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Trucchi e simboli della Grande Bellezza

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In un TedxTalk dell’ottobre 2011, due anni prima dell’uscita della Grande bellezza, il regista Paolo Sorrentino venne invitato a spiegare “come funziona” ed esordì dicendo: “Cerco sempre di inseguire l’ironia, perché nel mio lavoro l’ironia costringe a trovare il ritmo e il ritmo è il battito delle cose, che mi serve per provare a fare dei racconti che possano interessare e piacere. Sperando che dentro l’ironia affiori anche qualcosa di serio”.

Caratteristica essenziale dell’ironia è l’ambivalenza: la possibilità di essere presi alla lettera non può mai essere esclusa. E l’ambivalenza dell’ironia ha molto a che fare con la mia idea che il cinema di Sorrentino, soprattutto nei suoi ultimi film, tenda a una specie di ambiguità estetica, che sembra farli oscillare tra Kitsch e profondità del “modo simbolico”. Tale ambiguità è dovuta a un uso intensivo di “epifanie”, momenti inaspettati e fuori luogo che si caricano per questo di un forte simbolismo indeterminato ed evocano, a seconda del modo di interpretarli, o fertili “nebulose simboliche” o insulsi rigurgiti retorici. Tra i due poli, quello del simbolo poetico e quello del trucco retorico, si crea così un’ambivalenza inestricabile (ne ho parlato qui). Il film in cui questa ambivalenza di simbolo e trucco è più evidente è La grande bellezza, perché non solo la incarna, ma ne fa addirittura uno dei temi di fondo.

Il film inizia con una violenta contrapposizione. La prima sequenza mostra Roma in un luminosissima giornata estiva: scorci suggestivi, lunghi e fluenti movimenti di camera, accompagnati dalla musica estatica di un coro a cappella femminile che canta affacciato sulla fontana del Gianicolo. La seconda, una festa notturna, con un montaggio incalzante e musica techno: corpi esibiti, sguardi morbosi, folla dimenante, luci acide, colori saturi, espressioni e volti quasi caricaturali. Le due sequenze esprimono, in modo fin troppo didascalico, il contrasto tra grande bellezza e grande bruttezza, tra la bellezza della cultura alta e il Kitsch della cultura bassa; la magnificenza antica di Roma e lo squallore moderno dei romani. Due mondi paralleli, opposti e separati come il sacro e il profano; o il giorno e la notte, appunto. E’ la faccia più appariscente del film: una tagliente e amarissima satira della nostra vita sociale e culturale trasformata in vita notturna, marcia e debosciata. Ad essa rimandano anche le allusioni allo sfacelo dell’Italia nell’immagine della Costa Concordia o nel personaggio secondario di Giulio Moneta, il misterioso uomo d’affari che si rivela “uno dei dieci latitanti più ricercati del pianeta” e si dichiara uno che “fa andare avanti il paese”; o nella sequenza del chirurgo estetico-guru, iperbolicamente felliniana, quasi una parodia dell’onirica satira di costume del maestro riminese.

Guardando con più attenzione, si scopre però che la contrapposizione nasconde qualcos’altro. Per cominciare, le due sequenze iniziano con una “rima” ironica (sempre nel TedxTalk del 2011, Sorrentino dice che “fare le rime”, collegare le cose, è la cosa più difficile del suo lavoro): la “grande bellezza” inizia dall’interno della bocca di un cannone, quello del Gianicolo, che scandisce il mezzogiorno romano; la “grande bruttezza” dall’interno della bocca urlante di una donna dal trucco vistoso. L’ironica simmetria sottolinea il contrasto tra i due mondi, ma anche una loro sottile affinità: sono entrambi inquietanti; o meglio “perturbanti” nel senso di Freud: fanno affiorare l’alieno nel famigliare.

Nella prima sequenza è soprattutto la musica (I lie di David Lang) a insinuare l’inquietudine tra gli scorci pittoreschi di Roma: un coro femminile con un andamento intermittente e sospeso, e un mood misterioso che acquista ancora più evidenza ed enigmaticità per il fatto di essere eseguito in scena e di commentare immagini tutt’altro che da cartolina. È una Roma in pieno giorno, ma silenziosa e quasi vuota, dall’atmosfera surreale in cui il sacro ha un’ombra minacciosa, che contrasta coi piccoli inserti della Roma reale, prosaica, indifferente alla “grande bellezza” e alla sua ombra.

Per contro la seconda sequenza è costruita con un montaggio serrato da video-clip, sul remix di Far l’amore di Raffaella Carrà. Dall’estatico surrealismo della prima sequenza, si passa a un’atmosfera grottesca di euforia erotica: tutto vicino, caldo, sudato; ma anche deformato e vagamente disturbante, come se lo spirito di un’orgia dionisiaca aleggiasse sul tumultuoso Kitsch soft-porno televisivo di un villaggio turistico di lusso (è il mondo “Cafonal” di D’Agostino, da cui Sorrentino pare abbia attinto a piene mani).

Proprio in questo sottomondo notturno fa la sua teatralissima entrata il protagonista, Jep Gambardella. come una star tra la folla, col sorriso sornione di Toni Servillo. Subito però la musica si smorza, i movimenti rallentano e, mentre la camera indugia sulla sua maschera diventata assorta e impassibile, sentiamo la sua voce fuori campo, con quell’accento napoletano blasé che cade a pennello sul personaggio. La memorabile frase ad effetto (quella della “fessa” e dell’odore delle case dei vecchi) rivela subito la natura ibrida e contraddittoria di Jep: un essere del del primo mondo, che ha scelto di vivere nel secondo. È questo il vero fulcro del film: la natura ambivalente e conflittuale del protagonista, che, come vedremo, rispecchia quella della polarità trucco-simbolo.

Una presentazione così teatrale e barocca risponde a un altro tipico “modo di funzionare” di Sorrentino: la necessità di sbalordire; e il bisogno di riscattare, nel mondo dell’immaginazione filmica, la noia che ammorba il mondo reale. Un trucco, dunque. Che ha però anche l’enigmatica incongruità del simbolo epifanico: che c’entra “l’odore delle case dei vecchi”? Cosa significa? Si mette in moto la macchina interpretativa, assieme alla macchina narrativa. Un po’ come succede col MacGuffin di Hitchcock: cos’è il Sarchiapone? Cosa c’è nella scatola misteriosa?

