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Guardando dentro il giocattolo…

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Camille Henrot, Grosse Fatigue (clicca per ingrandire)

Grosse Fatigue, il video di Camille Henrot di cui ho cominciato a parlare nel post precedente, ha per me un fascino particolare perché lo vedo come una specie di esperimento filosofico realizzato attraverso suoni e immagini, nel quale l’autrice mima (non so quanto coscientemente) una certa idea di conoscenza. Mima, cioè esprime in maniera non discorsiva dei concetti filosofici; e così facendo li rende più indeterminati e allo stesso tempo li arricchisce, proprio per l’ambiguità connaturata all’espressione artistica. Deriva da ciò l’effetto di catalizzazione delle idee che ha scatenato il mio deepsurfing; il quale consiste in un certo senso nel processo inverso rispetto a quello realizzato dall’artista, cioè nel tradurre discorsivamente l’idea di conoscenza che emerge dal suo esperimento filosofico multimediale. Mi rendo conto che è un po’ come rompere il giocattolo per vedere com’è fatto dentro; con l’aggravante che quel che troverò dentro è in parte (più o meno grande) quello che ci metterò io. Ma questa è la mia indole…

Camille Henrot, Grosse Fatigue

In due momenti del video si vede una mano che traccia dei cerchi. Il cerchio evoca l’aspirazione a cogliere la totalità (la sfera dell’essere di Parmenide) o la completezza del sapere dell’en-kyklos-paideia. E il gesto che lo disegna è la più semplice metafora visiva del comprendere, cioè, etimologicamente, prendere insieme, abbracciare con la mente, dare senso e quindi anche conoscere. È questo che mette in scena il video, attraverso il suo excursus su miti di creazione e scienze della natura: i modi in cui l’uomo cerca di com-prendere il mondo e se stesso attraverso il mito, l’arte e la scienza. Ma lo fa – questo è un punto cruciale – frantumandoli e mischiandoli tra di loro e assieme ad altri frammenti visivi del nostro mediascape contemporaneo, in un caleidoscopico collage multimediale che simula la navigazione caotica nel Web.

Nel post precedente mi sono concentrato su questo aspetto – forse il più appariscente del video – che ho interpretato come una critica alla logica “barbara” (nel senso di Baricco), cioè a una conoscenza veloce, superficiale, spinta incessantemente dalla spettacolarità dell’immagine-merce e dal suo bisogno ossessivo di cambiamento.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg che il deepsurfing mi ha portato ad esplorare. Mostrando il Web come modello di conoscenza in cui si fondono assieme, in un unico grande bricolage, mito, arte e scienza, Grosse Fatigue può essere interpretato anche come una traduzione audiovisiva della tesi fondamentale di Too Big To Know, il libro di David Weinberger con cui ho inaugurato questo blog: il Web sta modificando la nostra idea di conoscenza, avvicinandola al modo in cui essa funziona realmente.

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Weinberger sostiene infatti che la conoscenza è una proprietà della rete: non del singolo o dei singoli, ma del sistema che permette di metterli in relazione e di mantenere traccia delle loro relazioni. In realtà è la cultura in generale ad avere una struttura reticolare: il mondo di segni-testi-immagini-suoni in cui siamo immersi assomiglia molto più all’universo labirintico e caotico del web che all’enorme archivio di cassetti, ordinatamente catalogati, dello Smithsonian Institute. Il modello di conoscenza classico, quello fondato sulla struttura ad albero inventata da Aristotele (generi che si diramano in specie che si diramano in sottospecie e così via), funziona bene per certi scopi, ma non può rappresentare il fenomeno assai più complesso del significato e della cultura umana: la cultura è, da sempre, una “ragnatela interconnessa di idee”; non un albero, ma un rizoma.

