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Bivaccando nel groviglio

Dopo l’ultimo post mi sono fatto prendere la mano dal deep surfing e mi sono un po’ perso nel groviglio. Perciò, invece di tornare al campo base, ho deciso di bivaccare e raccontare come è nato questo blog.

La storia inizia un giorno di maggio del 2006. Sulla prima pagina di Repubblica – allora ero ancora un lettore piuttosto assiduo del giornale trovai uno strano scritto di Alessandro Baricco: era la prima puntata di un’originale feuilleton saggistico che parlava dei Barbari, una razza di mutanti culturali che sta invadendo, dall’interno, il nostro mondo. Non me ne persi una puntata (un po’ sulla carta, un po’ sul web e in seguito leggendo libro), perché toccava temi che mi appassionavano e lo faceva in un modo molto stimolante e provocatorio: con la sua ben nota abilità affabulatoria, Baricco spiegava il modo di pensare dei barbari quasi mimandolo; ma proprio l’efficacia retorica mi lasciava un retrogusto d’insoddisfazione.

E così, quando, un paio d’anni fa, decisi di riprendere gli articoli di sociologia della cultura che avevo scritto per la rivista Link, pensai di aggiornarli partendo proprio da un commento critico al “saggio sulla mutazione” (è questo il sottotitolo de I barbari, pubblicato da Feltrinelli nel 2008).

Mal me ne incolse!

Proprio come, per i barbari, un libro ha senso solo in quanto “sistema passante”, cioè esperienza che genera energia, movimento, accelerazione, così per me I barbari divenne un irresistibile “sistema passante”: mi scatenò la frenesia del surfer, ma di un tipo molto diverso da quello descritto da Baricco. I suoi barbari sono rivoluzionari della superficialità, refrattari all’insopportabile perdita di tempo di uno scavo in profondità: per loro conoscenza ed esperienza hanno senso solo se diventano sequenza, velocità, movimento ininterrotto. Come nel surfing, appunto. Il mio surfing sui generis invece era mosso da un’acribia tutta profondista, un desiderio di scavare, capire, cercare dietro le apparenze. Un surfing sotto la superficie, che ha riempito di letture e navigazioni oltre un anno di vita; e il mio computer di centinaia di files (commenti, schede di lettura, scoperte nel web, testi… Ne pubblicherò qualcuno prossimamente).

Ho capito così che la contrapposizione valoriale superficie-profondità attorno a cui ruota il saggio di Baricco non rappresenta due modi di conoscere radicalmente diversi, perché la conoscenza (come ho già accennato nella presentazione del blog) è sempre “surfing” cioè sequenza di segni, percorso di interpretazioni, surfing degli interpretanti nel groviglio.

Da qui è nata l’idea di deepsurfing.

Avevo dunque preparato tutto per aprire il blog quando, surfando in libreria, mi sono trovato sotto il naso La stanza intelligente di Weinberger. Altro che barbari! Il nuovo modo di conoscere non è superficiale, ma supersociale: grazie all’ipersemiosi, il surfing della conoscenza può diventare un enorme gioco di squadra! Ora potevo vedere in una luce migliore uno dei nodi che avevo cercato di dipanare. E così, invece di raccontare il groviglio esplorato a partire da I barbari, ho cominciato il blog parlando del libro di Weinberger. Sono riuscito a mantenere saldamente la barra del timone e ne ho distillato i cinque post pubblicati finora. Poi sono finito fuori rotta.

Ed ora eccomi qua, accampato in mezzo al groviglio.

Nell’ultimo post avevo esplorato la distinzione tra forma-libro e forma-web. Ed ero arrivato all’idea che la forma lunga tipica del libro non è affatto un modo obsoleto di rappresentare e comunicare la conoscenza. Non più di quanto lo può essere un sentiero nel bosco o la mappa di una regione poco conosciuta. Ma nelle argomentazioni di Weinberger avevo sentito altri punti pruriginosi che, dopo una grattatina, avevano mostrato altri fili e altri sentieri annodati al profondo del groviglio. 

Di sentiero in sentiero, mi sono ritrovato in mezzo a una gran matassa di nodi. (Situazione apparentemente opposta a quella necessaria al moto perpetuo del surfer barbaro; ma non se si considera che l’onda della semiosfera è frattale e che un deepsurfer è come Ant-Man e sa adattare le sue dimensioni ai vari livelli frattali della ricerca, muovendosi anche nella spuma microscopica di una sola idea).

Il primo nodo che ho cominciato a dipanare è un’idea suggerita en passant da Weinberger proprio all’inizio del capitolo sulla forma libro vs forma web: l’idea che sia stato il ragionamento basato sulle catene inferenziali della logica (il cui prototipo è  il sillogismo aristotelico) a portarci a identificare la conoscenza con la forma lunga e quindi a idolatrare il libro. C’è qualcosa che non va in questa idea, ma per capirlo bisognerebbe indagare il rapporto tra logos, logica, linguaggio e scrittura: un tema filosofico immenso! Lo avevo appena sfiorato citando Derrida. E allora, per fare un po’ di deepsurfing sul pensiero di Derrida, ho trovato un’utile mappa tracciata da Maurizio Ferraris con la sua Introduzione a Derrida.

Il logocentrismo contro cui teorizza Derrida è il frutto di una rimozione, la rimozione della scrittura come iscrizione, come traccia (che per Derrida svolge, in un certo senso la stessa funzione del trascendentale per Kant, è cioè condizione di possibilità dell’esperienza). La traccia di Derrida non è altro che il segno come pura differenza, come impossibilità della presenza assoluta del senso, come continuo rinvio a qualcosa che non c’è più.

Come si vede, la traccia di Derrida ci porta troppo lontano. Anche se Landow ne fa un profeta dell’ipertesto e se il primo capitolo della Grammatologia s’intitola “La fine del libro e l’inizio della scrittura”, Weinberger ha fatto bene a tenersene alla larga parlando della forma libro. Ma c’è dell’altro.

Psicanalizzando” la filosofia occidentale e facendo emergere la grande rimozione della scrittura-traccia, Derrida ha messo a nudo una gerarchia nascosta di valori. All’inizio della Grammatologia Derrida lo dice chiaramente: il logocentrismo, “metafisica della scrittura fonetica”, è “il più originale e il più potente etnocentrismo”. Ecco, io credo che questa decostruzione etico-politica della razionalità greca (platonica) rischi di confondere la giusta demistificazione della metafisica con l’assurda idea che la logica – se non, addirittura, la stessa scrittura alfabetica! – sia uno strumento di dominio dell’Occidente. Ma anche questa ha l’aria di essere un’altra matassa impegnativa.