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Un film sulla vita d’artista e la nostalgia. Arte e vecchiaia è un’accoppiata di concetti cruciale, perché per Sorrentino (in questo film e più ancora nel successivo Youth) la vecchiaia non è tanto questione anagrafica, quanto atteggiamento nei confronti della vita e dell’arte. “L’odore delle case dei vecchi” opposta alla “fessa” è un altro modo – snob e ironico come il suo autore – per dire la contrapposizione dei due mondi presentata all’inizio. Ma Jep, a quanto pare, predica bene e razzola male: l’artista destinato alla sensibilità, che amava l’odore delle case dei vecchi è ora attorniato dalla “fessa”. Com’è successo? Nel corso del film scopriamo che, pur avendo esordito con un romanzo che la critica ritiene un capolavoro, Jep non ha più scritto libri. Confessa di essersi lasciato prendere dal vortice della mondanità e di aver deciso di raggiungere l’eccellenza proprio in quel mondo, di diventare “il re dei mondani”: il dandy dalla conversazione fulminante, sorridente maestro di vita e d’eleganza, ammirato e corteggiato; attorno al quale ruota il mondo notturno della ricca borghesia romana con la sua corte dei miracoli, piena di narcisismi fragili o pacchiani, velleità artistiche e personaggi vuoti e grotteschi.

Il film non mostra questa conversione a rovescio; e la spiega solo alla fine, quando Jep, dopo tante battute evasive, darà finalmente la risposta che riassume il senso del film e il suo titolo. Ma l’esile trama è messa in moto proprio dalla misteriosa contraddizione del personaggio; e racconta la sua trasformazione non come un viaggio lineare, una catena causale di eventi, ma attraverso una serie di piccoli episodi che hanno spesso il tono di momenti epifanici, come si addice, appunto, al “modo simbolico”. La successione casuale di situazioni, incontri ed eventi che il film inanella attorno al motore immobile del suo protagonista, non serve solo a descriverlo, ma anche a mostrare le crepe che intaccano pian piano il suo ironico nichilismo e gli permetteranno di superare il blocco, in modo inaspettato, barocco e molto epifanico.

Di questo conflitto interiore, che cova sotto le ceneri dell’artista invecchiato e rassegnato alla sua sterilità creativa, Roma è lo scenario ideale perché nella sua immagine convivono lo splendore e la corruzione, il sacro e il profano, l’alto e il basso, i fasti antichi e i nefasti moderni. Ed è quindi perfetta per esprimere non soltanto la contrapposizione socio-culturale citata all’inizio, ma anche, soprattutto, la contraddizione che Jep Gambardella vive dentro di sé. “L’odore delle case dei vecchi” suggerisce un atteggiamento nei confronti della vita opposto a quelli più comuni: invece della spinta compulsiva al godimento, c’è un sentimento malinconico, attratto dagli effetti del tempo, dall’inesorabile senso della fine, dalla nostalgia.

Questa è la vocazione artistica di Jep: la sensibilità alla caducità dell’esistenza e a tutta la struggente nostalgia che scaturisce quando la si guarda dall’orlo del baratro. Jep non ha perso questa sensibilità. Lo dimostrano le sue camminate all’alba per Roma; gli sguardi assorti e intensi che riserva ai voli di storni nel cielo o ai bambini che giocano in un chiostro; le visite notturne clandestine ai tesori d’arte delle dimore principesche; il mare della sua giovinezza che vede sul soffitto della camera da letto.

Lo sguardo dell’artista – di Jep nei suoi momenti non mondani – è quello nostalgico che Raffaele La Capria, scrittore molto amato da Sorrentino, ha raccontato in ogni pagina del suo Ferito a morte: “Domani e poi domani quei giorni continueranno a splendere per conto loro, come se io fossi ancora qua o come quando morirò, ora o tra mille anni indifferenti e uguali, e per ogni domani separati da me, irrecuperabili come il suo sguardo”. Il romanzo di La Capria si sente, in filigrana, sotto la storia di Jep, napoletano trapiantato a Roma: il mare immaginato sul soffitto, il respiro delle onde, il gridio dei gabbiani; il tuffo per sfuggire il motoscafo e le ragazze sullo scoglio; il primo amore in riva al mare, acme simbolico della nostalgia, che apparirà nel finale del film. Ma il Jep di Sorrentino ha anche qualcosa del personaggio di Sasà, il leggendario dongiovanni “principe delle apparenze” e di “quelle famose serate che erano riuscite perché c’era lui, perché lui le aveva inventate addirittura”. Sono in un certo senso le due anime di Jep.

La sensibilità e la nostalgia rimane tuttavia inerte, infruttuosa in lui, che si lascia vivere in un mondo vuoto, pieno di persone vuote, sul filo della decadenza, benestanti e rassegnate. Egli sa tuttavia cosa si cela sotto il divertimento e il suo senso etimologico: il bisogno di sviare lo sguardo dall’inesorabile. Lo dice alla fine dell’episodio che a tutti rimane impresso per la spettacolare gogna riservata a Stefania, la scrittrice radical chic che vanta il suo impegno civile contro chi passa invece la vita “a fare lo snob”. La tirata di Jep è una vera esecuzione pubblica, un’impeccabile e impietosa asportazione della maschera in punta di bisturi, eseguita con splendida flemma partenopea (formidabile Servillo!). Ma dopo la tirata contro la falsa coscienza e il moralismo ipocrita di certa gauche-caviar, arriva anche l’esortazione alla pietas verso quella condizione comune di uomini e donne di una certa età, che cercano di non guardare alla realtà delle loro vite ormai destinate alla rinuncia dei sogni e al declino: «Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia, farci compagnia, prenderci un po’ in giro”.

Il tema della nostalgia torna anche nell’ingenua, sentimentale performance teatrale di Romano (Carlo Verdone) prima del suo addio a Roma e ai suoi sogni d’artista, e nella figura di Ramona (Sabrina Ferilli), che pur essendo una spogliarellista e quindi una “fessa” per eccellenza, ha qualcosa della casa dei vecchi. A suo modo, è anche lei un’artista invecchiata e disillusa, ma la sua arte è molto più effimera e la sua disillusione è molto più tragica: la malattia mortale che tiene nascosta le dona un alone malinconico. Jep è attratto dal suo semplice cinismo e dalla sua schiettezza da popolana. È Kitsch, come la tutina nude-look che sfoggia alla festa, ma non è vuota come la fauna di cui Jep è il re. È l’unica a inquietarsi per la sofferenza della ragazzina-prodigio costretta all’action painting e rimane incantata come una bambina di fronte alle antiche bellezze nascoste nelle magioni esclusive che il “mastro di chiavi” apre a loro.

