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Weinberger e la mediazione culturale nebulizzata

Dalle nostre parti “conoscenza”, “sapere” e “cultura” sono largamente sentite come parole antitetiche a “internet”, “web”, “Google”. La vecchia contrapposizione tra apocalittici e integrati compie tra poco mezzo secolo (il libro di Eco è del 1964!), ma è dura a morire. E non è un caso: anche in questi anni stiamo vivendo una vasta trasformazione del paesaggio culturale in coincidenza con la diffusione di un nuovo medium (allora erano i fumetti, le canzonette, la televisione; oggi sono i social networks, Youtube, la Rete). Ancor più che gli entusiasmi degli integrati tecnofili, la trasformazione tende a suscitare le preoccupazioni e le deprecazioni degli apocalittici tecnofobi (una parte importante del pensiero filosofico novecentesco ha elaborato un’immagine della Tecnica come contrapposta per essenza al Pensiero. Cfr Nacci, Pensare la tecnica). E così, inevitabilmente, la discussione si polarizza.

Per questo sono convinto che La stanza intelligente di Weinberger (di cui ho cominciato a parlare nel precedente post) possa avere un effetto salutare.

Il libro esordisce con un titolo che un apocalittico approverebbe senz’altro: “la crisi della conoscenza”. Tuttavia, secondo Weinberger, questa crisi può essere elencata sia tra le paure degli apocalittici, sia tra le speranze degli integrati: “Viviamo allo stesso tempo una crisi e un’esaltazione epocale della conoscenza”.

Certo, l’ambivalenza è tipica della krisis, nel suo senso etimologico e più vero di “passaggio”. Weinberger però ha in mente un aspetto preciso di questo passaggio epocale: un “cambiamento dell’infrastruttura del sapere sta alterando la forma e la natura della conoscenza”. La crisi della conoscenza è dovuta a questo cambiamento infrastrutturale, cioè al passaggio dal mezzo di comunicazione che ha incarnato per millenni il sapere, i libri, a un nuovo mezzo completamente diverso, internet. La tesi principale dell’autore è infatti che “la conoscenza è oggi una proprietà della rete”.

Qual è la differenza profonda tra le forme di sapere che i due media incarnano? Secondo Weinberger è nel modo in cui gestiscono uno dei problemi più eclatanti del nostro mediascape (tanto eclatante da essere ormai diventato una “condizione culturale”): l’overload informativo. O meglio – dato che, come ha spiegato Clay Shirky, il problema non è il sovraccarico ma l’efficienza dei filtri – la differenza è nel modo in cui filtrano l’overload: la conoscenza in forma-libro filtra escludendo; la conoscenza in forma-rete filtra includendo ed evidenziando.

Sintetizzo così il ragionamento di Weinberger: fin dai tempi di Platone la conoscenza ha sempre funzionato come un setaccio che separa l’episteme dalla doxa: si faceva un lavoro impegnativo e specializzato per selezionare il grano dal loglio (Weinberger lo chiama filter out); oggi invece il problema si risolve senza eliminare niente, anzi continuando ad aggiungere, ma evidenziando il grano dentro il loglio, ad esempio portandolo in testa alla classifica dei motori di ricerca (Weinberger lo chiama filter forward). Nell’epoca dello spazio limitato del medium carta, il filtro agiva preventivamente, in maniera invisibile, sulla base di autorità istituzionali: era un filtro selezionatore. Nell’epoca dello spazio illimitato della rete il filtro agisce dopo, in maniera visibile, sulla base di algoritmi ingegnosi e/o di preferenze estratte dalle reti sociali: è un filtro evidenziatore.

Obiezione dell’apocalittico: bel cambiamento, affidare la qualità delle opere d’arte e la veridicità dell’informazione e della scienza agli algoritmi di Google o, peggio ancora, ai “like” di Facebook o ai consigli dei blogger!

In effetti l’esautorazione della mediazione culturale è la più vistosa conseguenza socioculturale di questo passaggio dal “conoscere riducendo” al “conoscere includendo”. Gli effetti problematici sono già sotto i nostri occhi nel campo del giornalismo e dei consumi culturali, ma hanno ripercussioni evidenti anche per la scuola e la politica.