Il mio istinto di deepsurfer mi suggerisce perciò di tornare indietro, risalendo il filo sino al nodo citato prima: è davvero il ragionamento inferenziale-sequenziale ciò che origina la forma lunga del libro e che è stata messa in una crisi salutare dalla reticolarità del sapere?

Lascio la domanda in sospeso perché, per ora, rimango qui, a bivaccare. Aggiungo solo un’osservazione, o meglio una meta-osservazione. Nel groviglio mi vien naturale procedere a tentoni: mi lascio condurre dalla curiosità, dall’istinto e dalle mie incerte mappe ipotetiche; ma poi torno indietro, se il filo sembra portarmi lungo un sentiero troppo divergente. Non è tanto per prudenza o paura di perdermi, ma per mantenere un controllo sulla mappa che sto cercando di tracciare, una coerenza nell’esplorazione del labirinto.

Credo che sia questo il deep del mio surfing: un esplorazione controllata del labirinto.

Sentieri senza guard-rail

Nel post precedente ho analizzato il senso soggettivo della fluidità della conoscenza, cioè il modo in cui l’ipersemiosi trasforma la produzione di senso e i processi comunicativi nella società: i soggetti istituzionali e le gerarchie epistemiche tradizionali si stanno disgregando in una democrazia con le caratteristiche di uno small-world network.

La fluidificazione della conoscenza ha però un impatto ancora più evidente in senso oggettivo, cioè nel corpus dell’enciclopedia: qui l’effetto dell’ipersemiosi introdotta dalla Rete è l’effettiva, concreta destrutturazione dei contenuti del sapere. Effettiva e concreta, perché, come ho già detto dei precedenti post, la conoscenza-cultura-enciclopedia è ed è sempre stata essenzialmente reticolare.

La natura disgregatrice della rete e l’imponente fenomeno della parcellizzazione dei contenuti, da tempo sotto gli occhi di tutti, sono dovuti alla sua natura fondamentalmente ipertestuale. Una natura che è stata teorizzata ben prima del diffondersi del Web: da Vannevar Bush e da Ted Nelson a livello di progetto tecnologico, da Roland Barthes a livello di teoria letteraria e, in un ambito filosofico più generale, da Jacques Derrida e da Gilles Deleuze e Felix Guattari col concetto di rizoma. Questa quasi profetica “convergenza” tra aspetti teorici e progetti tecnologici è stata ben esplorata da George Landow in Ipertesto. Il futuro della scrittura, un libro uscito oltre vent’anni fa che contiene molte delle idee sui limiti del medium libro e i pregi del medium rete di cui parla Weinberger (anche se in Landow manca del tutto l’aspetto sociale della conoscenza in rete, che rappresenta un tema fondamentale de La stanza intelligente).

In particolare Landow vede in Derrida il più acuto teorico della fine del libro: “La fine della scrittura lineare è esattamente la fine del libro”, scriveva il filosofo francese nel 1967 (De la Grammatologie). E nelle opere successive insisterà sul concetto di straripamento (débordement) dai confini del testo e sulla dissoluzione della sua unità come corpus. Anche se quello di Weinberger non è un libro di filosofia, sorprende che, dopo aver dichiarato che il web è una conferma del postmodernismo di Derrida, non vi faccia alcun riferimento quando tratta il tema della grande mutazione del Libro.

Weinberger affronta questo tema analizzando la “forma lunga” del libro e mettendola a confronto con la “forma-web”. Abbiamo già visto che la differenza più importante tra il Libro e la Rete è nel modo di filtrare la conoscenza. Qui però lo scopo è chiarire come funziona il ragionamento in forma lunga del medium libro per capire cosa perdiamo in seguito alla fluidificazione introdotta dalla Rete. La tesi principale è questa:

il sapere tradizionale è stato un parto casuale della carta”. Il medium libro “presenta vantaggi straordinari, ma ha anche delle caratteristiche che involontariamente hanno limitato e plasmato la conoscenza. (…) Pensare che la conoscenza sia strutturata in forma di libro è come stupirsi che un sasso stia così bene nella sua buca in terra”.

I limiti del medium libro sono la sua chiusura, cioè la definitività fisica che induce anche una definitività concettuale, la sua sequenzialità rigidamente stabilita e gerarchizzata; la compressione delle idee in “sentieri lunghi e stretti” e la concezione della conoscenza come un’impresa personale e solitaria.

In realtà la forma della conoscenza non esiste, perché, come dimostra la rete, la conoscenza non ha confini e non sta mai ferma. E “il pensiero non è mai personale. Né dovrebbe esserlo”.

Abbiamo già visto che questa tesi non è affatto rivoluzionaria: la conoscenza-cultura-enciclopedia è da sempre un reticolo rizomatico. Lo riconosce in fondo anche Weinberger, quando descrive “la vita del sapere dopo che è stato deposto dal suo scaffale” e immesso nella rete:

Viene citato a sproposito, degradato, migliorato, incorporato, fatto circolare attraverso migliaia di incomprensioni e assimilato fino a che non è reso invisibile. È sempre stato così. Oggi possiamo vederlo in presa diretta.

La presa diretta è appunto l’ipersemiosi: la manifestazione concreta, socialmente evidente ed effettiva, della natura reticolare del sapere. Il suo effetto più vistoso, come abbiamo visto, è la desautorazione delle mediazioni culturali, compresa l’erosione dell’autorialità.

Alla fine, la differenza sostanziale tra la forma-libro e la (non) forma-web ci riporta al ruolo dell’autorità epistemica, che è anche il cuore del concetto di filtro. La forma-web infatti “cambia la natura delle autorità”: non ci sono più “punti fermi” stabili e definitivi, perché “la catena dell’autorità non ha fine”. “L’autorità viene semmai definita in termini più funzionali” come “la pagina in cui decidiamo di non cliccare alcun link”.