Un’altra messinscena della nostalgia è il momento in cui la contessa Colonna, dopo la serata a pagamento in cui si è spacciata per un altra nobile, rientra a casa e, prima di ritirarsi nel suo modesto appartamento, sale nell’antico palazzo che la famiglia ha dovuto vendere, per rivedere la stanza e la culla in cui era stata bambina.

La nebulosa semantica della nostalgia riverbera dunque su diversi momenti del film. E coinvolge un altro tema ricorrente, intrecciato con la contrapposizione iniziale: il confronto tra arte classica e arte contemporanea.

 

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Il “circo barnum” dell’arte contemporanea. Come per le due sequenze iniziali, anche per questo tema c’è una lettura facile, da rebus facilitato, che contrappone la vera arte, eterna, canonica e indiscutibile, quella della Roma romana e barocca, del chiostro del Bramante o della Fornarina di Raffaello, all’arte contemporanea, velleitaria, narcisista e vuota, che è soltanto un bluff, un trucco.

L’episodio più esplicito e appariscente è quello della performer Talia Concept. Alcuni hanno intravisto una caricatura al vetriolo di Marina Abramovic. Ma mi sembra più giusto considerare la macchietta come un’idealizzazione di certi aspetti assai controversi dell’arte contemporanea: il narcisismo e il protagonismo dell’artista, l’opera come idea/evento provocatoria e spettacolare, il concettualismo cioè la preponderanza della cornice discorsiva che crea il valore su cui investono i “mercanti d’aura”.

E proprio a casa di un ricco “mercante d’aura” (Lillo Petrolo) è ambientato l’altro momento di satira contro l’arte contemporanea. La festa è una perfetta messa in scena della “barnumizzazione” che affliggere il sistema odierno dell’arte e il suo momento clou è quello della ragazzina-prodigio costretta ad eseguire controvoglia un’enorme opera espressionista astratta con un rabbioso action-painting. Per gli spettatori è lo spettacolo dell’apparizione del Genio, l’arte come eruzione dell’inconscio, possessione demoniaca tanto più spettacolare in quanto si manifesta in una bambina; la quale però assomiglia tristemente a un freak da circo, abilmente manipolato dai genitori “impresari”: altra immagine eloquente della barnumizzazione.

Subito dopo, in significativo contrasto, Jep accompagna Ramona nelle dimore esclusive dell’aristocrazia romana e lì, in quelle sale immerse nel buio, emergono, misteriosi e sacrali, i capolavori dell’arte antica, tra i quali la Fornarina di Raffaello (la misteriosa amante dell’artista che mostra il seno: una risonanza anticipata del finale del film?).

La contrapposizione è evidente: la forza simbolica dell’arte classica contro i trucchi dell’arte contemporanea. Gambardella – e Sorrentino con lui – sembra proprio incarnare la visione da laudator temporis acti, espressa dal commento lapidario di Dadina, la direttrice della rivista per cui Jep scrive: “Il vecchio è meglio del nuovo”.

Eppure l’unica opera di fronte a cui Jep si commuove è un’installazione contemporanea: sotto un grande porticato, l’artista Ron Sweet ha appeso le migliaia di foto che, prima suo padre, poi egli stesso ha scattato al suo viso giorno dopo giorno, per quarant’anni. Jep dapprima sorride, poi, passando in rassegna le foto, si commuove: quella maniacale collezione di momenti perduti per sempre è lo stillicidio della vita che defluisce goccia a goccia, l’immagine stessa dell’irrecuperabile, della nostalgia alla cui sensibilità Jep è destinato.

L’installazione ricorda l’opera di un vero artista, Roman Opalka, che per oltre quarant’anni, ha dipinto il nudo scorrere del tempo: tele piene di numeri, in una successione che è proseguita, tela dopo tela, fino alla morte, sbiadendosi sempre di più, come sbiadivano i suoi lineamenti nelle foto che dopo ogni sessione si scattava.

Gli autoritratti fotografici che commuovono Jep suggeriscono un’altra “rima”, con gli auto-scatti di Orietta, la bella, ricca e fatua milanese che passa il tempo a farsi foto e postarle su Facebook. Per non vederle, Jep si eclissa alla chetichella dal letto della donna, commentando che a sessantacinque anni non può più perdere tempo a fare cose che non gli va di fare. La “rima” mostra bene la differenza tra il lavoro su di sé dell’artista e il vuoto narcisismo tanto diffuso nella nostra società e nel mondo di Jep, come dimostra anche la figura del vanitoso cardinal Bellucci.

La nebulosa s’infittisce attorno al sacro. Nell’ultima parte il tema del sacro, che era rimasto latente, assume una posizione di primo piano, incarnandosi soprattutto nella figura di suor Maria, la “santa” che sembra quasi una parodia di Madre Teresa di Calcutta. La nebulosa di significati che si muove attorno a questo personaggio crea affascinanti ambiguità che finiranno per riverberarsi sul destino di Jep.

Per cominciare, la scena dell’“adorazione” di suor Maria, costruita come un’apoteosi della sacralità, finisce però con un dettaglio incongruo, da simbolo “epifanico”. Su una musica antica e solenne (Beata viscera di Perotinus, azzeccatissima, come al solito) i rappresentanti di tutte le religioni si inchinano a onorare la minuscola suora assisa su un trono, affaticata, sdentata e rinsecchita come una mummia vivente. Il primo piano ci mostra un viso immobile e ieratico; ma il dettaglio sui piedi rivela che non arrivano neanche a toccar terra e, dondolando, fanno cadere una delle ciabatte dozzinali che indossa. Il rumore è amplificato con un tonfo, che zittisce la musica e fa girare tutti i presenti, sbigottiti come di fronte a un evento quasi soprannaturale. Un segno che la pompa ufficiale del rito, la messinscena del sacro, è un trucco? Che la vera spiritualità è semplice e ingenua come una ciabatta che si sfila dal piede di una vecchia-bambina? Oppure soltanto un tocco ironico e una citazione cinefila da un altro, celeberrimo omaggio a Roma? Anche in Vacanze romane c’è una scarpa che si sfila, creando imbarazzo e apprensione, e incrinando la serietà del rito. Ma tutto è invertito di segno: sul trono c’è una giovane e bellissima Audrey Hepburn, la situazione è soltanto comica e la défaillance viene nascosta con un escamotage.