Tuttavia bisogna evitare un facile fraintendimento. Non si tratta di buttare a mare la Scienza e l’Arte, e di lasciare decidere alla popolarità in Rete cos’è vero e cos’è bello. L’ipotesi che Weinberger prefigura (con una certa dose di visionarietà e ottimismo da utopista) è quella di un’arte, un’informazione e una scienza che aprano a tutti i propri laboratori, perchè nella Rete quei laboratori possono avere spazi illimitati. Questo non significa tanto che ognuno ha il proprio canone e la propria verità (anche se le tendenze postmoderniste dell’autore potrebbero talvolta farlo pensare); quanto piuttosto che tutti possono controllare tutto e che tutti possono esprimere la propria opinione su tutto. Tra milioni di occhi curiosi è più facile che ci sia anche quello che vede l’errore in un piccolo punto, che scopre un’analogia tra dettagli apparentemente lontanissimi, che ha un improvviso lampo di genio in un angolo nascosto del quadro complessivo.

L’enorme, potenzialmente illimitata massa di opinioni connesse in rete (la connessione è essenziale) costituisce quella che Weingerber chiama l’expertise delle nuvole. Il filtro evidenziatore funziona proprio perché la Rete, ampia, aperta e trasparente, consente questa nuova forma di competenza che potremmo definire competenza nebulizzata; la quale corrisponde bene all’intelligenza collettiva descritta da James Surowiecki, nel suo La saggezza della folla. Ma attenzione: la saggezza non è una proprietà della “folla” in sé, ma del collettivo con certe caratteristiche.

Per Surowiecki l’intelligenza collettiva funziona se il gruppo soddisfa quattro condizioni:

diversità di opinione (ognuno ha qualche informazione che gli altri non hanno, anche se si tratta semplicemente di un’interpretazione stravagante di fatti noti a tutti); indipendenza (le opinioni di una persona non sono condizionate da quelle degli altri); decentramento (specializzazione e capacità di sfruttare conoscenze specifiche); e aggregazione (esiste un meccanismo capace di trasformare un giudizio personale in una decisione collettiva).

Ma queste, guarda caso, sono caratteristiche tipiche di Internet, la Rete delle reti: eterogenea, decentrata, libera, composta da reti e sottoreti.

Infatti per Weinberger è la rete che conferisce all’expertise delle nuvole le sue proprietà. Ne elenca cinque: la Rete – e la “folla” connessa in rete – è:

1) potenzialmene illimitata; 2) estremamente eterogenea (in particolare per i modi di pensare e per le competenze); 3) “grumosa”, cioè “fatta di miliardi di sottoreti (…) sono questi grumi di persone, pagine e strumenti a conferire alla rete gran parte del suo valore come luogo di informazione, comunicazione e socializzazione”; 4) “cumulativa”: conserva tutto e accumula non solo contenuti, ma anche link tra i contenuti, essenziali per rendere i contenuti utilizzabili e ricchi di contesto; 5) funzionante a qualsiasi scala: “le complesse interazioni multidirezionali consentite da internet fanno in modo che le reti di esperti possano essere più intelligenti della somma dei loro partecipanti”.

La saggezza non è della folla, ma della folla nella rete. È questa la “stanza intelligente”. Il titolo dell’edizione italiana è suggestivo, ma stonato, perché sembra alludere all’idea di un superorganismo intelligente al di fuori e al di sopra degli uomini. Un’idea che Weinberger rigetta esplicitamente:

in un mondo collegato in rete la conoscenza non vive nei libri o nelle teste ma nella rete stessa. Non che la rete sia un supercervello o sia destinata a sviluppare una coscienza: niente di tutto questo. Internet piuttosto consente ai gruppi di sviluppare idee meglio di quanto possa farlo ogni individuo; questo sposta la conoscenza dalla testa dei singoli all’interconnessione del gruppo.

 La competenza, l’intelligenza, la conoscenza che per secoli abbiamo considerato proprietà essenzialmente individuali, stanno diventando anche – e forse soprattutto – proprietà della rete.

La parola “anche” è cruciale per non travisare il senso del discorso svolto fin qui. L’errore tipico della polarizzazione tra apocalittici e integrati è pensare la questione come un aut-aut. Le argomentazioni di Weinberger si basano invece su una logica et-et, che del resto è anche la logica della rete, per sua natura inclusiva e non esclusiva. Questo significa che il modello della mediazione culturale tradizionale non dovrà essere abbandonato, che “i titoli accademici continueranno a contare” e che sarà sempre importante fare “attenzione alle credenziali”. Ma tutto ciò andrà integrandosi nella rete, la quale, a sua volta, “sta sviluppando le sue istituzioni”.