Weinberger sta ben attento a non cadere nel “tecno-determinismo secondo cui la tecnologia ha solo un risultato”. Perciò non sostiene affatto che dobbiamo rinunciare alla forma lunga e ai suoi pregi; ci invita invece ad imparare a usare meglio la rete perché “oggi il sapere è la ragnatela informe di connessioni al cui interno vivono le espressioni delle idee”.

La sua scelta di campo comunque è dichiarata: dato che gli apocalittici come Jonathan Carr hanno già molto insistito sui valori della conoscenza tradizionale che rischiamo di perdere, preferisce argomentare da integrato, a favore della non-forma-web, perché “il networking della conoscenza potrebbe insegnarci che tutto il mondo assomiglia più a una ragnatela informe, aggrovigliata e incontrollabile, che a un’argomentazione ragionata”.

Tuttavia in questa positiva difesa del nuovo, la sua fede postmodernista rischia di sottovalutare il ruolo del vecchio.

È indubbiamente vero che “le opere in forma lunga (…) fanno ordine nel guazzabuglio di idee che vogliono chiarire, ma imponendo una disciplina che tiene lo sguardo del lettore fisso sul percorso che traccia l’autore”. Tuttavia credo sia importante ribadire che i sentieri e la disciplina (che troviamo nei buoni testi in forma lunga) sono la mappa faticosamente elaborata da esploratori che hanno navigato in quei territori della semiosi. Per un lettore avveduto non dovrebbe mai essere un’imposizione, ma un ausilio per l’orientamento, benché provvisorio e aperto a modifiche e integrazioni.

Per questo, i testi lunghi, le porzioni di semiosi gerarchicamente organizzate (le strutture arborescenti o dizionariali all’interno del rizoma), non sono una zavorra che impedisce la libertà e la creatività del pensiero, ma i preziosi grumi della conoscenza fluida, che rendono più solida la grande ragnatela della cultura pur consentendole tutta la plasticità necessaria.

Una volta compreso che non sono infrastrutture definitive e immutabili, possono essere usate nel modo più naturale, come sentieri battuti, ben segnati e sempre percorribili da chiunque lo voglia, ma senza più guard-rail. Da quei sentieri si può uscire in ogni punto e tracciare nuovi percorsi tra le illimitate connessioni della rete. Oggi è molto più facile farlo. Ma è saggio non cancellare i sentieri. E non  buttar via le mappe.

Lo Small-World della Ragione e la difficile democrazia della reputazione

Nell’ultimo post ho sostenuto che il networking della conoscenza di Weinberger può essere visto come una fluidificazione della conoscenza: l’ipersemiosi tende a trasformare la cultura in un grande, fluido ipertesto a cui contribuisce l’intera società. Fluido, non liquido; perché la metafora della liquidità (resa famosa in sociologia da Bauman) in questo caso è troppo imprecisa: nell’acqua c’è un continuo sfarfallamento di molecole tutte uguali; qui invece è meglio pensare a un fluido gelatinoso, pieno di grumi, come quello da cui cui è composta la materia vivente.

La conoscenza è fluida in due sensi: un senso soggettivo, che fa riferimento al carattere fondamentalmente sociale del networking della conoscenza; e un senso oggettivo, che fa riferimento alla destrutturazione dei contenuti del sapere della conoscenza-in-rete (di cui parlerò nel prossimo post).

La fluidità in senso soggettivo corrisponde al carattere “grumoso” della rete evidenziato anche da Weinberger (vedi Post 2). La rete è fatta di “miliardi di sottoreti”, “grumi di persone, pagine e strumenti che le conferiscono gran parte del suo valore come luogo di informazione, comunicazione e socializzazione”. Questo carattere grumoso del Web non è un caso, ma un’importante caratteristica di molti fenomeni reticolari.

Come ha mostrato Mark Granovetter (“The Strength of Weak Ties”, 1973) la nostra società è una rete formata da tanti gruppi, piccoli cluster fittamente interconnessi, collegati l’uno all’altro da pochissimi legami deboli, stabilitisi tra persone che appartengono a diverse cerchie di amici: sono questi legami deboli a rendere possibile il famoso fenomeno dei sei gradi di separazione. Watts e Strogatz (“Collective dynamics of ‘small-world’ networks“,1998) hanno scoperto che questa struttura a small-world è la caratteristica topologica fondamentale delle reti complesse. Albert-Laszlo Barabasi (“Emergence of scaling in random networks”, 1999) ha mostrato che è anche la struttura del Web, nel quale i link tra i nodi non sono distribuiti casualmente ma tendono a concentrarsi in nodi ad altissima connettività, detti hub, il cui grado di distribuzione segue una legge di potenza. Questo fenomeno di clustering è fondamentale per la robustezza della rete. Nella società gli hub corrispondono a quelli che Malcolm Gladwell (Il punto critico, 2000) ha definito connettori. (La storia affascinante della ricerca sulle reti è in Barabasi, Link. La scienza delle reti, 2004)

Clay Shirky, nel suo bel libro sulle potenzialità auto-organizzative della società in rete (Uno per uno, tutti per tutti. Il potere di organizzare senza organizzazione, 2009), sostiene che “le reti basate su piccoli mondi agiscono come amplificatori e filtri dell’informazione” e che questo squilibrio, tipico dei social media “fa crescere i grandi sistemi sociali piuttosto che danneggiarli”.

Dal punto di vista della conoscenza, i grumi sociali della rete sono ambivalenti: sono sicuramente un punto di forza, ma sembrano avere anche effetti negativi. Il punto di forza è la coesione interna, il fatto di condividere una larga base comune, che consente discussioni più proficue e ragionevoli; l’effetto negativo è la tendenza a polarizzare le convinzioni e formare quelle che sono state definite “camere d’eco” (Cass Sunstein) o “bolle” (Eli Pariser).

Secondo Weinberger questa ambivalenza è irriducibilmente connaturata al nuovo modo di conoscere introdotto dalla Rete. In particolare la rete dimostra che “non impareremo mai a discutere tra noi in modo ragionevole, giungendo a conclusioni unitarie. Siamo destinati a dissentire su tutto”. Perciò dobbiamo abbandonare l’idea che, da Socrate ad Habermas, ci ha accompagnato per millenni, secondo la quale “la via verso la verità e la conoscenza passa attraverso incontri aperti e ragionevoli con le persone da cui si dissente”:

L’unico posto dove ritroviamo il tipo di discussioni razionali … è all’interno di una camera d’eco”. E anche se “dobbiamo continuare a trovare il modo di accogliere più diversità” e “guardarci dalle trappole psicologiche delle camere d’eco (…) internet ci mostra che il vecchio ideale del Salotto della Ragione esiste solo all’interno di una città con milioni di altri salotti che ci sembrano sbagliati (…) questa frammentazione è proprio ciò che l’Età della ragione pensava potessimo superare. Oggi però abbiamo prove sufficienti per dire che non è così. E questa prova è la rete stessa”.