Il climax simbolico arriva però dopo la cena, quando Jep scopre che la “santa” ha dormito per terra a casa sua e la ritrova all’alba sulla splendida terrazza affacciata sul Colosseo, in compagnia di un branco di fenicotteri rosa: un’apparizione magica e surreale che ha suscitato commenti piuttosto acidi. La santa esordisce dicendo che conosce “il nome di battesimo di tuuutti quegli uccelli”, come direbbe una bambina. Magica e infantile. Comincia così il dialogo cruciale con Jep: “Perché non ha più scritto un libro?”. Jep risponde con la frase clou: “Cercavo la Grande Bellezza. Non l’ho trovata”. E la santa chiude il dialogo con un aforisma: “Le radici sono importanti”, e un gesto enigmatico: con un soffio e un sorriso sdentato, fa volar via i fenicotteri.

I fenicotteri rosa sono l’esempio forse più evidente di “epifania”. Il loro simbolismo è storicamente attestato, ma non credo che Sorrentino e lo sceneggiatore Umberto Contarelli abbiano pensato al senso esoterico dei fenicotteri. È piuttosto l’incongruità della loro apparizione e il rapporto intimo con la “santa” che ne fa un’epifania del sacro (comunicare con animali non domestici è da sempre, anche nella cultura cristiana, un segno soprannaturale). Può essere significativo confrontare l’apparizione dei fenicotteri con quella della giraffa: quest’ultima è un trucco dichiarato; i primi sono invece una specie di magia della santa (oltre che un criticatissimo trucco da post-produzione digitale). Riemerge così, ancora una volta, l’ambivalenza trucco-simbolo, che diventerà esplicita nel finale.

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La scala sacra e la scala profana. La sequenza finale è costruita con un montaggio parallelo che è un altro esempio lampante di uso delle “rime” nel senso citato sopra. In questo caso l’insieme delle rime delinea un chiasmo simbolico molto denso e “nebuloso”. Da un lato, suor Maria sulla scala santa: il corpo scheletrico, i movimenti lentissimi ed esitanti, l’espressione di fatica e di dolore sul viso cadaverico, una salita che sembra l’immagine di un’agonia. Dall’altra Jep che va verso l’isola e il faro del primo amore e si tuffa nel passato: un flashback ci mostra Elisa di fronte a Jep giovane, di notte, sotto la luce pulsante del faro, anche loro su una scalinata. Il film finisce sul primo piano di Jep vecchio, nella stessa posizione di quel suo alter ego giovanile, che chiude gli occhi e lascia parlare la sua voce interiore: “Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco”.

Sull’ultima frase Jep apre gli occhi e distende il sorriso. Il film si chiude così, con lo sguardo sorridente di Jep, seguito da un breve stacco su Elisa che si gira a guardare in macchina.

Dunque, il sorriso sofferente della santa ha uno sguardo rivolto al futuro, oltre la morte, all’Altrove riservato alle persone di fede. Quello di Jep è invece rivolto al passato, alla nostalgia di quel primo sprazzo di bellezza. Sacro e profano: una scala verso il futuro “altrove” dell’amor sacro; l’altra scala verso il passato nostalgico dell’amor profano. Tutto legato alla perfezione da una musica emozionante che esprime sia sacralità, che struggente tenerezza (The Lamb, di John Tavener, un’altra composizione vocale contemporanea a cappella, come il pezzo con cui inizia il film).

Tuttavia c’è un ulteriore livello di interpretazione, perché la nebulosa simbolica di sacro e profano avvolge anche, in maniera più sfumata e sottile, la dialettica tra simbolo e trucco. Il simbolo è considerato da sempre qualcosa che rimanda alla dimensione del trascendente. Trasformando il simbolo mistico-teologico in una strategia semiotica, lo si demistifica e lo si confina all’interno del mondo umano dei segni. Dietro al simbolo come procedimento poetico non c’è più un dio e un suo interprete autorizzato, ma un uomo, l’artista, che gioca col mondo dei segni, e che giocando esplora anche le profondità dell’inconscio. Tuttavia una secolare tradizione continua a farci sentire la forte affinità del simbolo col sacro, con qualcosa cioè di cui non è permesso ridere, come diceva Nietzsche. Tanto meno scherzare o fare trucchi.

Eppure tutto il finale de La grande bellezza sembra insistere proprio sullo stridente accostamento tra la profonda serietà del sacro e il sorriso del trucco. E quell’ultima frase di Jep è una vera dichiarazione di poetica, che dopo tanto serioso simbolismo, sigilla il film con un sorriso e un’apologia del trucco.

Il sorriso dell’illusionista, la trasformazione del nichilista. Una riconferma del nichilismo del personaggio, che dichiara illusoria la sua trasformazione? No. Il sorriso finale di Jep non è più quello scettico e ironico del dandy con cui ha fatto il suo esordio trionfale nel film. Il suo nichilismo si è come stemperato. Anche se finisce sempre con la morte, prima c’è stata la vita. Anche se la Grande Bellezza non esiste, ci restano i suoi frammenti, sui quali l’artista si china, ripulendoli dai sedimenti che li rendono invisibili. Ecco perché è un trucco, l’arte che permette di apprezzarli e farli rivivere.

Anche il trucco evoca una nebulosa semantica: l’immagine dell’artificio creato dall’illusionista si fonde con l’idea della vita come viaggio inesorabile tra illusione e disillusione. E quest’idea si riallaccia alla citazione dal Viaggio di Cèline in exergo al film: “Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario: ecco la sua forza, va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose: è tutto inventato”.

Non è perché ha finalmente trovato la Grande Bellezza che Jep decide di riprendere a scrivere, ma perché, in un certo senso, ha scoperto che l’errore non era nel sostantivo, ma nell’aggettivo: cercare la “grande” bellezza, può rendere ciechi agli “sparuti, incostanti sprazzi di bellezza” che si nascondono nella vita di tutti.

