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Autobibliografia provvisoria (1)

Da qualche tempo gira su Facebook l’invito a postare i libri preferiti. Quando sono stato tirato in ballo ho cominciato a pensarci su e ho scoperto che per me era un problema. Anzi un grattacapo, un tarlo che ha cominciato a insinuarsi nella mia testa e mi ha ingarbugliato i pensieri.

Mi rendo conto che, in fondo, l’idea di partenza è facile e divertente: confrontare i gusti e magari suggerirsi a vicenda delle belle letture. Ma è poco probabile che gusti idiosincratici come i miei possano essere utili a persone che non condividono almeno in parte i miei interessi. E poi, in quell’idea non riesco a fare a meno di vedere qualcosa di diverso: ci sono libri che hanno segnato la mia vita? Se sì, sono libri che mi sono piaciuti o piuttosto libri che mi hanno sfidato? E comunque, se allora mi sono piaciuti o mi hanno sfidato, oggi potrebbero non piacermi e non sfidarmi più. Dovrei allora rileggerli per vedere se l’io di oggi concorda con l’io di una volta. Non solo: dovrei anche cercare di capire se ai “gusti” o, più in generale, all’identità dell’io di oggi hanno contribuito quei libri che magari ora non mi sembrano poi così belli o interessanti.

Insomma, dovrei ricostruire una specie di autobiografia attraverso i libri, una autobibliografia. Compito assai laborioso, anche perché leggere è l’attività che ha occupato il maggior tempo della mia vita, dopo dormire.

Un compito simile è stato portato a termine in maniera meravigliosa – e molto, molto più profonda di quanto l’abbia suggerita io – da Giorgio Agamben con Autoritratto nello studio, il libro che mi ha più affascinato tra quelli letti recentemente. Il suo autoritratto è in realtà una biografia di luoghi vissuti, i suoi studi, nei quali ci sono tracce (foto, libri, quaderni, oggetti, ecc.) che innescano la memoria di persone conosciute. Agamben dice infatti di essere «un epigono nel senso letterale della parola, un essere che si genera solo a partire da altri e non rinnega mai questa dipendenza, vive in una continua, felice epigenesi».

Ho incrociato per la prima volta Agamben all’università. Enzo Melandri l’aveva invitato a tenere una conferenza. Non ricordo più il tema, ma mi è rimasto impresso il rispetto che il mio “maestro” riservava a quel filosofo molto più giovane e a me sconosciuto. Ne ho capito il motivo solo molti anni dopo. Il libro di Agamben mi ha anche reso consapevole di quanto solitaria sia stata la mia vita intellettuale. È una vita fatta quasi soltanto di libri. Sono pochissime persone di cui potrei dire che abbiano avuto un ruolo davvero significativo. Forse l’unico mentore è stata la mia professoressa di filosofia del liceo, Luigina Passuello, che ha incoraggiato e alimentato il mio amore per “sophia”.

Ho pensato dunque di iniziare questo abbozzo di autobibliografia provvisoria con l’autoritratto di Agamben, anche se è una lettura recentissima. Diciamo che è un esergo; o un flash-forward che scombussola in senso non cronologico e non gerarchico la lista.

Sulla scelta dei libri ho poi deciso di non fare troppo il complicato e usare più il cuore che la ragione. Con un’avvertenza: se, come diceva Pascal, “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”, amo pensare che valga anche l’inverso: la ragione ha un cuore che il cuore non sente. In entrambi i casi, la lista, oltre che provvisoria, è assai parziale nei due sensi della parola: incompleta e non obiettiva.

Come primo titolo in ordine sia cronologico che d’importanza autobibliografica, ho deciso di mettere le Ricerche filosofiche di Wittgenstein: è stata la mia prima, appassionante scoperta di una filosofia come intelligenza tagliente che non cerca di sedurti, ma ti costringe a pensare. Potrei assegnare il titolo di mentore onorario a questo libro.

Wittgenstein ha dovuto vedersela con La gaia scienza di Nietzsche, per il quale in quegli stessi anni avevo avuto una notevole infatuazione. Ma l’infatuazione non è mai sfociata in una vera, duratura passione, anche se i lampi sulfurei del grande seduttore ogni tanto affiorano provocando ancora qualche brivido.