Qui è evidente l’infuenza di Derrida e del postmodernismo. Ma, come ho già accennato nel Post 1, la frammentazione irriducibile delle differenze stride con molte idee dello stesso Weinberger.

A mio avviso, se la rete della conoscenza è una rete small-world, quei milioni di salotti non sono mai compartimenti stagni, “camere d’eco” isolate, perché le proprietà di uno small-world network dipendono dai connettori. (Banalmente anche le grandi testate di informazione, dentro o fuori la rete, sono antidoti alle camere d’eco). Ed è proprio questa la situazione in cui meglio si sviluppa la potenzialità della rete: una rete non molecolare, ma prevalentemente “molare”, fatta di grumi interconnessi. Quindi la conoscenza-in-rete non è un Salotto della Ragione in mezzo a milioni di altri salotti con altre ragioni inevitabilmente incompatibili, ma uno Small World della Ragione, nel quale le dinamiche sono quelle della semiosi, non quelle della deriva: usando concetti presi a prestito da Peirce (ma senza alcun intento filologico), i grumi infatti possono essere descritti in termini habit; e i connettori come persone e idee che svolgono la funziona di interpretanti.

Un habit è un punto d’arresto, provvisorio e congetturale, della semiosi (cioè del processo potenzialmente infinito di intepretazione). Ma possiamo anche intenderlo come un ambito di credenze socialmente condivise e sufficientemente stabili da permettere di approfondire la conoscenza su quella base comune. In questo senso possiamo considerare gli habits come le controparti epistemiche degli small-worlds. Gli habits sono sempre soggetti a revisioni, perché, come gli small-world non sono ermeticamente chiusi: è sempre possibile che un interpretante funga da connettore e li apra al processo di semiosi illimitata. L’interpretante è un’idea che attraversa i confini, è essenzialmente un traduttore, proprio come il connettore: traduce una “micro-cultura” in un’altra, mette in contatto i grumi, porta qualcosa di nuovo.

Un gruppo omogeneo, come scrive Shirky, ha un alto capitale sociale di bonding, cioè fitte connessioni interne e fiducia reciproca; ma ha bisogno anche di un capitale di bridging, cioè di far crescere i link tra gruppi eterogenei:

Probabilmente l’aspetto più significativo dei nuovi strumenti sta nell’accresciuta influenza dei connettori. La coesione di una grande rete sociale dipende più dall’aumento di link dei connettori che dall’aumento dei numero di link del membro medio.

Come ha dimostrato il sociologo Ronald Burt (“The Social Origins of Good Ideas”, 2002) è il bridging che porta buone idee: la maggior parte delle buone idee arriva da persone che coprono “buchi strutturali”.

Tra apertura e chiusura c’è una delicata dialettica che è fondamentale anche per l’intelligenza collettiva (vedi Post 2) analizzata da Surowiecki:

L’ideale sarebbe che gli individui si specializzassero e acquisissero delle competenze locali … ma che al tempo stesso potessero unire questo competenze e le loro informazioni private in un unico insieme collettivo. Google funziona così. (…) un sistema decentrato produrrà risultati veramente intelligenti solo se esiste un meccanismo che consente di riunire le informazioni di tutti. 

Weinberger sa bene tutto questo: infatti un intero capitolo de La stanza intelligente è dedicato all’importanza e ai limiti della diversità, ed elenca pragmaticamente le tattiche utili per valorizzarne gli aspetti positivi e ridurne quelli negativi. In sintesi:

C’è un giusto grado di diversità”, che “dipende in modo cruciale dal contesto”; “Non ogni diversità è uguale”: la diversità utile, creativa deve riguardare “visioni (prospettive) diverse del mondo e tecniche (euristiche) differenti per affrontare i problemi”; “la diversità funziona meglio quando ci sono degli obiettivi condivisi”; ci vogliono dei moderatori umani perché “non esiste una quantità giusta e prefissata di diversità”; è importante “consentire alla discussione di biforcarsi” (cioè quando le contrapposizioni diventano troppo forti, creare un altro gruppo di dialogo).

Weinberger fa notare che tutte queste tattiche sono approcci riduttivi, che hanno controindicazioni. La più grave è il già ricordato fenomeno delle camere d’eco in Rete, che non solo ostacola il confronto, ma contribuisce a polarizzare le posizioni (cfr. anche Ethan Zuckerman). Insomma, secondo Weinberger la Rete dimostra che la fiducia illuministica in una “sfera pubblica” della Ragione è un’utopia. Non possiamo superare la frammentazione.

Temo che Weinberger razzoli bene, ma predichi male: fa una saggia professione di realismo quando descrive la Rete come una cacofonia di disaccordi anche radicali; ma sbaglia a interpretare tutto questo come una conferma delle idee di Derrida. Il fatto che nella realtà ci sia sempre attrito non ci ha impedito di scoprire le leggi fondamentali del moto e di usarle quotidianamente.

Bisogna tuttavia riconoscere che il pensiero postmoderno coglie un nodo teorico importante: il rapporto tra conoscenza e potere, il potere nascosto nel sapere, cioè il fatto che la conoscenza tradizionale aveva una struttura oligarchica costruita su evidenti rapporti di autorità. La rete ha certamente contribuito a eroderne le strutture. E questo offre un buon motivo per sostenere, come fa Weinberger, che internet dimostra “che i modernisti avevano ragione”.

Da questo punto di vista pensiero postmoderno e conoscenza-in-rete potrebbero sembrare la fase giacobina di una Rivoluzione francese del sapere: una democrazia radicale delle opinioni abbatte il vecchio status quo dei privilegi epistemici al motto di “Anything goes” (copyright Paul Feyerabend).