La Rete ha messo dunque in evidenza le dinamiche semiotiche della cultura; e le ha potenziate, sovrapponendo alla reticolarità “naturale” della cultura, una struttura artificiale che permette a una quantità di persone un tempo impensabile di produrre, riprodurre, modificare, comunicare un’enorme quantità di testi. La Rete sta cioè rendendo sempre più esplicito e importante il carattere sociale della conoscenza, che è sempre meno un’impresa individuale e sempre più un’impresa sociale condivisa.

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Tornando all’interpretazione di Grosse Fatigue, a questo punto la mia interpretazione sembra essere cambiata di segno: secondo il post precedente, il video suggeriva una visione critica della forma-Web; qui invece ne suggerisce una positiva. Non è una contraddizione: è tipico di ogni nuova tecnologia avere allo stesso tempo aspetti negativi e positivi.

Il punto però è che questa nuova interpretazione positiva sembra contrastare col senso del lavoro di Camille Henrot. Attraverso il suo apparente caos visivo il video racconta infatti una “favola dell’entropia” (come l’ha definita Pamela Lee), la cui morale potrebbe essere sintetizzata così: per quanti racconti e saperi riesca a inventare nell’impresa di costruire il suo impossibile Palazzo Enciclopedico, l’uomo deve sempre fare i conti con la pulsione ineliminabile e destabilizzante del desiderio, con la propria finitezza e con la morte. La fatica e la malinconia che segue la creazione è la consapevolezza che creatore e creatura condividono lo stesso destino entropico.

Mostrando insomma che il Web è il modello unificante e l’ambiente conoscitivo in cui mito arte e scienza si fondono in un unico grande bricolage, Grosse Fatigue accomuna le tre modalità di conoscenza nella stessa pretesa totalizzante e impossibile, e nello stesso destino di fallimento.

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Questo malinconico senso di impotenza è lo stesso che troviamo nel testo con cui Massimiliano Gioni introduce il catalogo della sua Biennale (i neretti sono miei):

Il Palazzo Enciclopedico è una mostra sulla conoscenza, sul desiderio di sapere e vedere tutto e sul punto in cui questo desiderio si trasforma in ossessione e paranoia. Pertanto è anche una mostra sull’impossibilità di sapere, sul fallimento di una conoscenza totale e sulla malinconia che ci travolge di fronte all’evidente constatazione che i nostri sforzi saranno inutili. Al centro dell’esposizione si pone una riflessione sui modi in cui le immagini sono utilizzate per organizzare la conoscenza e per dare forma alla nostra esperienza del mondo.

Il passo citato sembra in effetti proprio il tema che Camille Henrot ha svolto realizzando Grosse Fatigue. Tuttavia credo che in questa impostazione ci sia un “punto cieco” che impedisce di cogliere quell’aspetto decisivo dell’attuale panorama mediale dominato dalla Rete che è appunto il carattere sociale della conoscenza. Quel punto cieco non è altro che l’individualismo, connaturato alla figura dell’artista; ed esplicitamente rivendicato da Gioni come antidoto al diluvio massificante e artificiale delle immagini “esterne” da cui siamo quotidianamente travolti. Ecco un altro passaggio della sua introduzione:

Queste cosmologie personali, questi deliri di conoscenza mettono in scena la sfida costante di conciliare il sé con l’universo, il soggettivo con il collettivo, il particolare con il generale, l’individuo con la cultura del suo tempo. Oggi, alle prese con il diluvio dell’informazione, questi tentativi di strutturare la conoscenza in sistemi omnicomprensivi ci appaiono ancora più necessari e ancor più disperati.

Ma se è vero che la diversità dell’artista, la sua eccezionalità e idiosincrasia, è il valore che egli offre agli altri e alla società, è anche vero che il suo approccio individualista alla costruzione del senso e della conoscenza trascura inevitabilmente l’aspetto più innovativo della nuova idea di conoscenza che il Web sta rendendo più concreta (e che come vedremo ha a che fare anche con l’approccio scientifico alla conoscenza).