Per chi ha fede, la Grande Bellezza è Altrove. Per chi invece, come lui, non si occupa dell’Altrove, esistono solo i suoi rari sprazzi, spesso riconosciuti solo a posteriori: sono questi che l’artista deve sforzarsi di cogliere e serbare nel ricordo. Guardare la vita dalla stanza dei vecchi, significa dunque volgersi, con tutta l’attenzione e l’amore che deriva dalla più struggente nostalgia, a quegli sprazzi che brillano proprio perché sono perduti per sempre. E che sono, in fondo, le nostre “radici”.

Se per la “santa” le radici sono un passato che coincide col futuro – il ritorno nel grembo di Dio -, per Jep le radici sono invece soltanto il passato: lo sprazzo di bellezza ed emozione di quel primo amore giovanile in riva al mare, irrimediabilmente perduto e quindi saturo di nostalgia. (Come per il protagonista di Ferito a morte: “Domani e poi domani quei giorni continueranno a splendere per conto loro”, “irrecuperabili come il suo sguardo”). È questa la molla che lo spinge a riprendere a scrivere, quindi a proiettare/progettare qualcosa nel futuro. (“Ci rimane ancora qualcosa di bello da fare. È meraviglioso, il futuro!”, dice Jep in un altro momento del film, prefigurando una possibile relazione con Stefania).

Jep si riconcilia così col proprio daimon: ritrova l’energia della vocazione e decide di rimettere al lavoro la sua sensibilità d’artista. E lo fa anche se – o forse proprio perché – è consapevole che “è solo un trucco”. L’arte è solo un trucco per ingannare la morte. Ma un trucco che aiuta a vivere.

Adesso, il sorriso finale di Jep/Servillo/Sorrentino che guarda in macchina ci appare come il sorriso soddisfatto di un illusionista che guarda il suo pubblico dopo un trucco ben riuscito. Un trucco, come la giraffa apparsa all’improvviso, di notte, in un angolo delle terme di Caracalla, e scomparsa altrettanto all’improvviso come previsto dal prestigiatore. Un trucco, come i surreali fenicotteri che sostano all’alba sulla terrazza di Jep per far compagnia alla “santa”. Un trucco, come il romanzo che Jep si è deciso finalmente a scrivere. Un trucco, infine, come il film stesso, in funambolico equilibrio tra nebulose simboliche e trucchi barocchi.

L’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità”. Avrei voluto chiudere con questo splendido aforisma di Adorno. Mi sembrava esprimesse bene il senso della trasformazione di Jep e il senso della dichiarazione poetica con cui si chiude La grande bellezza. Ma guardando e riguardando il funambolo che sorride e s’inchina a raccogliere gli applausi ondeggiando pericolosamente sulla fune, alla fine mi è parso di vedere dei cavi di sicurezza, ai quali è ben assicurato. E così la magia è un po’ evaporata, assieme alle nebulose che ho mi sono impegnato a cartografare (la cartografia è qui).

Mi rimane il dubbio: la colpa è mia che, traducendo le epifanie, le ho uccise? O delle epifanie che erano solo dei rebus da decifrare? Se non assomigliasse troppo a una domanda di Marzullo, concluderei allora così: La grande bellezza è un simbolo che si dichiara trucco o un trucco che finge di essere simbolo?

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Il trucco e il simbolo. Ovvero, perché Sorrentino è tanto amato e tanto odiato?

Un turista giapponese muore fotografando il panorama di Roma dal Gianicolo, dove un coro a cappella femminile canta una strana musica. In una festa notturna una folla di personaggi da Cafonal di Dagospia balla al ritmo di “A far l’amore comincia tu” di Raffaella Carrà e festeggia il compleanno di uno scrittore sessancinquenne che si presenta dicendo che da giovane preferiva l’odore delle case dei vecchi alla “fessa”. Lo scrittore non scrive ma frequenta feste notturne, passeggia per Roma all’alba, guarda suore e bambini, incontra personaggi strani tra cui: una performer nuda che si lancia di testa contro un’acquedotto romano, una nana direttrice di rivista, un amico scrittore sfigato succube di un’attricetta antipaticissima, un ricco giovanotto che gira per casa nudo colorato di rosso, una spogliarellista quarantenne un po’ burina, Antonello Venditti, un cardinale esorcista che dispensa continuamente ricette di cucina, Fanny Ardant, un prestigiatore che fa sparire giraffe di notte alle terme di Caracalla e, alla fine, una suora ultracentenaria sdentata in odore di santità che lo scrittore si ritrova all’alba, assieme a un branco di fenicotteri rosa, sulla sua terrazza affacciata sul Colosseo. Lo scrittore-che-non scrive ha una breve relazione platonica con la spogliarellista alla quale fa visitare di notte le più esclusive dimore dell’aristocrazia romana. Lo scrittore sfigato torna al paese. Il giovanotto picchiatello si schianta di proposito con la macchina. La spogliarellista è malata terminale e muore. Dopo aver scoperto che anche la sua prima fidanzata è morta, lo scrittore ritorna al faro dove le ha dato il primo bacio, mentre la suora centenaria sale la scala santa. E lì, lo scrittore-che-non-scrive decide di riprendere a scrivere.

Questa è la trama de La grande bellezza, che ho sintetizzato secondo lo stile del “generatore automatico” di trame alla Sorrentino proposto dal sito satirico Libernazione: basta cliccare e appaiono sempre nuove mini-trame, tutte costruite su uno stesso pattern, con personaggi, situazioni e musiche diverse ma altrettanto improbabili: una parodia degli ultimi film del regista napoletano che sembrano esibire eccentricità apparentemente gratuite e nonsense, in bizzarri accostamenti.

