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Ipersemiosi e conoscenza fluida

La trasformazione culturale che sta investendo il nostro modo di conoscere è dovuta al networking della conoscenza, cioè all’interconnessione a larghissima scala e in tempo reale che collega potenzialmente tutto con tutto: persone e contenuti (testi, immagini, audio-video), in tutti i modi (“idee a idee, persone a idee, persone a persone”).

Questo è, a mio avviso, il nucleo concettuale fondamentale nel libro di Weinberger che ho cominciato ad analizzare nei precedenti post.

Weinberger ha messo in evidenza altre importanti differenze tra il nuovo medium Rete e il vecchio medium Libro: il diverso modo di filtrare; la dematerializzazione dei supporti della conoscenza che ne elimina la scarsità; la progressiva desautorazione delle autorità espistemiche e la nebulizzazione della competenza; il carattere inclusivo e aperto alle differenze. Con una serie di aggettivi: la conoscenza-in-rete è ampia, interconnessa, senza recinti e permessi, pubblica e condivisa, irrisolta.

Nell’ultimo post ho sintetizzato l’idea della nebulizzazione della competenza (quella che Weinberger chiama “expertise of clouds”) dicendo che la competenza, l’intelligenza, la conoscenza che per secoli abbiamo considerato proprietà essenzialmente individuali, stanno diventando anche – e forse soprattutto – proprietà della rete.

Ora vorrei rendere esplicito l’assunto contenuto in questa affermazione: la semiosi, cioè il processo di costruzione (e sedimentazione) del senso che ci permette di conoscere e comprendere, è contemporaneamente “interna” ed “esterna” al soggetto, individuale e sociale; ma la Rete sta rendendo sempre più esplicito e importante il versante sociale. La conoscenza è sempre meno un’impresa individuale e sempre più un’impresa sociale condivisa.

È questo l’aspetto più significativo della “crisi della conoscenza” descritta da Weinberger. Ed è dovuto al fatto che la diffusione delle tecnologie di Rete, modificando contemporaneamente il modo in cui conosciamo e il modo in cui comunichiamo, sta fondendo sempre più intimamente conoscenza e comunicazione, e sta quindi trasformando il modo in cui il sapere si forma e si distribuisce nella società; o, in altre parole, il modo in cui individui e gruppi sociali partecipano alle dinamiche della semiosi.

Alla base c’è un potenziamento tecnologico, mai prima raggiunto, delle possibilità concrete di stabilire relazioni, sia semiotiche (link tra contenuti), sia sociali (collegamenti mediati tra persone). La Rete infatti è allo stesso tempo:

a) sistema di comunicazione totale (che fonde assieme le vecchie modalità one-to-many e one-to-one con la nuova many-to-many);

b) supporto tecnologico che rende possibile una specie di semiosi artificiale: un modello, in scala ridotta, della cultura secondo la concezione di Umberto Eco: l’enciclopedia semiotica.

Dal punto di vista della comunicazione (a), l’aspetto decisivo del meta-medium Rete è la recente diffusione a larga scala di quella forma ibrida di stampa e conversazione asincrona (many-to-many) che ha portato all’auto-produzione di massa (User Generated Contents): è quella che Manuel Castells ha definito mass self-communication. Comprende i vari tipi di social media (social network, blog, wiki) che si è soliti indicare con la formula generica di Web 2.0. La possibilità che oggi tutti hanno di partecipare al dialogo pubblico è il presupposto che rende intelligente la “stanza intelligente” di Weinberger.

Dal punto di vista della conoscenza (b), l’aspetto a mio avviso più significativo della Rete è il fatto che la sua infrastruttura consente di realizzare una specie di ipersemiosi grazie ai nuovi filtri forward (vedi post precedente) come Google Search, i sistemi di tagging collaborativo, i sistemi di ranking e rating, i sistemi wiki. Ognuno di questi strumenti è, in misura diversa, un ibrido tecno-sociale (come Clay Shirky ha definito Wikipedia) che “potenzia” la dinamica della cultura e della conoscenza.

Un modo efficace e molto “ipersemiotico” per dimostrare il carattere tecno-sociale dell’ipersemiosi è quello realizzato con questo video su Youtube dal “digital ethnographer” Michael Wesch (“Web 2.0: The machine is us/ing us”, 2007).

Come tutti i modelli, la semiosi tecno-sociale realizzata dal Web ha degli ovvi limiti: non tutto è in rete, non tutti hanno accesso alla rete, non tutte le relazioni segniche possono essere tradotte nelle pagine, nei contenuti, nei filtri e nei link della rete (di fatto link e tag sono artifici semiotici molto limitati rispetto alla complessità e alla flessibilità di un processo di interpretazione). In compenso, la rete è un potenziatore straordinario di semiosi: qualunque contenuto digitale, nuovo o già esistente, può essere messo in rete da chiunque e/o collegato immediatamente da chiunque a qualunque altro contenuto, in qualunque altro punto dell’enciclopedia; la velocità di collegamento è istantanea, la crescita di contenuti e link esponenziale.