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Gioni ha suggerito una suggestiva analogia tra il Web e le Wunderkammer barocche a cui il suo Palazzo Encliclopedico esplicitamente si ispira: la loro “scienza combinatoria – basata sull’organizzazione di oggetti e immagini eterogenee – non è dissimile dalla cultura dell’iper-connettività contemporanea”, scrive. E aggiunge: “l’era dell’onniscenza elettronica e della presunta accessibilità totale si scopre mistica, esoterica ed ermetica.”

In effetti il Web tende a indurre l’atteggiamento che Umberto Eco ha chiamato “deriva ermetica”, cioè lo slittamento “da significato a significato, da somiglianza a somiglianza, da una connessione all’altra”, in cui “non vi è scopo al di fuori del piacere stesso per il viaggio labirintico che si compie tra i segni e le cose”. Ma come tutte le tecnologie, il Web è ambivalente e va usato (e spinto ad evolversi) nel modo giusto. E se, per un certo verso, può essere considerato una versione iperbolica e virtuale delle Wunderkammer barocche, la differenza fondamentale è che la World Wide Wunderkammer è abitata e condivisa contemporaneamente da un paio di miliardi di persone, che possono comunicare tra loro e condividere modi di esplorare e “taggare” la moltitudine di oggetti-testi che essa contiene.

Certo, la solitudine dell’internauta di cui parla Sherry Turkle è un problema da non sottovalutare, ma le potenzialità positive della condivisione e della partecipazione attraverso il Web sono innegabili, come dimostra l’esempio di Wikipedia (le cui pagine appaiono più volte nel video).

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Un altro effetto del punto cieco mi sembra il fatto che Grosse Fatigue non riconosca il diverso status della scienza rispetto all’arte e al mito. Non è un caso, perché anche la scienza ha un imprescindibile carattere sociale: è un’impresa collettiva, cumulativa ma aperta e autocorreggibile, e in quanto tale si differenzia sia dall’arte che dal mito.

Certo, è giusto criticare le pretese egemonizzanti della ragione scientifica; ma non si può tacerne la funzione essenziale che è quella di creare, nel rizoma della cultura, delle zone più strutturate e relativamente stabili, anche se sempre modificabili; e in questo modo saggiare il caos del reale e trovarne le linee di resistenza.

Nei modi e nei contesti in cui riusciamo veramente a far valere una concezione sovraindividuale, partecipata e condivisa della conoscenza, il “palazzo enciclopedico” non è più un’utopia impossibile, ma assomiglia piuttosto alla nave di Otto Neurath, che per meglio navigare viene continuamente modificata e ricostruita, restando però sempre in mare aperto e usando materiali alla deriva e travi della vecchia struttura.

È un lavoro collettivo, ma ciò non toglie che su questa nave ci sarà sempre bisogno di persone – artisti, scienziati, filosofi o semplici marinai – capaci di abbandonare le rotte battute e, come diceva Deleuze, addentrarsi nel caos.

Camille Henrot, Grosse Fatigue, 2013, video 13′. Original music by Joakim, voice by Akwetey Orraca-Tetteh, Text written in collaboration with Jacob Bromberg. Producer: kamel mennour, Paris. Production: Silex Films. Tutte le foto di questo articolo sono per gentile concessione dell’artista, di Silex Films e di Kamel Mennour, Paris.

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La grande fatica della leggerezza al tempo dei Barbari

Camille Henrot, Grosse Fatigue (clicca per ingrandire)

All’inizio c’è un’immagine sublime: la galassia di Andromeda che si staglia nel blu profondo dell’universo. Ma è solo il desktop di un computer: si vedono le icone dei file; quello al centro, col nome Grosse Fatigue, si sposta e si rimpicciolisce mentre si sente un respiro pesante (mi ricorda l’astronauta  di 2001 Odissea nello spazio). Un rumore improvviso di pagine voltate: si aprono due finestre parzialmente sovrapposte e delle mani sfogliano contemporaneamente due libri illustrati, uno d’arte, l’altro d’antropologia.