In questo modo si rischia però di identificare la deriva decostruzionista con una deriva anarchica. La conoscenza fluida non è tale perché è libera da gerarchie di autorità e reputazioni. Anche oggi, alla fine, dobbiamo fidarci di qualcuno o qualcosa: ma il nostro compito è più difficile perché abbiamo la responsabilità di scegliere dove fermarci, a chi/cosa dare fiducia. Per questo oggi fiducia e reputazione sono più importanti che mai. Canoni, autorità e reputazioni non scompaiono, ma si trasformano: tendono a distribuirsi in maniera non uniforme (probabilmente secondo leggi di potenza) e soprattutto in maniera sempre meno stabile.

L’effetto di questa trasformazione equivale a maggiore complessità. La conoscenza-in-rete, come la democrazia, è più complessa della vecchia oligarchia culturale: il potere non è più fossilizzato e concentrato com’era un tempo, ma si disperde in una miriade di grumi. Oggi è un potere più diffuso, continuamente revocabile e modificabile; in una parola: fluido.

Weinberger coglie un punto importante sul nuovo paesaggio dell’autorevolezza e della reputazione: il ruolo decisivo dei metadati come indici di autorevolezza:

in un ambiente di pubblicazioni abbondanti e senza permessi, i metadati (informazioni sulle informazioni) diventano più importanti che mai. (…) in rete abbiamo bisogno di più metadati sull’autorevolezza delle opere di quante le istituzioni accreditate ne possano fornire.

Imparare a usare filtri e metadati è il compito fondamentale che ci aspetta. La nuova alfabetizzazione, come insegna Howard Rheinold, oggi passa da qui. In fondo non è altro che il buon vecchio “crap detector” di Hemingway, il “sensore di boiate” (come lo traduce Luca De Biase, che cita le regole pratiche proposte da Rheingold).

La conoscenza nell’era dell’ipersemiosi ha bisogno non di uno, ma di molti “sensori di boiate”. Ne abbiamo già alcuni, sia algoritmici, sia sociali. Altri ne arriveranno. Dobbiamo imparare a usarli. E insegnare a tutti come usarli al meglio.

Ipersemiosi e conoscenza fluida

La trasformazione culturale che sta investendo il nostro modo di conoscere è dovuta al networking della conoscenza, cioè all’interconnessione a larghissima scala e in tempo reale che collega potenzialmente tutto con tutto: persone e contenuti (testi, immagini, audio-video), in tutti i modi (“idee a idee, persone a idee, persone a persone”).

Questo è, a mio avviso, il nucleo concettuale fondamentale nel libro di Weinberger che ho cominciato ad analizzare nei precedenti post.

Weinberger ha messo in evidenza altre importanti differenze tra il nuovo medium Rete e il vecchio medium Libro: il diverso modo di filtrare; la dematerializzazione dei supporti della conoscenza che ne elimina la scarsità; la progressiva desautorazione delle autorità espistemiche e la nebulizzazione della competenza; il carattere inclusivo e aperto alle differenze. Con una serie di aggettivi: la conoscenza-in-rete è ampia, interconnessa, senza recinti e permessi, pubblica e condivisa, irrisolta.

Nell’ultimo post ho sintetizzato l’idea della nebulizzazione della competenza (quella che Weinberger chiama “expertise of clouds”) dicendo che la competenza, l’intelligenza, la conoscenza che per secoli abbiamo considerato proprietà essenzialmente individuali, stanno diventando anche – e forse soprattutto – proprietà della rete.

Ora vorrei rendere esplicito l’assunto contenuto in questa affermazione: la semiosi, cioè il processo di costruzione (e sedimentazione) del senso che ci permette di conoscere e comprendere, è contemporaneamente “interna” ed “esterna” al soggetto, individuale e sociale; ma la Rete sta rendendo sempre più esplicito e importante il versante sociale. La conoscenza è sempre meno un’impresa individuale e sempre più un’impresa sociale condivisa.

È questo l’aspetto più significativo della “crisi della conoscenza” descritta da Weinberger. Ed è dovuto al fatto che la diffusione delle tecnologie di Rete, modificando contemporaneamente il modo in cui conosciamo e il modo in cui comunichiamo, sta fondendo sempre più intimamente conoscenza e comunicazione, e sta quindi trasformando il modo in cui il sapere si forma e si distribuisce nella società; o, in altre parole, il modo in cui individui e gruppi sociali partecipano alle dinamiche della semiosi.

Alla base c’è un potenziamento tecnologico, mai prima raggiunto, delle possibilità concrete di stabilire relazioni, sia semiotiche (link tra contenuti), sia sociali (collegamenti mediati tra persone). La Rete infatti è allo stesso tempo:

a) sistema di comunicazione totale (che fonde assieme le vecchie modalità one-to-many e one-to-one con la nuova many-to-many);

b) supporto tecnologico che rende possibile una specie di semiosi artificiale: un modello, in scala ridotta, della cultura secondo la concezione di Umberto Eco: l’enciclopedia semiotica.

Dal punto di vista della comunicazione (a), l’aspetto decisivo del meta-medium Rete è la recente diffusione a larga scala di quella forma ibrida di stampa e conversazione asincrona (many-to-many) che ha portato all’auto-produzione di massa (User Generated Contents): è quella che Manuel Castells ha definito mass self-communication. Comprende i vari tipi di social media (social network, blog, wiki) che si è soliti indicare con la formula generica di Web 2.0. La possibilità che oggi tutti hanno di partecipare al dialogo pubblico è il presupposto che rende intelligente la “stanza intelligente” di Weinberger.

Dal punto di vista della conoscenza (b), l’aspetto a mio avviso più significativo della Rete è il fatto che la sua infrastruttura consente di realizzare una specie di ipersemiosi grazie ai nuovi filtri forward (vedi post precedente) come Google Search, i sistemi di tagging collaborativo, i sistemi di ranking e rating, i sistemi wiki. Ognuno di questi strumenti è, in misura diversa, un ibrido tecno-sociale (come Clay Shirky ha definito Wikipedia) che “potenzia” la dinamica della cultura e della conoscenza.

Un modo efficace e molto “ipersemiotico” per dimostrare il carattere tecno-sociale dell’ipersemiosi è quello realizzato con questo video su Youtube dal “digital ethnographer” Michael Wesch (“Web 2.0: The machine is us/ing us”, 2007).