Quel Wittgenstein e quel Nietzsche erano sul comodino di metallo dell’ospedale di Dubrovnik dove sono stato qualche giorno in convalescenza dopo aver rischiato di morire in un incidente a vent’anni. A ripensarci oggi mi accorgo, quasi con sgomento, che siamo frutti del caso, oltre che del daimon. Lo splendido panorama della città sul mare, inquadrata dalla luce spettacolare che filtra sotto le nuvole di un temporale incombente; la strada sinuosa, scavata sulla montagna, su cui l’auto si allontana dalla città; la mia faccia girata all’indietro per guardare lo spettacolo; l’urto violentissimo e la fronte che sfonda il parabrezza, la cecità temporanea… Bastava un secondo e la mia vita sarebbe finita contro quel camion. E poi, all’ospedale, l’incontro con una ragazza francese che, qualche tempo dopo, a Bologna, mi propose di trasferirmi nella sua città, dove insegnava un grande esperto di Wittgenstein. Bastava un sì e la mia vita sarebbe stata un’altra.

Antiche ragioni del cuore, che si fecero sentire prepotentemente tra la fine del liceo e l’inizio dell’università, mi portano a citare qui i Frammenti di un discorso amoroso di Barthes. Ancora un’intelligenza pirotecnica, che qui si applica alla “frivolezza” romanzesca dell’amore e lo trasforma in un sorprendente repertorio di gesti esistenziali e prelibatezze letterarie.

Pochi mesi dopo quello di Barthes il cuore della ragione mi spinge a scegliere un libro che sta agli antipodi di quello e dimostra quanto anomale siano sempre state le mie preferenze di lettura: il Manuale di logica di Quine. Anche se del suo contenuto mi è rimasto poco, ricordo ancora l’entusiasmo con cui mi alzavo la mattina per mettermi a studiarlo: per me era il piacere del pensiero puro che gioca coi simboli. E vince sempre.

Credo che il piacere per l’incastro nitido e pulito del pensiero sia una componente del mio carattere. E sospetto che nasconda una paura nascosta verso ciò che sfugge al controllo attento degli incastri: i residui anomali, gli angoli sghimbesci, le crepe e le muffe, le ambiguità, le lacune e le ombre della vita. Tutte cose che ora, però, mi affascinano quanto gli incastri complicati e perfetti.

Nei primi anni di filosofia a Bologna i miei interessi erano concentrati sulla filosofia del linguaggio e della scienza. Ci sono ovviamente molti libri e autori importanti in quel periodo, tra cui quelli del mio maestro Enzo Melandri. Alla fine, il cuore della ragione si è sintonizzato con le ragioni del cuore. Ho messo da parte tutto lo studio fin troppo serio ed esoterico fatto all’università e ho scelto un altro maestro, assai diverso dal primo: Umberto Eco, le cui lezioni, in aule strapiene, ho frequentato come spettacoli teatrali di ironia e intelligenza. Il Trattato di semiotica generale e Semiotica e filosofia del linguaggio sono stati importanti e molto stimolanti per me, soprattutto il secondo, su cui torno ancora a riflettere di tanto in tanto. Alla fine però ho preferito inserire un testo più tardo, Kant e l’ornitorinco, perché ho ancora ben presente la passione con cui l’ho divorato, molti anni dopo l’università: pensavo che tutto il mio studio universitario si fosse ormai ridotto a un lungo e triste vicolo cieco, ma quel libro ha riattizzato antiche braci filosofiche rimaste sotto la cenere.

Ripensando agli anni bolognesi mi è riapparsa la figura che più potrebbe assomigliare a un mentore, anche se un mentore a sua insaputa. Era un bizzarro, lunatico e simpaticissimo professore che per me è stato più maestro di bevute e chiacchierate estemporanee in caffè e osterie, che di filosofia. Si chiamava Roberto Dionigi e di lui, oltre a vari aneddoti, mi è rimasta una battuta fatta en passant su qualche mia osservazione o preferenza filosofica: era “troppo pulita”. L’ho capita col tempo: l’eccessiva fiducia nel rigore razionale rischia di far girare in tondo, come l’ubriaco che, per cercare la chiave di casa smarrita, gira soltanto sotto la luce del lampione.