Tre colpi secchi e lenti di percussione (che verranno ripetuti e variati ossessivamente) e l’immagine cambia: appare il corridoio asettico di un archivio, con una ricercatrice che guarda dentro uno schedario mentre in una piccola finestra-video sovrapposta si vede la pagina di ricerca di Google dove qualcuno digita: “history of universe”. Una voce comincia a scandire queste frasi (la traduzione è mia, l’originale in inglese è qui):

In principio non c’era né terra, né acqua – niente. C’era una collina solitaria chiamata Nunne Chaha.

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In principio tutto era morto.

In principio non c’era niente, proprio niente: nessuna luce, nessuna vita, nessun movimento, nessun respiro.

In principio c’era un’immensa unità di energia.

In principio non c’era che ombra e solo oscurità e acqua e il grande dio Bumba.

In principio c’erano fluttuazioni quantistiche.

In principio l’universo era un uovo nero in cui erano mescolati cielo e terra. …

Mentre la litania continua, le immagini si susseguono: a tutto schermo, sovrapposte o annidate l’una dentro l’altra. Ci sono molti frammenti video di natura e animali, vivi o imbalsamati, spesso interpolati con dettagli di mani femminili dalle unghie colorate che mostrano oggetti in ironica contrapposizione o in poetica giustapposizione con le altre immagini e con le parole. Ma si vedono anche pagine di wikipedia, immagini di oggetti quotidiani, pagine di libri o riviste, fogli di appunti, Jackson Pollock, sensuali corpi nudi di uomini e donne, Lee Oswald colpito a morte, Oppenheimer, una rana su uno smartphone…

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Dopo un po’ si arriva a un momento di climax, un “crescendo” in cui la voce si fa concitata, assume un ritmo incalzante da rapper, mentre enumera gli esseri e gli eventi che scaturiscono dalla creazione, e le immagini si sovrappongono, finestre su finestre per poi cadere nel silenzio e rilassarsi su una frase dal sapore biblico: “La terra intera era pesante e allora Jahveh si riposò”. 

Un altro climax, visivamente molto efficace, arriva poco prima del finale: mentre la voce elenca i tanti saperi specialistici inventati dall’uomo, le immagini di natura e tecnologia si sovrappongono a strati concentrici fino ad arrivare alla finestra in cui si vede una mano femminile che si infila sotto lo slip nel momento in cui la voce raggiunge il culmine citando Mashya e Mashyana (il primo uomo e la prima donna nello zoroastrismo) che soddisfecero il loro desiderio; e conclude: “La terra intera era pesante e allora Jahveh si riposò”.

Dopo una pausa, si vede un ricercatore che estrae con grande cura da un cassetto il corpo imbalsamato di un tucano e lo guarda con dolcezza, mentre la voce comincia a cantare una nenia che parla della solitudine di dio: “Who can understand the loneliness of gods?”.

Nel finale la voce racconta l’universo che continua ad espandersi indefinititamente e tende fino al punto di rilassamento totale, all’entropia e alla morte. Un’altra nenia termina con le parole “E riposando morì”, mentre le ultime immagini sono la terra vista dallo spazio e una mano che fa rotolare un’arancia avanti e indietro su un tavolo e poi improvvisamente l’afferra e la toglie di scena.

Camille Henrot

Quella che ho appena cercato di raccontare è l’opera con cui una giovane artista francese, Camille Henrot (classe 1978), ha vinto il Leone d’argento alla scorsa Biennale di Venezia.

A una prima visione, l’effetto è un po’ frastornante: ci si sente in balia delle immagini, dentro un caleidoscopio di stimoli, un mosaico impazzito di frammenti di storie. Per questo forse Grosse Fatigue può sembrare un’opera fredda e un po’ cerebrale. Ma è evidente che l’effetto è voluto. Passata la prima sensazione di essere sommerso da un eccesso caotico di informazioni e suggestioni, sono rimasto affascinato dalla capacità di evocare tanti temi complessi con una struttura formale di raffinata semplicità: è una semplicità paradossale perché ottenuta non con la sottrazione (come nel minimalismo ascetico di Sehgal), ma con l’accumulo, un accumulo che evoca la “vertigine della lista”, la mise en abyme dell’occhio che cerca di guardarsi e il demone dell’analogia.