Weinberger ha ragione quando dice che la conoscenza è una proprietà della rete e che la rete sta modificando la nostra idea di conoscenza, avvicinandola al modo in cui essa funziona realmente. Ma questo è vero perché è la cultura in generale ad avere una struttura reticolare: la cultura è da sempre una “ragnatela interconnessa di idee”, cioè semiosi ed enciclopedia (nel senso definito da Eco). La Rete ha soltanto messo in evidenza e, soprattutto, ha potenziato le dinamiche semiotiche della cultura; e lo ha fatto sovrapponendo, in un certo senso, alla reticolarità semiotica “naturale” della cultura, una struttura artificiale che produce, riproduce, modifica, mette in circolo un’enorma quantità di testi. E questa ipersemiosi credo spieghi bene la trasformazione che Weinberger chiama “networking della conoscenza”.

In sintesi: tutta la cultura sta diventando un unico ipertesto globale; la tecnologia sociale sta creando un’ipersemiosi; la conoscenza sta diventando fluida.

La fluidificazione della conoscenza indica la sua trasformazione accelerata dal suo carattere di sistema al suo carattere di processo. Il medium libro tendeva a fossilizzare la semiosi-cultura in sistema; il medium rete tende a valorizzare il suo farsi, il suo carattere biologico, vivente.

In altre parole: la conoscenza tende a diventare conversazione potenzialmente ininterrotta e illimitata (come la semiosi che la contiente).

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Stanza intelligente o ipersemiosi?

Il sapere nell’era della conoscenza-in-rete

Inauguro il mio blog parlando di un libro importante, appena uscito in Italia, che è un ottimo esempio di deep surfing: scorrevole e profondo allo stesso tempo; aperto e stimolante nonostante l’antiquato (?) formato cartaceo.

Il libro è La stanza intelligente. Lo ha scritto David Weinberger, un “filosofo di internet”, esperto di new media ad Harvard, che ha già dato contributi autorevoli come il famoso Cluetrain Manifesto ed Elogio del disordine. Le regole del nuovo mondo digitale.

Il libro è importante perché può aiutare la nostra cultura a superare un nodo molto ingarbugliato di problemi, in cui più che ragioni e torti ci sono ragioni contrapposte che faticano a trovare prospettive più ampie.

La stanza intelligente offre finalmente una visione prospettica. Ed è una buona risposta – articolata, coerente e pragmaticamente costruttiva – alla domanda lanciata nel 2008 da Nicholas Carr: Is Google making us stupid? e rilanciata dal sito The Edge nel 2010: How is the internet changing the way you think? Risponde inoltre alla domanda implicita nei Barbari di Alessandro Baricco, del 2006: a che tipo di sapere ci sta portando la mutazione?

Anche se per molti “continentali” potrà sembrare pop-philosophy, il libro di Weinberger ha il grande pregio dei migliori libri americani d’alta divulgazione: pensati non per una competizione accademica, ma per farsi capire, per essere efficaci sulla società e sulla cultura, per aiutarci a migliorare il nostro modo di vedere le cose. Nonostante la chiarezza, comunque, le risposte non sono né banali né univoche; com’è giusto che sia, data la complessità del problema, anch’esso Too Big To Know, come recita il titolo originale del libro.

L’argomento è ben sintetizzato nel sottotitolo americano: Rethinking Knowledge Now That the Facts Aren’t the Fact, Experts are Everywhere anche the Smartest Person in the Room is the RoomE la tesi principale appare nel sottotitolo italiano: La conoscenza è una proprietà della rete. Proprio perchè la conoscenza è una proprietà della rete, il più intelligente nella stanza non è una persona, né il gruppo di persone, ma è la stanza stessa, cioè la rete, che tiene assieme, mettendo in comunicazione, tutte le persone.

Detta così sembra un’idea piuttosto ostica per la nostra cultura e la sua concezione del sapere. Anche perché Weinberger non è un banale cyberentusiasta e, oltre ai pro, non manca di evidenziare i contro. Ecco come termina il libro:

La conoscenza è diventata una rete con le caratteristiche – nel bene e nel male – di internet. Discuteremo se la nuova conoscenza di avvicina alla verità, come tutto sommato io penso che faccia. Ma una cosa sembra essere chiara: la conoscenza in rete ci avvicina alla verità sulla conoscenza.

Attenzione all’ultima frase (che ho messo io in neretto): sta dicendo che la nuova network knowledge ci fa capire il vero funzionamento del nostro modo di conoscere, ce ne dà un’immagine più adeguata rispetto a quella tradizionale. Questo è uno dei punti cruciali del libro. Ed è anche il punto in cui, a mio avviso, Weinberger si lascia fuorviare dal suo background filosofico.