Come tutti i modelli, la semiosi tecno-sociale realizzata dal Web ha degli ovvi limiti: non tutto è in rete, non tutti hanno accesso alla rete, non tutte le relazioni segniche possono essere tradotte nelle pagine, nei contenuti, nei filtri e nei link della rete (di fatto link e tag sono artifici semiotici molto limitati rispetto alla complessità e alla flessibilità di un processo di interpretazione). In compenso, la rete è un potenziatore straordinario di semiosi: qualunque contenuto digitale, nuovo o già esistente, può essere messo in rete da chiunque e/o collegato immediatamente da chiunque a qualunque altro contenuto, in qualunque altro punto dell’enciclopedia; la velocità di collegamento è istantanea, la crescita di contenuti e link esponenziale.

Weinberger ha ragione quando dice che la conoscenza è una proprietà della rete e che la rete sta modificando la nostra idea di conoscenza, avvicinandola al modo in cui essa funziona realmente. Ma questo è vero perché è la cultura in generale ad avere una struttura reticolare: la cultura è da sempre una “ragnatela interconnessa di idee”, cioè semiosi ed enciclopedia (nel senso definito da Eco). La Rete ha soltanto messo in evidenza e, soprattutto, ha potenziato le dinamiche semiotiche della cultura; e lo ha fatto sovrapponendo, in un certo senso, alla reticolarità semiotica “naturale” della cultura, una struttura artificiale che produce, riproduce, modifica, mette in circolo un’enorma quantità di testi. E questa ipersemiosi credo spieghi bene la trasformazione che Weinberger chiama “networking della conoscenza”.

In sintesi: tutta la cultura sta diventando un unico ipertesto globale; la tecnologia sociale sta creando un’ipersemiosi; la conoscenza sta diventando fluida.

La fluidificazione della conoscenza indica la sua trasformazione accelerata dal suo carattere di sistema al suo carattere di processo. Il medium libro tendeva a fossilizzare la semiosi-cultura in sistema; il medium rete tende a valorizzare il suo farsi, il suo carattere biologico, vivente.

In altre parole: la conoscenza tende a diventare conversazione potenzialmente ininterrotta e illimitata (come la semiosi che la contiente).

Weinberger e la mediazione culturale nebulizzata

Dalle nostre parti “conoscenza”, “sapere” e “cultura” sono largamente sentite come parole antitetiche a “internet”, “web”, “Google”. La vecchia contrapposizione tra apocalittici e integrati compie tra poco mezzo secolo (il libro di Eco è del 1964!), ma è dura a morire. E non è un caso: anche in questi anni stiamo vivendo una vasta trasformazione del paesaggio culturale in coincidenza con la diffusione di un nuovo medium (allora erano i fumetti, le canzonette, la televisione; oggi sono i social networks, Youtube, la Rete). Ancor più che gli entusiasmi degli integrati tecnofili, la trasformazione tende a suscitare le preoccupazioni e le deprecazioni degli apocalittici tecnofobi (una parte importante del pensiero filosofico novecentesco ha elaborato un’immagine della Tecnica come contrapposta per essenza al Pensiero. Cfr Nacci, Pensare la tecnica). E così, inevitabilmente, la discussione si polarizza.

Per questo sono convinto che La stanza intelligente di Weinberger (di cui ho cominciato a parlare nel precedente post) possa avere un effetto salutare.

Il libro esordisce con un titolo che un apocalittico approverebbe senz’altro: “la crisi della conoscenza”. Tuttavia, secondo Weinberger, questa crisi può essere elencata sia tra le paure degli apocalittici, sia tra le speranze degli integrati: “Viviamo allo stesso tempo una crisi e un’esaltazione epocale della conoscenza”.

Certo, l’ambivalenza è tipica della krisis, nel suo senso etimologico e più vero di “passaggio”. Weinberger però ha in mente un aspetto preciso di questo passaggio epocale: un “cambiamento dell’infrastruttura del sapere sta alterando la forma e la natura della conoscenza”. La crisi della conoscenza è dovuta a questo cambiamento infrastrutturale, cioè al passaggio dal mezzo di comunicazione che ha incarnato per millenni il sapere, i libri, a un nuovo mezzo completamente diverso, internet. La tesi principale dell’autore è infatti che “la conoscenza è oggi una proprietà della rete”.

Qual è la differenza profonda tra le forme di sapere che i due media incarnano? Secondo Weinberger è nel modo in cui gestiscono uno dei problemi più eclatanti del nostro mediascape (tanto eclatante da essere ormai diventato una “condizione culturale”): l’overload informativo. O meglio – dato che, come ha spiegato Clay Shirky, il problema non è il sovraccarico ma l’efficienza dei filtri – la differenza è nel modo in cui filtrano l’overload: la conoscenza in forma-libro filtra escludendo; la conoscenza in forma-rete filtra includendo ed evidenziando.

Sintetizzo così il ragionamento di Weinberger: fin dai tempi di Platone la conoscenza ha sempre funzionato come un setaccio che separa l’episteme dalla doxa: si faceva un lavoro impegnativo e specializzato per selezionare il grano dal loglio (Weinberger lo chiama filter out); oggi invece il problema si risolve senza eliminare niente, anzi continuando ad aggiungere, ma evidenziando il grano dentro il loglio, ad esempio portandolo in testa alla classifica dei motori di ricerca (Weinberger lo chiama filter forward). Nell’epoca dello spazio limitato del medium carta, il filtro agiva preventivamente, in maniera invisibile, sulla base di autorità istituzionali: era un filtro selezionatore. Nell’epoca dello spazio illimitato della rete il filtro agisce dopo, in maniera visibile, sulla base di algoritmi ingegnosi e/o di preferenze estratte dalle reti sociali: è un filtro evidenziatore.

Obiezione dell’apocalittico: bel cambiamento, affidare la qualità delle opere d’arte e la veridicità dell’informazione e della scienza agli algoritmi di Google o, peggio ancora, ai “like” di Facebook o ai consigli dei blogger!

In effetti l’esautorazione della mediazione culturale è la più vistosa conseguenza socioculturale di questo passaggio dal “conoscere riducendo” al “conoscere includendo”. Gli effetti problematici sono già sotto i nostri occhi nel campo del giornalismo e dei consumi culturali, ma hanno ripercussioni evidenti anche per la scuola e la politica.