Per compensare l’eccesso di “pulizia” teorica, scelgo ora un autore che in quegli anni per me era stato una digressione, ma aveva portato un po’ di sporco vitale, storico e politico, nell’ingombrante bagaglio di rigore teoretico che mi stavo portando dietro: Michel Foucault. Dei suoi libri che avevo letto allora, ho scelto Le parole e le cose anche per la meravigliosa lettura filosofica de Las Meninas di Velasquez che occupa tutto il primo capitolo.

Dal periodo travagliatissimo della tesi, nel quale si erano affastellate tante letture molto specialistiche (dispense, articoli, saggi, testi in inglese fotocopiati in biblioteca), il libro che è riemerso prepotentemente alla memoria è quello che meno c’entrava con il mio ambito di specializzazione e mi aveva messo in crisi: La voce e il fenomeno di Derrida.

Un libro compatto e importante, in cui ero incappato troppo tardi, nel quale il geniale filosofo francese aveva trovato una crepa interessantissima nel pensiero di Husserl, e assai diversa da quella in cui avevo cercato presuntuosamente di inserirmi io con l’aiuto stravagante e azzardato della semiotica di Peirce.

Quella crepa era così affascinante che, se non avessi rimandato già fin troppo la laurea, mi sarei rimesso a studiare. Derrida, con la sua radicalità vertiginosa, è rimasto uno dei pensatori, assieme a Deleuze, che avrei voluto conoscere meglio.

Dopo anni di letture monomaniacali, la fine dell’università diede il via libera al mio eclettismo e i miei interessi si dispersero in mille rivoli. Tra le varie scoperte di quel tempo, una a cui sono particolarmente affezionato è Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Pirsig. (Ne ho parlato anche in questo post). Appena uscito dal mio piccolo mondo astratto, senza una moto e incapace di usare un cacciavite, mi sono trovato per le mani il romanzo di uno che, la filosofia, l’aveva trasformata in vita vissuta fino al baratro della follia, e poi ne era uscito in sella a una moto; e che parlava – a me e a suo figlio – di come riparare una motocicletta, la mente e la razionalità platonico-aristotelica. Un’idea forse un po’ naif, un romanzo letterariamente non eccelso, ma una lettura travolgente. Tra le altre cosa, mi ha ficcato in testa quel concetto fin troppo onnicomprensivo che Pirsig chiamava Qualità e col quale, anni dopo, sarei tornato a fare i conti sfogando la mia passione filosofica per l’arte.

(Continua)

Bivaccando nel groviglio

Dopo l’ultimo post mi sono fatto prendere la mano dal deep surfing e mi sono un po’ perso nel groviglio. Perciò, invece di tornare al campo base, ho deciso di bivaccare e raccontare come è nato questo blog.

La storia inizia un giorno di maggio del 2006. Sulla prima pagina di Repubblica – allora ero ancora un lettore piuttosto assiduo del giornale trovai uno strano scritto di Alessandro Baricco: era la prima puntata di un’originale feuilleton saggistico che parlava dei Barbari, una razza di mutanti culturali che sta invadendo, dall’interno, il nostro mondo. Non me ne persi una puntata (un po’ sulla carta, un po’ sul web e in seguito leggendo libro), perché toccava temi che mi appassionavano e lo faceva in un modo molto stimolante e provocatorio: con la sua ben nota abilità affabulatoria, Baricco spiegava il modo di pensare dei barbari quasi mimandolo; ma proprio l’efficacia retorica mi lasciava un retrogusto d’insoddisfazione.

E così, quando, un paio d’anni fa, decisi di riprendere gli articoli di sociologia della cultura che avevo scritto per la rivista Link, pensai di aggiornarli partendo proprio da un commento critico al “saggio sulla mutazione” (è questo il sottotitolo de I barbari, pubblicato da Feltrinelli nel 2008).

Mal me ne incolse!

Proprio come, per i barbari, un libro ha senso solo in quanto “sistema passante”, cioè esperienza che genera energia, movimento, accelerazione, così per me I barbari divenne un irresistibile “sistema passante”: mi scatenò la frenesia del surfer, ma di un tipo molto diverso da quello descritto da Baricco. I suoi barbari sono rivoluzionari della superficialità, refrattari all’insopportabile perdita di tempo di uno scavo in profondità: per loro conoscenza ed esperienza hanno senso solo se diventano sequenza, velocità, movimento ininterrotto. Come nel surfing, appunto. Il mio surfing sui generis invece era mosso da un’acribia tutta profondista, un desiderio di scavare, capire, cercare dietro le apparenze. Un surfing sotto la superficie, che ha riempito di letture e navigazioni oltre un anno di vita; e il mio computer di centinaia di files (commenti, schede di lettura, scoperte nel web, testi… Ne pubblicherò qualcuno prossimamente).