La struttura è questa: due collage montati assieme, nei due registri espressivi, quello acustico e quello visivo. Da un lato, la voce (stile Last Poets), accompagnata da una ritmica minimalista, recita un testo scritto in collaborazione col poeta Jacob Bromberg, in cui frammenti di cosmogonie mitiche sono mischiati a frammenti di cosmologie scientifiche. Dall’altro, le immagini, pur molto eterogenee, si mostrano sempre nel formato tipico del mediascape contemporaneo: interfacce digitali, finestre che si sovrappongono su uno schermo e proliferano come in un labirinto reticolare che simula la navigazione sul web.

Questo doppio collage crea consonanze e attriti continui, e rispecchia anche le due diverse strategie per comprendere l’universo di cui parla Henrot in questa intervista: “da un lato la strategia che coglie l’universo attraverso i racconti mitologici, una cosmogonia orale; dall’altra quella dello Smithsonian Institute che colleziona e accumula oggetti”. L’opera è nata infatti da una borsa di studio con cui l’artista ha potuto frequentare gli archivi, fisici e online, dell’istituto americano, che possiede il più grande database naturalistico del mondo.

Il doppio collage ha per soggetto il modo in cui l’uomo ha raccontato il mondo, col mito, la scienza e l’arte. Più precisamente, il tema è il rapporto dell’uomo con la conoscenza, tema che si ritrova in bell’evidenza anche nel simbolo della Biennale di Gioni: il “palazzo enciclopedico”.

Camille Henrot racconta di aver passato un tempo infinito sul sito dello Smithsonian Institute, “con una grande fatica visuale” (nel video si vede un occhio in cui vengono versate gocce di collirio); ed è quel “flusso eccessivo” che le ha suggerito l’idea di universo che “deborda nella rappresentazione” e dell’irresistibile pulsione umana a impadronirsene, pulsione che “genera una profonda solitudine, una fatica e un senso del dopo”.

Ma questo flusso eccessivo, opprimente di immagini e informazione è anche quello che tutti noi proviamo vivendo dentro l’attuale panorama mediatico dominato dal web. Ed è proprio il rapporto con la conoscenza ai tempi della Rete il tema più forte del video, confermato anche dalla motivazione della giuria che ha elogiato la capacità dell’artista di “catturare in maniera dinamica e affascinante il nostro tempo”.

Non so se Camille ha avuto modo di leggere o sentir parlare de I barbari di Alessandro Baricco. In quel libro Baricco spiegava che la fatica è una categoria dello spirito romantico, intimamente collegata alle categorie di profondità e anima, e inevitabilmente destinata alla rottamazione di fronte alla nuova civiltà che sta nascendo dalla mutazione antropologica incarnata dai Barbari. Per questi mutanti, che ragionano con la logica di Google, le categorie di fatica e anima non hanno più senso, perché le hanno sostituite con quelle di velocità e superficie: il senso per i barbari non passa più per l’approfondimento che richiede impegno e tempo, ma si dà in forma di sequenza veloce, di movimento ininterrotto che attraversa punti diversi, link che ci collegano istantaneamente ad altri link, finestre che si aprono su finestre.

Io credo che Grosse Fatigue mostri questa logica “barbara” in azione. E così facendo ci offre la possibilità di guardarla con distacco, come allo specchio, con occhio critico.

Nella sua lezione americana sulla leggerezza Italo Calvino proponeva, come “simbolo augurale” del nuovo millennio, “l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite”.

Ecco: l’immagine di un “agile salto” accostata a quella di una “grande fatica” crea un ossimoro che mi sembra colga bene lo spirito di quest’opera. E suggerisca anche il senso dell’interpretazione che voglio darne.

