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Un misterioso catechismo bizantino a fumetti nei boschi dell’Olona

Castelseprio è un paesino del Varesotto di cui, fino a pochi giorni fa, non conoscevo nemmeno l’esistenza. Grazie a mio figlio, che sta preparando un esame di storia dell’arte medievale all’Accademia di Brera, ci sono andato e ho scoperto che nel suo piccolo territorio c’è un sito patrimonio dell’Unesco che conserva un vero e proprio enigma della storia dell’arte.

Sull’altura subito a nord del borgo, in mezzo al bosco, ci sono molti ruderi, frammenti di un’antica storia durata sette secoli e brutalmente interrotta alla fine del Duecento. È una storia in cui si susseguono e sovrappongono epoche e culture. Le pietre più antiche sono quelle di un castrum romano innalzato per difendersi da barbari. Le difese, come si sa, furono inutili: arrivarono i Goti che presero il forte, lo estesero e lo rinforzarono. I Goti vennero poi cacciati dall’esercito bizantino di Giustiniano, ma subito dopo il sito venne conquistato dai Longobardi che nei successivi due secoli ne fecero una città importante del loro regno. Passata poi all’aristocrazia dei Franchi, la città fortificata morì infine nell’età delle signorie, stritolata nella lotta tra la famiglia dei Visconti e quella dei Della Torre: nel 1287 Ottone Visconti, l’arcivescovo che inaugura il dominio del suo casato su Milano, la fece radere al suolo. Rimasero in piedi solo le chiese. E due sono in piedi ancora oggi, assieme alle rovine disseminate nel parco archeologico: una ai piedi della collina, nella valle dell’Olona, dove si trova il complesso del monastero di Torba, e una sull’altura, poco lontano dai resti delle mura. È proprio in quest’ultima che si trova l’enigma.

Santa Maria Foris Portas a Castelseprio

La chiesa, Santa Maria Foris Portas, compare alla fine di un breve sentiero nel bosco. Sulla piccola radura antistante si apre un grande portico, sproporzionato per le dimensioni dell’edificio. Attraversato il portone di legno, si accede a una piccola navata rettangolare su cui si affacciano tre absidi, tutte spoglie tranne quella centrale, che contiene l’opera misteriosa.

È un ciclo di affreschi evidentemente molto antichi, in parte mancanti e deteriorati, ma ricchi di scene molto dettagliate, che ricopre interamente l’abside e la parete piana di fronte all’abside: oggi potremmo chiamarlo una graphic novel, un racconto per immagini, che si sviluppa su due fasce orizzontali sovrapposte e per scene successive ma senza soluzione di continuità. All’estremità sinistra in alto dell’abside c’è un’annunciazione, col dettaglio insolito di una donna che spia meravigliata; segue l’incontro di Maria con un’altra donna (Elisabetta); quindi, dopo una parte mancante, si vede un uomo barbuto con vesti sacerdotali che accosta un’anfora alla bocca della Madonna: è un episodio dei vangeli apocrifi detto “prova delle acque amare”, un test di verginità descritto nell’antico testamento: se non fosse stata pura, quell’acqua l’avrebbe deformata o uccisa. Al centro dell’abside, in un grande cerchio, c’è un Cristo Pantocratore, l’icona tipica delle chiese bizantine, dopo il quale continua il racconto a “fumetti” con la scena dell’angelo che annuncia la lieta novella a Giuseppe addormentato; quindi la fuga in Egitto, con Maria sul dorso di un’asina. Nella fascia inferiore c’è una natività piena di figure e momenti diversi: la scena centrale racconta un altro episodio miracoloso dei vangeli apocrifi, nel quale la levatrice incredula allunga la mano per verificare la verginità di Maria e viene punita: il braccio destro si paralizza ed è costretta a sostenerlo con la mano sinistra. A sinistra della natività, c’è la scena della presentazione di Gesù al tempio, racchiusa in una complessa cornice architettonica con un uso sapiente della prospettiva. Sulla parete di fronte all’abside, in basso c’è l’adorazione dei magi; in alto, due grandi angeli contrapposti volano verso un trono dove c’è solo una corona e una croce appoggiate su un cuscino: è l’etimasìa, la “preparazione”, che nell’iconografia bizantina rappresenta il futuro arrivo del Cristo nel giudizio universale. I “globi crucigeri” che gli angeli porgono al trono sono simboli del potere politico e religioso adottato per la prima volta dagli imperatori bizantini a partire dal V secolo.