La forma-libro non sarà distrutta dalla forma-rete della conoscenza: verrà integrata in essa.

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Stanza intelligente o ipersemiosi?

Il sapere nell’era della conoscenza-in-rete

Inauguro il mio blog parlando di un libro importante, appena uscito in Italia, che è un ottimo esempio di deep surfing: scorrevole e profondo allo stesso tempo; aperto e stimolante nonostante l’antiquato (?) formato cartaceo.

Il libro è La stanza intelligente. Lo ha scritto David Weinberger, un “filosofo di internet”, esperto di new media ad Harvard, che ha già dato contributi autorevoli come il famoso Cluetrain Manifesto ed Elogio del disordine. Le regole del nuovo mondo digitale.

Il libro è importante perché può aiutare la nostra cultura a superare un nodo molto ingarbugliato di problemi, in cui più che ragioni e torti ci sono ragioni contrapposte che faticano a trovare prospettive più ampie.

La stanza intelligente offre finalmente una visione prospettica. Ed è una buona risposta – articolata, coerente e pragmaticamente costruttiva – alla domanda lanciata nel 2008 da Nicholas Carr: Is Google making us stupid? e rilanciata dal sito The Edge nel 2010: How is the internet changing the way you think? Risponde inoltre alla domanda implicita nei Barbari di Alessandro Baricco, del 2006: a che tipo di sapere ci sta portando la mutazione?

Anche se per molti “continentali” potrà sembrare pop-philosophy, il libro di Weinberger ha il grande pregio dei migliori libri americani d’alta divulgazione: pensati non per una competizione accademica, ma per farsi capire, per essere efficaci sulla società e sulla cultura, per aiutarci a migliorare il nostro modo di vedere le cose. Nonostante la chiarezza, comunque, le risposte non sono né banali né univoche; com’è giusto che sia, data la complessità del problema, anch’esso Too Big To Know, come recita il titolo originale del libro.

L’argomento è ben sintetizzato nel sottotitolo americano: Rethinking Knowledge Now That the Facts Aren’t the Fact, Experts are Everywhere anche the Smartest Person in the Room is the RoomE la tesi principale appare nel sottotitolo italiano: La conoscenza è una proprietà della rete. Proprio perchè la conoscenza è una proprietà della rete, il più intelligente nella stanza non è una persona, né il gruppo di persone, ma è la stanza stessa, cioè la rete, che tiene assieme, mettendo in comunicazione, tutte le persone.

Detta così sembra un’idea piuttosto ostica per la nostra cultura e la sua concezione del sapere. Anche perché Weinberger non è un banale cyberentusiasta e, oltre ai pro, non manca di evidenziare i contro. Ecco come termina il libro:

La conoscenza è diventata una rete con le caratteristiche – nel bene e nel male – di internet. Discuteremo se la nuova conoscenza di avvicina alla verità, come tutto sommato io penso che faccia. Ma una cosa sembra essere chiara: la conoscenza in rete ci avvicina alla verità sulla conoscenza.

Attenzione all’ultima frase (che ho messo io in neretto): sta dicendo che la nuova network knowledge ci fa capire il vero funzionamento del nostro modo di conoscere, ce ne dà un’immagine più adeguata rispetto a quella tradizionale. Questo è uno dei punti cruciali del libro. Ed è anche il punto in cui, a mio avviso, Weinberger si lascia fuorviare dal suo background filosofico.

La mia tesi è che la messa in rete della conoscenza, in realtà, trasforma la semiosi in una ipersemiosi.

Se interpretiamo la conoscenza come semiosi illimitata – l’enciclopedia rizomatica teorizzata da Umberto Eco sulla scorta di Charles S. Peirce – non solo rendiamo evidente che essa è sempre stata una grande rete profondamente interconnessa; ma capiamo meglio le grandi trasformazioni che sta subendo il nostro paesaggio culturale investito dalla rivoluzione tecno-mediatica di Internet, che non è nient’altro che uno straordinario acceleratore e potenziatore di semiosi. I suoi effetti socio-culturali possono essere sintetizzati in modo più coerente (e forse più culturalmente digeribile) se guardiamo alla nuova conoscenza come a una versione potenziata della semiosi, a una ipersemiosi, piuttosto che a un’incarnazione tecnologica della deriva decostruzionista.