L’invenzione goliardica è divertente, ma non inedita. Nel suo Diario Minimo (Bompiani, 1972), Umberto Eco proponeva, sulla scia della letteratura “potenziale” in voga in quegli anni (Quenau, Perec, Calvino), un “Do your movie yourself”, ossia un generatore di trame che funzionava esattamente come il generatore automatico di trame alla Sorrentino. In quel caso si applicava ai registi più discussi dei quel tempo, come Antonioni, Olmi o Godard. Ma il gioco funziona evidentemente con qualunque regista abbia delle tematiche tipiche e uno stile ben riconoscibile. Eco introduceva il suo divertissement con una prefazione “fantascientifica”, scritta in un futuro imprecisato in cui si ricorda il momento storico (il 1993!) che segnò la crisi del cinema travolto dalla tecnologia che metteva a disposizione di tutti dei “plot pattern” per fare dei film “nello stile di”, cioè dei soggetti multipli coi relativi pacchetti di combinazioni standardizzate, del tipo “Fatevi il vostro Antonioni da soli”. Oggi sappiamo che la crisi del cinema dipende da altri fattori, ma l’intuizione anticipava il fenomeno dello user-generated content esploso dopo la rivoluzione di Internet, col Web 2.0, Youtube e i social media.

L’intento di Eco era quello di “gettare un’ombra di diffidenza sulle cose troppo serie”. Tuttavia a volte gli scherzi possono anche gettare una luce inaspettata sulle cose serie.

L’idea del generatore automatico mette in evidenza un aspetto, forse il più bizzarro, dello stile di Sorrentino, soprattutto nei suoi ultimi film: il continuo spiazzamento dello spettatore con accostamenti di immagini, personaggi, situazioni “fuori posto” (o apparentemente tali). Ma accanto ad esso c’è un altro aspetto altrettanto evidente: una sorta di densità simbolica o metaforica spesso ambigua, allusiva, difficilmente interpretabile.

Lo stile iper-epifanico. Prendiamo La grande bellezza. Perché nella sequenza iniziale dedicata alle bellezze di Roma un turista orientale si accascia e muore mentre fa una foto? Non è un personaggio del film e non ha alcun rapporto coi personaggi del film; la sua morte non ha alcuna funzione narrativa. E ancora: perché la direttrice della rivista per cui lavora Jep è nana? Perché a un certo punto, nella notte, compare e scompare una giraffa? Cosa ci stanno a fare dei fenicotteri rosa sulla terrazza di Jep? Cosa significa il montaggio parallelo finale con la “santa” che sale la scala santa e Jep che ricorda il suo amore giovanile?

Questi sono solo gli esempi più appariscenti, ma ce ne sono altri, disseminati lungo tutto il film. Sono aspetti che polarizzano i commenti: per molti sono solo espedienti irritanti, trucchi per far colpo; per molti altri hanno invece profondi e affascinanti significati, più o meno nascosti.

In realtà, il trucco del “fuori posto” ha un’interessante spiegazione che ho scovato in un altro libro di Eco, di quelli seri e impegnativi (Semiotica e filosofia del linguaggio, Einaudi, 1984). Uno dei saggi contenuti nel libro (“Il modo simbolico”) analizza criticamente i vari usi del concetto di simbolo, e arriva a una definizione di procedimento poetico che sembra cadere a pennello proprio per Sorrentino: “Si tratta di presentare un evento, un oggetto, un fatto che, nel contesto in cui appare, si riveli in qualche modo fuori posto”; qualcosa che “in quel contesto, se si seguissero le sceneggiature normali, non dovrebbe avere il rilievo che ha” (corsivi miei. Qui “sceneggiature” si riferisce agli script della linguistica, ma funziona anche per quelli cinematografici).

Ed ecco la spiegazione semiotica: è proprio questa rottura delle aspettative (Eco fa riferimento alle “regole conversazionali” di Grice) che fa scattare l’ipotesi che ci sia sotto qualcosa. La strategia di porre un segno – ovvero, nel nostro caso, un ingrediente del film – “in un contesto che lo rende da un lato rilevante e dall’altro non pertinente” fa scattare nello spettatore la ricerca di un senso nascosto. Così quell’ingrediente diventa un’epifania – nel senso in cui la intendeva Joyce – ed evoca una “nebulosa di contenuti che non possono essere tradotti (la traduzione uccide l’epifania)”.

Lo scherzo del generatore automatico ci ha offerto così lo spunto per arrivare a un’utile definizione dello stile dell’ultimo Sorrentino: un cinema iper-epifanico, basato cioè su un intensivo sfruttamento del “modo simbolico”.

Analogie surrealiste. C’è un’altra analogia significativa suggerita dal generatore automatico di trame: quella col gioco surrealista dei “cadaveri squisiti”. Nella versione figurativa, un giocatore disegna una porzione di foglio, quindi la nasconde, lasciando solo pochi segni che il secondo giocatore continua a suo piacimento; e così via. Il gioco combinatorio incarna uno dei principi poetici del surrealismo, sintetizzato nel famoso verso di Lautreamont: “bello (…) come l’incontro fortuito su un tavolo operatorio di una macchina da cucire e un ombrello”.

In effetti la poetica surrealista è assimilabile alla strategia del modo simbolico, ma aggiunge ad essa un tratto distintivo: il tentativo di annullare l’intenzione soggettiva e di lasciar lavorare il caso e l’inconscio (in analogia col metodo delle “libere associazioni” inventate da Freud).

Breton, il padre del surrealismo, è uno degli autori che Sorrentino mette in bocca al protagonista de La grande bellezza. E Daniela Brogi, con grande finezza, ha messo in evidenza la chiave che lega la struttura del film con l’inizio di Nadja, il romanzo di Breton citato da Jep Gambardella: la ricerca del “Chi sono io?”.

Al di là di questo riferimento puntale, l’atmosfera surrealista è spesso evidente nei film di Sorrentino, come lo è in quelli di Fellini, che è notoriamente uno degli autori a cui il regista napoletano si ispira. Ma in Fellini emerge con forza la dimensione onirico-inconscia, in perfetta sintonia coi principi del surrealismo (“Non faccio un film per dibattere tesi o sostenere teorie. Faccio un film alla stessa maniera in cui vivo un sogno. Che è affascinante finché rimane misterioso e allusivo ma che rischia di diventare insipido quando viene spiegato”); mentre in Sorrentino sembra sempre presente un controllo molto consapevole del materiale e una scelta accurata degli ingredienti da usare simbolicamente.

La-grande-bellezza Servillo

Stilemi pubblicitari e post-barocchi. A questo stile iper-epifanico contribuiscono poi altri stilemi tipici di Sorrentino. In primo luogo la musica, che ha un ruolo di primo piano nei suoi film: le sue scelte musicali sono sempre insolite e raffinate, e si legano alle immagini con grande intensità. Non a caso: una musica in qualche modo “strana” è perfetta per esaltare la densità enigmatica di un’apparizione epifanica.