Tuttavia bisogna evitare un facile fraintendimento. Non si tratta di buttare a mare la Scienza e l’Arte, e di lasciare decidere alla popolarità in Rete cos’è vero e cos’è bello. L’ipotesi che Weinberger prefigura (con una certa dose di visionarietà e ottimismo da utopista) è quella di un’arte, un’informazione e una scienza che aprano a tutti i propri laboratori, perchè nella Rete quei laboratori possono avere spazi illimitati. Questo non significa tanto che ognuno ha il proprio canone e la propria verità (anche se le tendenze postmoderniste dell’autore potrebbero talvolta farlo pensare); quanto piuttosto che tutti possono controllare tutto e che tutti possono esprimere la propria opinione su tutto. Tra milioni di occhi curiosi è più facile che ci sia anche quello che vede l’errore in un piccolo punto, che scopre un’analogia tra dettagli apparentemente lontanissimi, che ha un improvviso lampo di genio in un angolo nascosto del quadro complessivo.

L’enorme, potenzialmente illimitata massa di opinioni connesse in rete (la connessione è essenziale) costituisce quella che Weingerber chiama l’expertise delle nuvole. Il filtro evidenziatore funziona proprio perché la Rete, ampia, aperta e trasparente, consente questa nuova forma di competenza che potremmo definire competenza nebulizzata; la quale corrisponde bene all’intelligenza collettiva descritta da James Surowiecki, nel suo La saggezza della folla. Ma attenzione: la saggezza non è una proprietà della “folla” in sé, ma del collettivo con certe caratteristiche.

Per Surowiecki l’intelligenza collettiva funziona se il gruppo soddisfa quattro condizioni:

diversità di opinione (ognuno ha qualche informazione che gli altri non hanno, anche se si tratta semplicemente di un’interpretazione stravagante di fatti noti a tutti); indipendenza (le opinioni di una persona non sono condizionate da quelle degli altri); decentramento (specializzazione e capacità di sfruttare conoscenze specifiche); e aggregazione (esiste un meccanismo capace di trasformare un giudizio personale in una decisione collettiva).

Ma queste, guarda caso, sono caratteristiche tipiche di Internet, la Rete delle reti: eterogenea, decentrata, libera, composta da reti e sottoreti.

Infatti per Weinberger è la rete che conferisce all’expertise delle nuvole le sue proprietà. Ne elenca cinque: la Rete – e la “folla” connessa in rete – è:

1) potenzialmene illimitata; 2) estremamente eterogenea (in particolare per i modi di pensare e per le competenze); 3) “grumosa”, cioè “fatta di miliardi di sottoreti (…) sono questi grumi di persone, pagine e strumenti a conferire alla rete gran parte del suo valore come luogo di informazione, comunicazione e socializzazione”; 4) “cumulativa”: conserva tutto e accumula non solo contenuti, ma anche link tra i contenuti, essenziali per rendere i contenuti utilizzabili e ricchi di contesto; 5) funzionante a qualsiasi scala: “le complesse interazioni multidirezionali consentite da internet fanno in modo che le reti di esperti possano essere più intelligenti della somma dei loro partecipanti”.

La saggezza non è della folla, ma della folla nella rete. È questa la “stanza intelligente”. Il titolo dell’edizione italiana è suggestivo, ma stonato, perché sembra alludere all’idea di un superorganismo intelligente al di fuori e al di sopra degli uomini. Un’idea che Weinberger rigetta esplicitamente:

in un mondo collegato in rete la conoscenza non vive nei libri o nelle teste ma nella rete stessa. Non che la rete sia un supercervello o sia destinata a sviluppare una coscienza: niente di tutto questo. Internet piuttosto consente ai gruppi di sviluppare idee meglio di quanto possa farlo ogni individuo; questo sposta la conoscenza dalla testa dei singoli all’interconnessione del gruppo.

 La competenza, l’intelligenza, la conoscenza che per secoli abbiamo considerato proprietà essenzialmente individuali, stanno diventando anche – e forse soprattutto – proprietà della rete.

La parola “anche” è cruciale per non travisare il senso del discorso svolto fin qui. L’errore tipico della polarizzazione tra apocalittici e integrati è pensare la questione come un aut-aut. Le argomentazioni di Weinberger si basano invece su una logica et-et, che del resto è anche la logica della rete, per sua natura inclusiva e non esclusiva. Questo significa che il modello della mediazione culturale tradizionale non dovrà essere abbandonato, che “i titoli accademici continueranno a contare” e che sarà sempre importante fare “attenzione alle credenziali”. Ma tutto ciò andrà integrandosi nella rete, la quale, a sua volta, “sta sviluppando le sue istituzioni”.

La forma-libro non sarà distrutta dalla forma-rete della conoscenza: verrà integrata in essa.

Stanza intelligente o ipersemiosi?

Il sapere nell’era della conoscenza-in-rete

Inauguro il mio blog parlando di un libro importante, appena uscito in Italia, che è un ottimo esempio di deep surfing: scorrevole e profondo allo stesso tempo; aperto e stimolante nonostante l’antiquato (?) formato cartaceo.

Il libro è La stanza intelligente. Lo ha scritto David Weinberger, un “filosofo di internet”, esperto di new media ad Harvard, che ha già dato contributi autorevoli come il famoso Cluetrain Manifesto ed Elogio del disordine. Le regole del nuovo mondo digitale.

Il libro è importante perché può aiutare la nostra cultura a superare un nodo molto ingarbugliato di problemi, in cui più che ragioni e torti ci sono ragioni contrapposte che faticano a trovare prospettive più ampie.

La stanza intelligente offre finalmente una visione prospettica. Ed è una buona risposta – articolata, coerente e pragmaticamente costruttiva – alla domanda lanciata nel 2008 da Nicholas Carr: Is Google making us stupid? e rilanciata dal sito The Edge nel 2010: How is the internet changing the way you think? Risponde inoltre alla domanda implicita nei Barbari di Alessandro Baricco, del 2006: a che tipo di sapere ci sta portando la mutazione?

Anche se per molti “continentali” potrà sembrare pop-philosophy, il libro di Weinberger ha il grande pregio dei migliori libri americani d’alta divulgazione: pensati non per una competizione accademica, ma per farsi capire, per essere efficaci sulla società e sulla cultura, per aiutarci a migliorare il nostro modo di vedere le cose. Nonostante la chiarezza, comunque, le risposte non sono né banali né univoche; com’è giusto che sia, data la complessità del problema, anch’esso Too Big To Know, come recita il titolo originale del libro.