Ho capito così che la contrapposizione valoriale superficie-profondità attorno a cui ruota il saggio di Baricco non rappresenta due modi di conoscere radicalmente diversi, perché la conoscenza (come ho già accennato nella presentazione del blog) è sempre “surfing” cioè sequenza di segni, percorso di interpretazioni, surfing degli interpretanti nel groviglio.

Da qui è nata l’idea di deepsurfing.

Avevo dunque preparato tutto per aprire il blog quando, surfando in libreria, mi sono trovato sotto il naso La stanza intelligente di Weinberger. Altro che barbari! Il nuovo modo di conoscere non è superficiale, ma supersociale: grazie all’ipersemiosi, il surfing della conoscenza può diventare un enorme gioco di squadra! Ora potevo vedere in una luce migliore uno dei nodi che avevo cercato di dipanare. E così, invece di raccontare il groviglio esplorato a partire da I barbari, ho cominciato il blog parlando del libro di Weinberger. Sono riuscito a mantenere saldamente la barra del timone e ne ho distillato i cinque post pubblicati finora. Poi sono finito fuori rotta.

Ed ora eccomi qua, accampato in mezzo al groviglio.

Nell’ultimo post avevo esplorato la distinzione tra forma-libro e forma-web. Ed ero arrivato all’idea che la forma lunga tipica del libro non è affatto un modo obsoleto di rappresentare e comunicare la conoscenza. Non più di quanto lo può essere un sentiero nel bosco o la mappa di una regione poco conosciuta. Ma nelle argomentazioni di Weinberger avevo sentito altri punti pruriginosi che, dopo una grattatina, avevano mostrato altri fili e altri sentieri annodati al profondo del groviglio. 

Di sentiero in sentiero, mi sono ritrovato in mezzo a una gran matassa di nodi. (Situazione apparentemente opposta a quella necessaria al moto perpetuo del surfer barbaro; ma non se si considera che l’onda della semiosfera è frattale e che un deepsurfer è come Ant-Man e sa adattare le sue dimensioni ai vari livelli frattali della ricerca, muovendosi anche nella spuma microscopica di una sola idea).

Il primo nodo che ho cominciato a dipanare è un’idea suggerita en passant da Weinberger proprio all’inizio del capitolo sulla forma libro vs forma web: l’idea che sia stato il ragionamento basato sulle catene inferenziali della logica (il cui prototipo è  il sillogismo aristotelico) a portarci a identificare la conoscenza con la forma lunga e quindi a idolatrare il libro. C’è qualcosa che non va in questa idea, ma per capirlo bisognerebbe indagare il rapporto tra logos, logica, linguaggio e scrittura: un tema filosofico immenso! Lo avevo appena sfiorato citando Derrida. E allora, per fare un po’ di deepsurfing sul pensiero di Derrida, ho trovato un’utile mappa tracciata da Maurizio Ferraris con la sua Introduzione a Derrida.

Il logocentrismo contro cui teorizza Derrida è il frutto di una rimozione, la rimozione della scrittura come iscrizione, come traccia (che per Derrida svolge, in un certo senso la stessa funzione del trascendentale per Kant, è cioè condizione di possibilità dell’esperienza). La traccia di Derrida non è altro che il segno come pura differenza, come impossibilità della presenza assoluta del senso, come continuo rinvio a qualcosa che non c’è più.

Come si vede, la traccia di Derrida ci porta troppo lontano. Anche se Landow ne fa un profeta dell’ipertesto e se il primo capitolo della Grammatologia s’intitola “La fine del libro e l’inizio della scrittura”, Weinberger ha fatto bene a tenersene alla larga parlando della forma libro. Ma c’è dell’altro.