Ci sono poi i dialoghi, in cui abbondano frasi ad effetto che suonano come aforismi. Anche l’aforisma, col suo tono poetico-oracolare, si presta bene a un “uso simbolico”.

Infine, evidentissimo, il gusto barocco per l’effetto che stupisce e crea meraviglia, particolarmente evidente nella scelta delle inquadrature, nei movimenti di macchina e nell’attenzione estrema alla qualità delle immagini, della composizione, dei colori e delle luci.

Questi stilemi non sono tuttavia così distintivi. Sono anzi ricorrenti nella produzione video forse più diffusa della nostra attuale semiosfera: gli spot pubblicitari, nei quali scelte musicali ad effetto, aforismi e barocchismi abbondano. Certo, nella pubblicità le nebulose semantiche diventano spesso metafore fin troppo scoperte, perché sono espedienti per suscitare certe emozioni negli spettatori “bersaglio”.

Questo non è per forza un titolo di discredito: è naturale che tra i vari settori della videosfera ci sia una continua osmosi, un’influenza reciproca, che alimenta ed è alimentata dall’enorme serbatoio dell’immaginario collettivo contemporaneo. Tuttavia la vicinanza stilistica tra il mondo della pubblicità e gli ultimi film di Sorrentino è significatica per il nostro argomento, perché rende più facile vedere in essi una continua oscillazione tra modo simbolico, da una parte, e rebus facilitati per compiacere le capacità interpretative dello spettatore, dall’altra. Il che contribuisce, come vedremo tra poco, alla drastica contrapposizione dei giudizi.

Prima però è opportuno approfondire un po’ il riferimento al barocco. Uno dei teorici seicenteschi che hanno messo in luce le caratteristiche di quello che sarebbe stato chiamato “barocco” è il gesuita spagnolo Baltasar Gracian. Nel suo trattato di retorica, pubblicato verso la metà del Seicento col titolo Agudeza y Arte de ingenio, Gracian pone le basi di un nuovo senso del bello che sarebbe arrivato fino a noi. In esso è cruciale il concetto di “acutezza”, cioè l’atto dell’intelligenza che intuisce e coglie i rapporti, le analogie e le differenze esistenti fra gli oggetti e le esprime con concetti, che saranno tanto più pregevoli quanto più faranno uso di audaci artifici. In questo modo, come spiega Remo Bodei, “il concetto – reso denso e profondo grazie a “misteriose connessioni”, dissimilato attraverso sparse allusioni, alterato da artifici retorici che hanno il compito di eliminarne la semplicità – può piacere solo a colti estimatori che si sono liberati da ogni volgarità” (Le forme del bello, Laterza, 1995).

Questa esaltazione teorica del barocco coincide con l’atto di nascita dell’aristocrazia del “buon gusto” e ha il sigillo dell’artificio. Ovvero del trucco. Ancora una volta, accanto al simbolo, ritroviamo il trucco. Non solo, troviamo anche l’idea che il bello, per distanziarsi dai gusti più facili e volgari, debba implicare qualcosa di nascosto, misterioso e difficile. Il che ci riporta alle “nebulose di significati” evocate dalle epifanie simboliche. E anche all’arte contemporanea. Infatti, secondo Bodei, l’esoterismo estetico che parte da Gracian è l’inizio del movimento che porterà alla progressiva “complicazione” del bello nelle arti del Novecento; e che dalle avanguardie arriva fino ai “trucchi” dell’arte contemporanea su cui infierisce Jep/Sorrentino in La grande bellezza. Dal trucco al simbolo e viceversa: un’altra prova dell’ambivalenza della coppia concettuale simbolo-trucco.

Perché Sorrentino è tanto amato quanto odiato. Questa ambivalenza permette di spiegare perché i critici malevoli di Sorrentino hanno gioco facile nel vedere, nel suo stile iper-epifanico, un artificio retorico per costruire un alone di mistero, profondità e poesia dove non ci sarebbe che ostentazione di “artisticità”, seriosità, pensosità. E spiega perché i commentatori entusiasti si fanno invece prendere dall’orgasmo interpretativo scatenato dalle nebulose simboliche. È come se La grande bellezza e Youth fossero quelle figure ambigue (la giovane/vecchia o il papero/coniglio) che si possono vedere solo in un modo o nell’altro. È questo loro stare su un crinale dal quale si può scivolare altrettanto facilmente sul trucco o sul simbolo che rende questi film così facili a odi o amori tanto virulenti.

È legittimo pensare che sia le metafore logore che le inedite nebulose di significati siano in primo luogo nello sguardo dello spettatore: chi vede un mucchio di banalità non può considerarle prove per condannare il film come banale; all’inverso, chi vede un concentrato di profondità non può decretare ipso facto il capolavoro. I “pro” possono accusare i “contro” di superficialità; i “contro” possono accusare i “pro” di sovra-interpretazione, dato che, in teoria, la lettura simbolica può trovare connessioni e interpretazioni ad libitum e trasformare qualunque metafora in una nebulosa di significati esoterici. Tuttavia, come ricorda Eco, benché il simbolo rimanga “aperto, continuamente reinterpretabile”, non è arbitrario e incontrollabile, “perché il contesto controlla la proliferazione dei significati”.

Allora, quello che si può fare è mettere in relazioni le epifanie del film e vedere se dalla combinazione delle loro nebulose emerge un disegno con una sua coerenza, un senso apprezzabile e condivisibile (cioè valido non soltanto per l’interpretante).

Se è vero che tradurre le epifanie significa ucciderle, solo guardandole con attenzione si può apprezzare la ricchezza cangiante delle nebulose che esse evocano. Oppure scoprire i trucchi che le simulano.

Il daimon di Sorrentino

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Youth non è un film sulla vecchiaia. La frase chiave per capire di cosa parli veramente l’ultimo film di Sorrentino (forse anche al di là delle intenzioni dell’autore) sta nel suo penultimo. Nella Grande Bellezza Jep Gambardella si presenta con una battuta di grande effetto, raccontando che da giovane quello che gli piaceva di più della vita non era “la fessa”, come dicevano tutti i suoi coetanei, ma “l’odore delle case dei vecchi”. Era il segno della sua vocazione alla sensibilità, e perciò all’arte: “Ero destinato a diventare uno scrittore”.