La “prova dell’acqua amara”

L’iconografia è dunque tipicamente bizantina. Ma il realismo e la vivacità del disegno ricordano la qualità della pittura romana, che si ammira ad esempio sulle pareti di Pompei. In vari punti l’affresco sembra quasi abbozzato e ciò permette di vedere il disegno veloce e abile del pittore che delinea con rapidi tratti di rosso le figure e i volti. Le pose sono plastiche ed espressive, con un’attenzione alla profondità che è lontanissima dalla piatta e schematica ieraticità della più celebre arte bizantina. Basta guardare la freschezza con cui sono resi il movimento e l’espressione dell’asina che porta Maria, oppure le figure dei tre magi. L’autore è un artista molto dotato, che conosceva bene l’arte ellenistica e indubbiamente di cultura greco-bizantina (nell’affresco ci sono anche delle parole greche traslitterate in latino). A rendere ancora più enigmatica l’opera è il contesto, perché tutto il sito di Castelseprio è prevalentemente di epoca longobarda. Cosa ci fa un affresco di scuola greco-ellenistico-bizantina così complesso e raffinato fuori dalle mura di una cittadina longobarda tra i boschi dell’Olona?

A sinistra di Maria distesa, la levatrice si regge il braccio destro paralizzato

La prima ipotesi avanzata da Gian Piero Bognetti, lo storico che nel 1944 scoprì l’antico ciclo pittorico sotto un mediocre affresco quattrocentesco, è che l’opera del “Maestro di Castelseprio” potrebbe risalire al breve periodo, a metà del VI secolo, in cui l’impero bizantino riconquista l’Italia sconfiggendo i Goti. Per varie ragioni la scarta subito e propone come più probabile la fine del VII secolo. I suoi studi della storia religiosa dei Longobardi gli permettono di individuare un contesto plausibile: in sintesi, quello della contesa intestina tra il re Cuniperto, che aveva adottato l’ortodossia ufficiale ed era affascinato dalla cultura dell’impero d’Oriente, e il duca ribelle Alachis, favorevole alla tradizionale eresia ariana (contesa culminata con vittoria del primo nella battaglia di Coronate sull’Adda). All’epoca, Castelseprio era un punto di frontiera e lì arrivarono i missionari inviati dalla Roma bizantina alla corte di Cuniperto, al seguito dei quali c’era anche l’artista capace di spiegare nel modo più efficace la vera dottrina: con le immagini.

L’adorazione dei magi

L’arianesimo è una delle prime eresie; sosteneva che se Cristo, il figlio di Dio, si era incarnato in un uomo, non poteva essere identico al Padre, ma rimaneva a lui inferiore, pur mantenendo la sua divinità. La disputa tra ariani e cattolici gira attorno a quel gran paradosso che è l’incarnazione: una donna vergine che partorisce un Dio: un Figlio divino che però è allo stesso tempo anche il Padre che ha ingravidato la vergine. Non erano proprio idee facili da far digerire a degli uomini semplici e concreti com’erano i Longobardi. Infatti, quando si convertono al cristianesimo, lo fanno prendendo per buona la versione di Ario: Dio è Dio; Cristo è suo figlio, mezzo uomo e mezzo dio. Solo in seguito i loro re scelsero di schierarsi per la fede ufficiale dell’Impero.

Il ciclo di affreschi sembra esser stato dipinto proprio per dimostrare che Ario e i suoi seguaci si sbagliavano: Maria aveva superato la prova di verginità e chi dubita, come la levatrice, rischia terribili punizioni. (In realtà in quell’epoca le dispute teologico-politiche a Bisanzio erano diventate molto più complicate e minuziose, tanto da giustificare pienamente il senso che ancor oggi attribuiamo all’aggettivo “bizantino”).

La fuga in Egitto

Questa ipotesi affronta l’enigma degli affreschi di Castelseprio dal punto di vista storico generale. Ma dalla scoperta ad oggi si sono succedute molte altre ipotesi, basate su interpretazioni storico-artistiche e analogie stilistiche. E l’enigma è diventato via via più intricato, evidenziando di volta in volta somiglianze con opere di diversi periodi (VI o VII o IX o X secolo) in contesti storico-culturali molto diversi ma tutti in qualche modo plausibili. (Una panoramica dettagliata delle varie ipotesi avanzate per spiegare il mistero di Castelseprio è in questo testo disponibile sul web: Paolo G. Nobili, Tra tardo-antico e X secolo, gli scenari attorno agli affreschi di Castelseprio, Porphyra, aprile 2010). Ad oggi non si è ancora raggiunta una soluzione del tutto convincente. Nemmeno le ricerche archeologiche con i test scientifici di datazione hanno dato risultati univoci.

L’aspetto per me più affascinante di questo enigma però è che dei dipinti scoloriti e malconci, in una rustica chiesetta nascosta in un bosco del Varesotto, possano diventare immagini affascinanti quando attorno ad essi viene ricostruita una così densa rete di riferimenti storici e culturali. Sotto l’intonaco di un rustico che ai tempi dei nostri nonni era utilizzato dai contadini, si può scoprire uno di quei «vortici nel fiume della storia» (George Didi-Huberman) in cui frammenti di opere d’arte e di cultura antica mescolano momenti tanto lontani e diversi, e arrivano a parlare ancora oggi a chi non si limita a dare un’occhiata distratta.

Ciò che rende affascinanti quegli affreschi sbiaditi e malridotti è «l’atmosfera di teoria e storia dell’arte» (Arthur Danto) che siamo riusciti a ricreare.

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