Cosa cattura, dunque, Grosse Fatigue del nostro tempo?

Cattura innanzitutto il contrasto tra la lunga fatica della creazione e l’apparente velocità e facilità della ricezione. Il che significa non solo, banalmente, che per creare un testo sintetico, veloce e ricco occorre tempo e fatica; ma anche che, se non gli si dedica tempo e attenzione, il testo non si trasformerà in memoria ed esperienza di vita.

Camille Henrot racconta di averne passato molto, di tempo, sul sito dello Smithsonian Institute e di aver impiegato sei mesi per scrivere il testo. Ma la fatica non si vede: si vede una superficie fatta di leggerezza e velocità. Eppure, sotto la superficie, si sente lo spessore della grosse fatigue a cui è intitolata l’opera e che mette efficacemente in risonanza il travaglio dell’artista con quello della creazione divina e della conoscenza umana.

Nel suo libro Baricco si scaglia contro l’immagine romantica di un tesoro nascosto nella profondità dell’anima; ma quell’immagine è solo un falso bersaglio. Ciò che conta è in realtà la fedeltà a un progetto, che richiede tempo e fatica; e che diventa vita vissuta un prima persona. E sono proprio il progetto e la vita vissuta per realizzarlo che fanno sentire lo spessore dell’opera; e invitano così a non schizzare subito lontano, ma a guardare attraverso la superficie per vedere altre superfici, altri strati di significati che si embricano e si annidano come le immagini del video di Camille Henrot.

La contrapposizione non è dunque tra fatica e profondità da una parte, e piacere e velocità dall’altra; ma tra il tempo lungo del desiderio e del progetto, e quello istantaneo e perennemente insoddisfatto del godimento.

Grosse Fatigue mostra come il nostro rapporto con la conoscenza sia sempre più frammentato e veloce, sempre più fatto di immagini e libere associazioni, caotiche e schizofreniche. Mostra che possiamo raccontare la storia dell’universo in 13 minuti. Ma cosa ci rimane? Un senso di solitudine; e quel senso di vuoto che risuona nella domanda: “E dopo?”. Forse la solitudine degli dei è anche quella di cui parla Sherry Turkle nel suo Insieme ma soli (ben riassunto qui): la solitudine di noi navigatori perennemente davanti a uno schermo.

Ed è forse proprio per evitare quel vuoto angosciante che i barbari di Baricco non possono mai fermarsi: la coazione al movimento continuo, il loro surfing incessante sulla cresta dell’onda, non è altro che il surfing del desiderio sul fascino della spettacolarità. E così, inserita nel contesto della società del desiderio e dell’iperconsumo, la “logica” della mutazione, sulla cui seducente vaghezza Baricco ha intessuto il suo saggio, diventa di trasparente chiarezza. Il desiderio del barbaro – che deve muoversi continuamente per sopravvivere – è attivato senza fine dallo spettacolo della merce, dalla seduzione che è l’essenza stessa della merce: è questa l’energia che alimenta la sua bulimica pulsione a surfare e godere sulla superficie dell’infinito ipermercato ipertestuale.

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Credo che un’opera d’arte riuscita dovrebbe sempre essere un catalizzatore di idee, oltre che un concentrato di sensazioni; dovrebbe cioè attivare quell’intricato sistema di relazioni e risonanze che si chiama comunemente interpretazione; e che io amo chiamare deepsurfing nel groviglio.

Il video di Camille Henrot è stato per me uno straordinario catalizzatore di deepsurfing. Tanto che mi servirà almeno un altro post per raccontare le reazioni che ha scatenato.

Camille Henrot, Grosse Fatigue, 2013, video 13′. Original music by Joakim, voice by Akwetey Orraca-Tetteh, Text written in collaboration with Jacob Bromberg. Producer: kamel mennour, Paris. Production: Silex Films. Tutte le foto di questo articolo sono per gentile concessione dell’artista, di Silex Films e di Kamel Mennour, Paris.

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