Psicanalizzando” la filosofia occidentale e facendo emergere la grande rimozione della scrittura-traccia, Derrida ha messo a nudo una gerarchia nascosta di valori. All’inizio della Grammatologia Derrida lo dice chiaramente: il logocentrismo, “metafisica della scrittura fonetica”, è “il più originale e il più potente etnocentrismo”. Ecco, io credo che questa decostruzione etico-politica della razionalità greca (platonica) rischi di confondere la giusta demistificazione della metafisica con l’assurda idea che la logica – se non, addirittura, la stessa scrittura alfabetica! – sia uno strumento di dominio dell’Occidente. Ma anche questa ha l’aria di essere un’altra matassa impegnativa.

Il mio istinto di deepsurfer mi suggerisce perciò di tornare indietro, risalendo il filo sino al nodo citato prima: è davvero il ragionamento inferenziale-sequenziale ciò che origina la forma lunga del libro e che è stata messa in una crisi salutare dalla reticolarità del sapere?

Lascio la domanda in sospeso perché, per ora, rimango qui, a bivaccare. Aggiungo solo un’osservazione, o meglio una meta-osservazione. Nel groviglio mi vien naturale procedere a tentoni: mi lascio condurre dalla curiosità, dall’istinto e dalle mie incerte mappe ipotetiche; ma poi torno indietro, se il filo sembra portarmi lungo un sentiero troppo divergente. Non è tanto per prudenza o paura di perdermi, ma per mantenere un controllo sulla mappa che sto cercando di tracciare, una coerenza nell’esplorazione del labirinto.

Credo che sia questo il deep del mio surfing: un esplorazione controllata del labirinto.

Sentieri senza guard-rail

Nel post precedente ho analizzato il senso soggettivo della fluidità della conoscenza, cioè il modo in cui l’ipersemiosi trasforma la produzione di senso e i processi comunicativi nella società: i soggetti istituzionali e le gerarchie epistemiche tradizionali si stanno disgregando in una democrazia con le caratteristiche di uno small-world network.

La fluidificazione della conoscenza ha però un impatto ancora più evidente in senso oggettivo, cioè nel corpus dell’enciclopedia: qui l’effetto dell’ipersemiosi introdotta dalla Rete è l’effettiva, concreta destrutturazione dei contenuti del sapere. Effettiva e concreta, perché, come ho già detto dei precedenti post, la conoscenza-cultura-enciclopedia è ed è sempre stata essenzialmente reticolare.

La natura disgregatrice della rete e l’imponente fenomeno della parcellizzazione dei contenuti, da tempo sotto gli occhi di tutti, sono dovuti alla sua natura fondamentalmente ipertestuale. Una natura che è stata teorizzata ben prima del diffondersi del Web: da Vannevar Bush e da Ted Nelson a livello di progetto tecnologico, da Roland Barthes a livello di teoria letteraria e, in un ambito filosofico più generale, da Jacques Derrida e da Gilles Deleuze e Felix Guattari col concetto di rizoma. Questa quasi profetica “convergenza” tra aspetti teorici e progetti tecnologici è stata ben esplorata da George Landow in Ipertesto. Il futuro della scrittura, un libro uscito oltre vent’anni fa che contiene molte delle idee sui limiti del medium libro e i pregi del medium rete di cui parla Weinberger (anche se in Landow manca del tutto l’aspetto sociale della conoscenza in rete, che rappresenta un tema fondamentale de La stanza intelligente).

In particolare Landow vede in Derrida il più acuto teorico della fine del libro: “La fine della scrittura lineare è esattamente la fine del libro”, scriveva il filosofo francese nel 1967 (De la Grammatologie). E nelle opere successive insisterà sul concetto di straripamento (débordement) dai confini del testo e sulla dissoluzione della sua unità come corpus. Anche se quello di Weinberger non è un libro di filosofia, sorprende che, dopo aver dichiarato che il web è una conferma del postmodernismo di Derrida, non vi faccia alcun riferimento quando tratta il tema della grande mutazione del Libro.

Weinberger affronta questo tema analizzando la “forma lunga” del libro e mettendola a confronto con la “forma-web”. Abbiamo già visto che la differenza più importante tra il Libro e la Rete è nel modo di filtrare la conoscenza. Qui però lo scopo è chiarire come funziona il ragionamento in forma lunga del medium libro per capire cosa perdiamo in seguito alla fluidificazione introdotta dalla Rete. La tesi principale è questa:

il sapere tradizionale è stato un parto casuale della carta”. Il medium libro “presenta vantaggi straordinari, ma ha anche delle caratteristiche che involontariamente hanno limitato e plasmato la conoscenza. (…) Pensare che la conoscenza sia strutturata in forma di libro è come stupirsi che un sasso stia così bene nella sua buca in terra”.