Questa infatti non è una semplice reinterpretazione della tesi di Weinberger, perché si contrappone in alcuni punti decisivi alla concezione postmodernista adottata dall’autore (il mondo come grande testo da decostruire continuamente). Nel complesso credo anche che le argomentazioni di Weinberger siano più in sintonia con un approccio semiotico peirceano che con uno decostruzionista derridiano.

Il nucleo filosofico più profondo del contrasto tra i due approcci gira attorno al problema del trascendentale. Ma porterebbe fuori strada, verso una zona della semiosfera densa e intricata come una giungla. Oltre tutto il libro di Weinberger non è un libro di filosofia, ma un libro di sociologia della cultura (profondo, ma fortunatamente senz’alcun accademismo). Di filosofia, ce n’è appena quanto basta per dichiarare esplicitamente la sua posizione: Jacques Derrida e il pensiero postmodernista.

Secondo l’autore, internet ci mostra che “i postmodernisti avevano ragione”. Lo argomenta in varie parti del libro, in maniera più o meno esplicita. Io però vorrei usare un’immagine molto bella che Weinberger tira fuori a un certo punto: descrive le differenze (chiama così, derridianamente, le innumerevoli diversità di opinione che proliferano sul Web) come moscerini, milioni di differenze-moscerini che ronzano caoticamente nella Rete, discordanti e non accordabili (“unsettled and unsettling”).

Ecco, il punto fondamentale è questo: sono davvero irrimediabilmente non accordabili queste differenze-moscerini? Secondo la semiotica interpretativa l’enorme nuvola di differenze-moscerini non è condannata alla discordia: infatti presenta zone più dense, che tendono a vibrare in risonanza con qualcosa. Questo qualcosa, come suggerisce Umberto Eco in Kant e l’ornitorinco, sono le “linee di resistenza” del reale, che resistono a certe interpretazioni, come le “nervature del legno o del marmo” resistono allo scalpello dell’artigiano. Ma lasciando da parte l’annoso problema filofico, ciò che importa qui è che nel groviglio caotico delle differenze, nella nuvola di moscerini, possiamo individuare punti provvisoriamente più solidi e condividere scopi comuni (habit e purpose, per usare i concetti di Peirce).

Nel libro di Weinberger (com’è ovvio data la sua impostazione teorica) non ci sono risposte definitive. E anche la differenza che ho tracciato qui tra la sua “stanza intelligente” decostruzionista e la mia ipersemiosi e non è così netta: mi sembra più simile a una di quelle famose figure ambigue studiate dalla psicologia gestaltica, che oscillano continuamente tra due modi di guardarle.

In ogni caso, condivido in pieno il suo intento di fondo:

Dobbiamo capire cosa conservare del vecchio paradigma e quali trappole e tentazioni della nuova tecnologia evitare. Sta emergendo una nuova strategia per conosce il mondo, ma non siamo passivi davanti al suo arrivo.

Nel libro – leggetelo: vale soldi e tempo! – ci sono molte altre idee da rimuginare con attenzione, idee che scompligliano modi di pensare e vedere la nostra cultura. Ne parleremo nei prossimi giorni.

Ora vorrei concludere questo post introduttivo, proponendo una morale-della-favola e due citazioni a mo’ di epigrafi.

La morale che ho ricavato da La stanza intelligente è questa: fondere Conoscenza e Rete ci offrirà più vantaggi che svantaggi. Ma dobbiamo superare la paura che nella fusione andrà perso il prezioso patrimonio che abbiamo accumulato in migliaia di anni. L’anarchia dell’ipersemiosi non ci porterà a Idiocracy.

Le citazioni, che mi sembrano perfette per inaugurare un blog (soprattutto se ha come motto Pensare nel groviglio), sono queste:

Thought is never private. Nor should it be.

Liberate nella distesa sconfinata delle differenze umane interconnesse, le idee diramano senza fine. Non esistono idee isolate, né ci sono mai state; esistono solo ragnatele di idee.