L’argomento è ben sintetizzato nel sottotitolo americano: Rethinking Knowledge Now That the Facts Aren’t the Fact, Experts are Everywhere anche the Smartest Person in the Room is the RoomE la tesi principale appare nel sottotitolo italiano: La conoscenza è una proprietà della rete. Proprio perchè la conoscenza è una proprietà della rete, il più intelligente nella stanza non è una persona, né il gruppo di persone, ma è la stanza stessa, cioè la rete, che tiene assieme, mettendo in comunicazione, tutte le persone.

Detta così sembra un’idea piuttosto ostica per la nostra cultura e la sua concezione del sapere. Anche perché Weinberger non è un banale cyberentusiasta e, oltre ai pro, non manca di evidenziare i contro. Ecco come termina il libro:

La conoscenza è diventata una rete con le caratteristiche – nel bene e nel male – di internet. Discuteremo se la nuova conoscenza di avvicina alla verità, come tutto sommato io penso che faccia. Ma una cosa sembra essere chiara: la conoscenza in rete ci avvicina alla verità sulla conoscenza.

Attenzione all’ultima frase (che ho messo io in neretto): sta dicendo che la nuova network knowledge ci fa capire il vero funzionamento del nostro modo di conoscere, ce ne dà un’immagine più adeguata rispetto a quella tradizionale. Questo è uno dei punti cruciali del libro. Ed è anche il punto in cui, a mio avviso, Weinberger si lascia fuorviare dal suo background filosofico.

La mia tesi è che la messa in rete della conoscenza, in realtà, trasforma la semiosi in una ipersemiosi.

Se interpretiamo la conoscenza come semiosi illimitata – l’enciclopedia rizomatica teorizzata da Umberto Eco sulla scorta di Charles S. Peirce – non solo rendiamo evidente che essa è sempre stata una grande rete profondamente interconnessa; ma capiamo meglio le grandi trasformazioni che sta subendo il nostro paesaggio culturale investito dalla rivoluzione tecno-mediatica di Internet, che non è nient’altro che uno straordinario acceleratore e potenziatore di semiosi. I suoi effetti socio-culturali possono essere sintetizzati in modo più coerente (e forse più culturalmente digeribile) se guardiamo alla nuova conoscenza come a una versione potenziata della semiosi, a una ipersemiosi, piuttosto che a un’incarnazione tecnologica della deriva decostruzionista.

Questa infatti non è una semplice reinterpretazione della tesi di Weinberger, perché si contrappone in alcuni punti decisivi alla concezione postmodernista adottata dall’autore (il mondo come grande testo da decostruire continuamente). Nel complesso credo anche che le argomentazioni di Weinberger siano più in sintonia con un approccio semiotico peirceano che con uno decostruzionista derridiano.

Il nucleo filosofico più profondo del contrasto tra i due approcci gira attorno al problema del trascendentale. Ma porterebbe fuori strada, verso una zona della semiosfera densa e intricata come una giungla. Oltre tutto il libro di Weinberger non è un libro di filosofia, ma un libro di sociologia della cultura (profondo, ma fortunatamente senz’alcun accademismo). Di filosofia, ce n’è appena quanto basta per dichiarare esplicitamente la sua posizione: Jacques Derrida e il pensiero postmodernista.

Secondo l’autore, internet ci mostra che “i postmodernisti avevano ragione”. Lo argomenta in varie parti del libro, in maniera più o meno esplicita. Io però vorrei usare un’immagine molto bella che Weinberger tira fuori a un certo punto: descrive le differenze (chiama così, derridianamente, le innumerevoli diversità di opinione che proliferano sul Web) come moscerini, milioni di differenze-moscerini che ronzano caoticamente nella Rete, discordanti e non accordabili (“unsettled and unsettling”).

Ecco, il punto fondamentale è questo: sono davvero irrimediabilmente non accordabili queste differenze-moscerini? Secondo la semiotica interpretativa l’enorme nuvola di differenze-moscerini non è condannata alla discordia: infatti presenta zone più dense, che tendono a vibrare in risonanza con qualcosa. Questo qualcosa, come suggerisce Umberto Eco in Kant e l’ornitorinco, sono le “linee di resistenza” del reale, che resistono a certe interpretazioni, come le “nervature del legno o del marmo” resistono allo scalpello dell’artigiano. Ma lasciando da parte l’annoso problema filofico, ciò che importa qui è che nel groviglio caotico delle differenze, nella nuvola di moscerini, possiamo individuare punti provvisoriamente più solidi e condividere scopi comuni (habit e purpose, per usare i concetti di Peirce).

Nel libro di Weinberger (com’è ovvio data la sua impostazione teorica) non ci sono risposte definitive. E anche la differenza che ho tracciato qui tra la sua “stanza intelligente” decostruzionista e la mia ipersemiosi e non è così netta: mi sembra più simile a una di quelle famose figure ambigue studiate dalla psicologia gestaltica, che oscillano continuamente tra due modi di guardarle.

In ogni caso, condivido in pieno il suo intento di fondo:

Dobbiamo capire cosa conservare del vecchio paradigma e quali trappole e tentazioni della nuova tecnologia evitare. Sta emergendo una nuova strategia per conosce il mondo, ma non siamo passivi davanti al suo arrivo.

Nel libro – leggetelo: vale soldi e tempo! – ci sono molte altre idee da rimuginare con attenzione, idee che scompligliano modi di pensare e vedere la nostra cultura. Ne parleremo nei prossimi giorni.

Ora vorrei concludere questo post introduttivo, proponendo una morale-della-favola e due citazioni a mo’ di epigrafi.

La morale che ho ricavato da La stanza intelligente è questa: fondere Conoscenza e Rete ci offrirà più vantaggi che svantaggi. Ma dobbiamo superare la paura che nella fusione andrà perso il prezioso patrimonio che abbiamo accumulato in migliaia di anni. L’anarchia dell’ipersemiosi non ci porterà a Idiocracy.

Le citazioni, che mi sembrano perfette per inaugurare un blog (soprattutto se ha come motto Pensare nel groviglio), sono queste:

Thought is never private. Nor should it be.

Liberate nella distesa sconfinata delle differenze umane interconnesse, le idee diramano senza fine. Non esistono idee isolate, né ci sono mai state; esistono solo ragnatele di idee.