l’altro, addirittura Leonardo da Vinci, oggi coinvolto in un giallo internazionale proprio mentre si celebra in pompa magna il cinquecentenario.

Il primo esempio riguarda l’arte contemporanea, che fa la parte del leone nel mercato attuale dell’arte. Lo scorso aprile i bastioni di Porta Venezia a Milano sono stati interamente rivestiti di sacchi di iuta: era un’installazione di Ibrahim Mahama, un giovane artista ghanese scelto da Massimiliano Gioni per la Fondazione Trussardi. Mahama ha solo 34 anni ma ha già una brillante carriera: una sua installazione è alla Biennale attualmente in corso a Venezia, dove era presente anche nel 2015; nel 2017 era stato selezionato per la prestigiosa Documenta di Kassel e sue opere sono in gallerie e musei in varie parti del mondo.

Rivestire di sacchi un monumento? La solita trovata per farsi notare!”, dice il qualunquista. “Installazioni così le aveva già fatte Christo quarant’anni fa. E sui sacchi trasformati in astrazioni materiche aveva già detto tutto Burri settant’anni fa. L’arte è finita!”, commenta l’apocalittico. “È una boiata messa in piedi dal sistema: i critici e i sarti si fanno belli con l’Arte, i mercanti si arricchiscono e gli allocchi rimangono con gli occhi spalancati e la bocca aperta!”, sbotta il populista fantozziano.

Ibrahim Mahama, The Friend, 2019. Installazione ai bastioni di Porta Venezia a Milano.

Sono le voci che riescono a vedere solo il “papero”. E il papero c’è davvero, ma pochi ne conoscono la vera faccia che, in questo caso, è quella apparentemente paciosa di un bizzarro collezionista-mercante americano, di nome Stefan Simchowitz. Simchowitz abita a Los Angeles e ha una ricca collezione, in parte esposta negli ultimi cinque piani di un palazzo con vista spettacolare sulle città, le colline e l’oceano. Lo considera un suo museo personale, anche se in realtà sono gli uffici di una delle principali agenzie artistiche e letterarie di Hollywood. Simchowitz si vanta infatti di essere uno scopritore di talenti. Il suo regno, però, quello che gli ha consentito di arrivare sulle pagine del New York Times col titolo “The Art World’s Patron Satan”, sono i social. Ed è facendo il talent scout sui social che nel 2012 scopre un giovane ghanese allora sconosciuto al di fuori del suo paese e lo contatta via Facebook. Nel 2013, assieme a un gallerista irlandese, gli offre 45 mila dollari in cambio di 6 grandi lavori fatti coi sacchi di iuta per una sua personale a Dublino: secondo un accordo informale, due sarebbero rimasti intatti e gli altri sarebbero stati tagliati per ricavarne opere più piccole, di varie misure, che il gallerista avrebbe fatto intelaiare e l’artista avrebbe firmato.

La mostra ha successo: vengono venduti 27 pezzi a circa 16 mila dollari ciascuno. A quel punto Mahama è un artista in rapida ascesa e nel magazzino del collezionista e del gallerista ci sono centinaia di altre opere intelaiate per un valore complessivo valutabile intorno ai 4 milioni e mezzo. Quando lo viene a sapere, l’artista s’indigna per l’enorme differenza tra il compenso per il suo ingegno e il capitale accumulato dai due mercanti d’aura; e sconfessa pubblicamente le iute incorniciate in Irlanda. I due gli fanno causa e Mahama ricambia facendo causa a sua volta. La controversia finisce con un accordo privato, ma la morale è evidente: il mondo dell’arte è fatto anche di spregiudicate operazioni di “creazione” di valore economico, speculazione e contrasti legali.

Il mercato dell’arte descritto nel libro della Adam è una specie di iceberg al contrario: la parte più appariscente, la piccola cima emersa dove girano opere da milioni di dollari, è anche il suo lato più nascosto. Nonostante una forte flessione nel 2016, quella cima continua a crescere; e con essa cresce anche il lato oscuro. The dark side of the boom racconta cosa succede nella cima inquinata dell’iceberg dell’arte, dove a dominare è proprio l’arte contemporanea.

I motivi sono vari. I nuovi grandi ricchi del capitalismo globale (cinesi, russi e arabi, in testa) sono attratti come falene dalle luci scintillanti della nuova plutocrazia mediatica, su cui sono puntati i riflettori dei media e l’interesse di tutti coloro per i quali quei riflettori sono preziosi quanto i soldi che ci girano attorno. È il mix estremo di lusso, moda, celebrità e “dispendio vistoso” che l’arte rappresenta per questa nuova élite mondiale: un circolo vizioso di fama e potere. Le opere d’arte sono status symbol ideali, e quelle su cui più è facile investire soldi e strategie d’immagine sono le opere giganti e appariscenti degli artisti viventi più “caldi” (molto più arduo accaparrarsi i grandi capolavori del passato che ogni tanto finiscono all’asta, come quello, clamoroso, che vedremo più avanti).