La mia tesi è che la messa in rete della conoscenza, in realtà, trasforma la semiosi in una ipersemiosi.

Se interpretiamo la conoscenza come semiosi illimitata – l’enciclopedia rizomatica teorizzata da Umberto Eco sulla scorta di Charles S. Peirce – non solo rendiamo evidente che essa è sempre stata una grande rete profondamente interconnessa; ma capiamo meglio le grandi trasformazioni che sta subendo il nostro paesaggio culturale investito dalla rivoluzione tecno-mediatica di Internet, che non è nient’altro che uno straordinario acceleratore e potenziatore di semiosi. I suoi effetti socio-culturali possono essere sintetizzati in modo più coerente (e forse più culturalmente digeribile) se guardiamo alla nuova conoscenza come a una versione potenziata della semiosi, a una ipersemiosi, piuttosto che a un’incarnazione tecnologica della deriva decostruzionista.

Questa infatti non è una semplice reinterpretazione della tesi di Weinberger, perché si contrappone in alcuni punti decisivi alla concezione postmodernista adottata dall’autore (il mondo come grande testo da decostruire continuamente). Nel complesso credo anche che le argomentazioni di Weinberger siano più in sintonia con un approccio semiotico peirceano che con uno decostruzionista derridiano.

Il nucleo filosofico più profondo del contrasto tra i due approcci gira attorno al problema del trascendentale. Ma porterebbe fuori strada, verso una zona della semiosfera densa e intricata come una giungla. Oltre tutto il libro di Weinberger non è un libro di filosofia, ma un libro di sociologia della cultura (profondo, ma fortunatamente senz’alcun accademismo). Di filosofia, ce n’è appena quanto basta per dichiarare esplicitamente la sua posizione: Jacques Derrida e il pensiero postmodernista.

Secondo l’autore, internet ci mostra che “i postmodernisti avevano ragione”. Lo argomenta in varie parti del libro, in maniera più o meno esplicita. Io però vorrei usare un’immagine molto bella che Weinberger tira fuori a un certo punto: descrive le differenze (chiama così, derridianamente, le innumerevoli diversità di opinione che proliferano sul Web) come moscerini, milioni di differenze-moscerini che ronzano caoticamente nella Rete, discordanti e non accordabili (“unsettled and unsettling”).

Ecco, il punto fondamentale è questo: sono davvero irrimediabilmente non accordabili queste differenze-moscerini? Secondo la semiotica interpretativa l’enorme nuvola di differenze-moscerini non è condannata alla discordia: infatti presenta zone più dense, che tendono a vibrare in risonanza con qualcosa. Questo qualcosa, come suggerisce Umberto Eco in Kant e l’ornitorinco, sono le “linee di resistenza” del reale, che resistono a certe interpretazioni, come le “nervature del legno o del marmo” resistono allo scalpello dell’artigiano. Ma lasciando da parte l’annoso problema filofico, ciò che importa qui è che nel groviglio caotico delle differenze, nella nuvola di moscerini, possiamo individuare punti provvisoriamente più solidi e condividere scopi comuni (habit e purpose, per usare i concetti di Peirce).

Nel libro di Weinberger (com’è ovvio data la sua impostazione teorica) non ci sono risposte definitive. E anche la differenza che ho tracciato qui tra la sua “stanza intelligente” decostruzionista e la mia ipersemiosi e non è così netta: mi sembra più simile a una di quelle famose figure ambigue studiate dalla psicologia gestaltica, che oscillano continuamente tra due modi di guardarle.

In ogni caso, condivido in pieno il suo intento di fondo:

Dobbiamo capire cosa conservare del vecchio paradigma e quali trappole e tentazioni della nuova tecnologia evitare. Sta emergendo una nuova strategia per conosce il mondo, ma non siamo passivi davanti al suo arrivo.

Nel libro – leggetelo: vale soldi e tempo! – ci sono molte altre idee da rimuginare con attenzione, idee che scompligliano modi di pensare e vedere la nostra cultura. Ne parleremo nei prossimi giorni.

Ora vorrei concludere questo post introduttivo, proponendo una morale-della-favola e due citazioni a mo’ di epigrafi.

La morale che ho ricavato da La stanza intelligente è questa: fondere Conoscenza e Rete ci offrirà più vantaggi che svantaggi. Ma dobbiamo superare la paura che nella fusione andrà perso il prezioso patrimonio che abbiamo accumulato in migliaia di anni. L’anarchia dell’ipersemiosi non ci porterà a Idiocracy.

Le citazioni, che mi sembrano perfette per inaugurare un blog (soprattutto se ha come motto Pensare nel groviglio), sono queste:

Thought is never private. Nor should it be.

Liberate nella distesa sconfinata delle differenze umane interconnesse, le idee diramano senza fine. Non esistono idee isolate, né ci sono mai state; esistono solo ragnatele di idee.