I limiti del medium libro sono la sua chiusura, cioè la definitività fisica che induce anche una definitività concettuale, la sua sequenzialità rigidamente stabilita e gerarchizzata; la compressione delle idee in “sentieri lunghi e stretti” e la concezione della conoscenza come un’impresa personale e solitaria.

In realtà la forma della conoscenza non esiste, perché, come dimostra la rete, la conoscenza non ha confini e non sta mai ferma. E “il pensiero non è mai personale. Né dovrebbe esserlo”.

Abbiamo già visto che questa tesi non è affatto rivoluzionaria: la conoscenza-cultura-enciclopedia è da sempre un reticolo rizomatico. Lo riconosce in fondo anche Weinberger, quando descrive “la vita del sapere dopo che è stato deposto dal suo scaffale” e immesso nella rete:

Viene citato a sproposito, degradato, migliorato, incorporato, fatto circolare attraverso migliaia di incomprensioni e assimilato fino a che non è reso invisibile. È sempre stato così. Oggi possiamo vederlo in presa diretta.

La presa diretta è appunto l’ipersemiosi: la manifestazione concreta, socialmente evidente ed effettiva, della natura reticolare del sapere. Il suo effetto più vistoso, come abbiamo visto, è la desautorazione delle mediazioni culturali, compresa l’erosione dell’autorialità.

Alla fine, la differenza sostanziale tra la forma-libro e la (non) forma-web ci riporta al ruolo dell’autorità epistemica, che è anche il cuore del concetto di filtro. La forma-web infatti “cambia la natura delle autorità”: non ci sono più “punti fermi” stabili e definitivi, perché “la catena dell’autorità non ha fine”. “L’autorità viene semmai definita in termini più funzionali” come “la pagina in cui decidiamo di non cliccare alcun link”.

Weinberger sta ben attento a non cadere nel “tecno-determinismo secondo cui la tecnologia ha solo un risultato”. Perciò non sostiene affatto che dobbiamo rinunciare alla forma lunga e ai suoi pregi; ci invita invece ad imparare a usare meglio la rete perché “oggi il sapere è la ragnatela informe di connessioni al cui interno vivono le espressioni delle idee”.

La sua scelta di campo comunque è dichiarata: dato che gli apocalittici come Jonathan Carr hanno già molto insistito sui valori della conoscenza tradizionale che rischiamo di perdere, preferisce argomentare da integrato, a favore della non-forma-web, perché “il networking della conoscenza potrebbe insegnarci che tutto il mondo assomiglia più a una ragnatela informe, aggrovigliata e incontrollabile, che a un’argomentazione ragionata”.

Tuttavia in questa positiva difesa del nuovo, la sua fede postmodernista rischia di sottovalutare il ruolo del vecchio.

È indubbiamente vero che “le opere in forma lunga (…) fanno ordine nel guazzabuglio di idee che vogliono chiarire, ma imponendo una disciplina che tiene lo sguardo del lettore fisso sul percorso che traccia l’autore”. Tuttavia credo sia importante ribadire che i sentieri e la disciplina (che troviamo nei buoni testi in forma lunga) sono la mappa faticosamente elaborata da esploratori che hanno navigato in quei territori della semiosi. Per un lettore avveduto non dovrebbe mai essere un’imposizione, ma un ausilio per l’orientamento, benché provvisorio e aperto a modifiche e integrazioni.

Per questo, i testi lunghi, le porzioni di semiosi gerarchicamente organizzate (le strutture arborescenti o dizionariali all’interno del rizoma), non sono una zavorra che impedisce la libertà e la creatività del pensiero, ma i preziosi grumi della conoscenza fluida, che rendono più solida la grande ragnatela della cultura pur consentendole tutta la plasticità necessaria.

Una volta compreso che non sono infrastrutture definitive e immutabili, possono essere usate nel modo più naturale, come sentieri battuti, ben segnati e sempre percorribili da chiunque lo voglia, ma senza più guard-rail. Da quei sentieri si può uscire in ogni punto e tracciare nuovi percorsi tra le illimitate connessioni della rete. Oggi è molto più facile farlo. Ma è saggio non cancellare i sentieri. E non  buttar via le mappe.