Per soddisfare questa domanda gli artisti più quotati diventano sempre più prolifici. Il fenomeno non è nuovo: da tempo molti artisti di successo sfruttano il momento di gloria sfornando a getto continuo. Andy Warhol l’aveva pure teorizzato: l’arte è la miglior forma di business. E quando un artista tira, le gallerie cercano di mungerlo (salvo poi calmierare le opere per tener alti i prezzi). Se uno stile funziona, diventa il logo dell’artista, reiterato in continue variazioni.

Ma quando l’arte viene contaminata dai fenomeni della moda, ne subisce anche gli effetti deleteri. E può succedere di fare la fine dei “formalisti zombie”, un’altra storia raccontata nel libro della Adam.

Intorno al 2010 in America diventano “caldi” alcuni giovani artisti (tra cui Jacob Kassay, Parker Ito, Lucien Smith, Hugh Scott-Douglas) che propongono versioni aggiornate e visivamente appaganti di astrazione minimalista. Un critico non molto benevolo, qualche tempo dopo, definirà le loro opere come «cose rettangolari bruciacchiate, esposte al sole, trascinate per le strade o trattate con qualche segretissimo reagente chimico», che appese alle pareti assomigliano a «un quadro astratto venduto a peso d’oro». Su questi artisti si sono buttati a capofitto gli speculatori esperti in “flipping”, cioè nel comprare e rivendere all’asta in brevissimo tempo artisti emergenti cercando di spuntare i grandi ricavi dalle quotazioni in rapida ascesa. E ci sono anche trucchi sporchi per simulare l’artista “promettente”: gli investitori acquistano opere di giovani artisti poco conosciuti a prezzi bassi; ne mettono all’asta una, rilanciano in modo da farne aumentare molto il prezzo, la fanno comprare da un complice e poi mettono all’asta le altre opere a un prezzo maggiorato, che sembra comunque “scontato” rispetto alla vendita record precedentemente “drogata”.

Due opere di Jacob Kassay, uno degli artisti che sono stati definiti “formalisti zombie”

Attorno ai “formalisti zombie” si forma una bolla speculativa che in brevissimo tempo gonfia le quotazioni a cifre a cinque zeri; gli artisti sfornano a getto continuo; le opere vanno a ruba nelle aste. Ma nel 2014 la bolla scoppia, le vendite e le quotazioni crollano: il “formalismo zombie” passa di moda, lasciando molti col fiammifero in mano.

L’ambigua fusione tra arte e finanza crea anche bizzare creature come ArtRank. L’idea viene nel 2009 a Carlo Rivera, un affabile californiano di origine argentine che aveva fatto esperienza con gli art fund, i fondi finanziari specializzati in investimenti d’arte. Si può trovare un metodo per valutare le potenzialità degli artisti emergenti, che non si basi quindi soltanto sulle quotazioni passate? Con l’aiuto di un ingegnere finanziario e di un esperto di big data, escogita un algoritmo che classifica gli artisti e ne prevede il valore, e lo lancia con un sito chiamato in un primo momento Sell you later, un gioco di parole subito sostituito col più “scientifico” ArtRank. Andando sul sito si trovano gli artisti raggruppati in varie categorie: da “compra sotto i 10 mila dollari” a “vendi” e “bluechip sottovalutate”. Ma come può funzionare un algoritmo che prevede il valore futuro di un artista in un mercato la cui caratteristica principale è l’opacità?

L’inquietante mancanza di trasparenza del mercato dell’arte dipende da vari fenomeni. Uno dei più interessanti è quello dei “porti franchi” dell’arte, grandi e raffinate strutture di stoccaggio, spesso collocate in punti strategici lontani dagli occhi del fisco, dove non solo le opere sono tenute al sicuro, ma possono essere oggetto di compravendite occulte. Il re di questi “supermagazzini per ultraricchi” è lo svizzero Yves Bouvier: la sua società di logistica d’arte ha strutture sofisticate a Ginevra e in Lussemburgo e aveva in progetto addirittura l’acquisto di un’isola sulla Senna a Parigi per farvi un altro dei suoi “supermagazzini”. Il progetto non è andato in porto perché nel frattempo era scoppiato uno degli affair più clamorosi del “dark side”. A farlo scoppiare è un altro personaggio pittoresco di quel mondo: il miliardario russo Dmitrij Rybolovlev. Grazie agli ingenti capitali accumulati, che aveva bisogno di “proteggere” dal governo russo e dagli avvocati divorzisti della moglie, tra il 2004 e il 2014 Rybolovlev compra due miliardi di opere d’arte tramite Bouvier. Tra queste, la più clamorosa è un dipinto attribuito a Leonardo da Vinci, il Salvator Mundi. Gli costa 127 milioni di dollari, ma l’attribuzione è assai incerta: nel 1958 erastato venduto all’asta per poche sterline come opera di un allievo di Leonardo, Giovanni Boltraffio, e nel 2005 era stata comprata per soli 1.175 dollari da un collezionista americano. Qualche anno dopo arriva la nuova, clamorosa ma contestatissima, attribuzione a Leonardo (celebrata con una mostra alla National Gallery di Londra) e l’acquisto da parte del magnate russo. Quando però, in un party dopo una partita del Monaco calcio di cui è proprietario, Rybolovlev viene a sapere che il passaggio di mano all’ombra discreta del “supermagazzino” aveva lasciato nelle tasche di Bouvier oltre 40 milioni di dollari, scatena la guerra legale e accusa di truffa Bouvier, che finisce pure un carcere per qualche giorno (per uscire deve sborsare 10 milioni di dollari di cauzione). Una sentenza del 2017 della corte d’appello di Singapore chiude una causa complicatissima e costosissima (a carico di Bouvier c’erano anche due falsi Picasso).

Il Salvator Mundi attribuito a Leonardo da Vinci

Il giallo del Salvator Mundi però continua (ed è raccontato in tutti i dettagli in questo articolo di Federico Varese per Internazionale): Christie’s lo vende nel 2017 per 450 milioni di dollari a un principe saudita che pare sia il famigerato Mohammed bin Salman coinvolto nell’assassinio in Turchia del giornalista Khashoggi (le aste non sono tenute a chiedere il nome del compratore). Poco dopo arriva da Abu Dhabi l’annuncio che l’opera verrà esposta nell’autunno del 2018 nella sede del Louvre recentemente inaugurata nell’emirato. Ma a poche settimane dall’evento il museo sospende la mostra e da allora del quadro non si sa più nulla.

Truffe, riciclaggio, evasione fiscale, falsi, attribuzione e vendite pilotate: The dark side of the boom offre ingredienti succulenti per storie da film come per esempio quelle raccontate in Velvet Buzzsaw, acida satira del mondo dell’arte americano (anche se guastata da una deludente trama horror). Ma non bisogna mai dimenticare che quel mondo, come notavo all’inizio, è un papero-coniglio, e che, ambiguamente fusa con la faccia “dark”, c’è anche anche la faccia “smart”. Per scoprirla bisogna passare dal cherchez l’argent al cherchez la femme ou l’homme: bisogna cioè andare a scoprire la passione, l’intelligenza e la creatività che un vero artista riversa sempre nel suo lavoro e conferisce senso e potenza metaforica a opere che guardate solo superficialmente risultano solo insignificanti trovatine.

I sacchi di Ibrahim Mahama, per esempio, non sono semplici sacchi di iuta: sono il mezzo più comune che ha a disposizione un intero popolo per trasportare merci, spesso cibi, e venderle nei mercati. Sono fabbricati in Asia e importati in Africa per il trasporto su scala internazionale di cacao, fagioli, riso, ma anche carbone. Bisogna guardarli con attenzione: ognuno di essi, coi suoi strappi e i rattoppi, i segni e le parole stampigliate, «racconta delle mani che l’hanno sollevato, come dei prodotti che ha portato con sé, tra porti, magazzini, mercati e città», spiega l’artista. Racconta «le condizioni delle persone che vi restano imprigionate e dei luoghi che attraversa». Per assemblare i sacchi, spesso Mahama collabora con decine di migranti provenienti da zone urbane e rurali in cerca di lavoro, senza documenti né diritti, vittime di un’esistenza nomade e incerta come quella dei sacchi. Cuciti assieme a nascondere quei bastioni che un tempo servivano per riscuotere i dazi sulle merci, diventano la metafora epica di un popolo che cerca di annullare i confini, un dramma che conosciamo bene. Il titolo dell’installazione è semplice: A friend.

È difficile per un artista d’oggi aggiungere qualcosa di significativo ai grandi maestri del passato. Pochi ci riescono. Ci vuole tempo, impegno, passione. E questo vale anche per chi con l’arte vuole arricchirsi la testa e il cuore, e non il portafoglio. Il “dark side” bisogna conoscerlo, ma per distinguere meglio il valore dalla valuta.

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