In Youth, l’odore delle case dei vecchi non c’è. Ad esser maliziosi si potrebbe aggiungere che c’è invece una “fessa” cosmica. Ma l’apparizione di Miss Universo, nuda, nella piscina termale, davanti agli occhi increduli dei due vecchi, più che l’apoteosi della “fessa” è l’incarnazione di un dio; o meglio di un “demone”, che, come vedremo, è il vero nucleo tematico attorno a cui ruota il film.

Torniamo dunque all’odore dei vecchi. Se in Youth non c’è, non è soltanto perché i suoi attempati protagonisti sono in buona salute, ricchi e famosi, ospiti di un lussuosissimo grand hotel per cure termali sulle alpi svizzere (quello citato da Thomas Mann nella Montagna incantata). Non è soltanto perché, per farne un film sulla realtà della vecchiaia, non bastano gli scambi di battute su problemi di minzione tra i due protagonisti, o i primissimi piani su ragnatele di rughe (memorabili quelli di Jane Fonda, col trucco pesante che mette ancora più in risalto l’impietoso passare del tempo anche su una diva famosa per la sua inossidabilità). Non è soltanto perché la vita vera, grigia e prosaicamente penosa, del popolo di vecchi che stiamo sempre più diventando, è del tutto assente. Ma è soprattutto perché la vecchiaia, in questo film, è in primo luogo una metafora. E guardandola con gli occhi di Jep Gambardella, possiamo vedere di cosa è metafora: della vocazione artistica; o meglio, di un certo momento della vita dell’artista, il momento in cui entra in crisi la sua vocazione.

Vecchiaia come crisi della vocazione. A mio avviso, anche Youth, come La grande bellezza, è un film sulla crisi della vocazione artistica: sul rapporto conflittuale dell’artista col suo daimon, come lo chiama Hillman (Il codice dell’anima) sulla scia di Platone. Ed entrambi sono film apparentemente senza antagonista, senza cattivo. Perchè il cattivo è il più grande e invisibile dei cattivi: la morte.

Ogni artista ha in fondo un’ambizione, più o meno nascosta: sconfiggere il tempo e la morte. E ogni artista si trova, a un certo punto della vita, a dover fare i conti con quanto è riuscito a fare e con quanto può continuare a fare contro un nemico che, in fondo, può solo fingere di sconfiggere. A quel punto deve decidere se abbandonare la partita e girarsi indietro o continuare comunque, fino all’ultimo respiro, guardando avanti.

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Michael Caine interpreta Fred Ballinger

Ogni artista arriva dunque prima o poi al punto in cui deve decidere se mettere a tacere il proprio daimon e la sua propensione a incasinare la vita. Jep Gambardella l’aveva fatto molto precocemente, barattando il suo talento col successo mondano. Fred Ballinger, il protagonista di Youth interpretato da Michael Caine, ha invece una lunga carriera di successi alle spalle: è un ex-compositore e direttore d’orchestra che ha sfruttato pienamente il suo talento e ha assecondato il suo daimon anche a costo – come scopriremo – di sacrificare la famiglia. Forse per questo ora ha deciso di metterlo a tacere per sempre, di attaccarlo al chiodo, richiudendo il vaso di Pandora di emozioni che quello spirito scatena sempre. Il suo è lo sguardo ironico e apatico di un auto-esiliato dalla vita. “Le emozioni sono sopravvalutate”, dice.

A fargli da contrasto speculare è il vecchio amico Mick Boyle, il deuteragonista interpretato da Harvey Keitel, regista di lungo corso ma ancora in carriera: appassionato, vitale, pieno di ingenuo entusiasmo per il nuovo film che sta scrivendo attorniato da giovani sceneggiatori. In lui il daimon domina, aitante come un adolescente, nonostante i problemi di prostata del suo portatore umano.

Ed è proprio il regista che, durante un’escursione a un rifugio alpino, spiega la differenza dei loro sguardi sulla vita, con una metafora un po’ didascalica ma efficace: lo sguardo della giovinezza è un cannocchiale puntato sulla vetta del futuro e la vede vicina, a portata di speranza; lo sguardo della vecchiaia è un cannocchiale rovesciato che vede invece tutto lontanissimo, perché è rivolto al passato, a una cima già raggiunta che si allontana inesorabilmente (prigioniero del passato, non riesce a guardare al futuro).

Harvey Keitel interpreta Mick Boyle (foto di Gianni Fiorito)

Considerare vecchiaia e giovinezza come una questione di sguardi non è certo una scoperta: è risaputo che lo spirito, l’atteggiamento psicologico, è il più efficace antidoto contro gli effetti dell’anagrafe. Ma il film di Sorrentino parla della vita d’artista; e la differenza di sguardo dei due personaggi principali dipende innanzitutto dal loro rapporto col proprio demone interiore.

Già all’inizio del film Sorrentino ci mostra un indizio molto significativo della presenza soffocata del daimon nel vecchio direttore: ha appena rifiutato un ingaggio prestigiosissimo dicendo di aver completamente chiuso con la musica, ma la cinepresa spia la sua mano scoprendo che, quasi sovrappensiero, sta sfregando ritmicamente una carta di caramella come fosse uno strumento. Una dimostrazione molto più esplicita e barocca è in una scena successiva, quella del concerto per muggiti, campanacci, cinguettii e fruscii di bosco che Fred dirige, divertito, in totale solitudine. È uno dei momenti “magici” del film, ma è uno sfogo rigorosamente privato, tutto immaginario, non una performance artistica; che l’apatico direttore continua a negare, perfino di fronte alle richieste pressanti di sua maestà la regina d’Inghilterra.

Chi davvero sembra aver definitivamente appeso al chiodo il talento che l’aveva portato sulla vetta del mondo è invece Maradona (mai citato per nome, ma interpretato da un sosia che ha la faccia e la stazza del Maradona più sfatto). La sua è una presenza surreale e un po’ inquietante, come un animale esotico nel contesto aristocratico del grand hotel elvetico: deformato dall’obesità, con l’enorme faccione di Marx tatuato sulla schiena, mostra una dimensione diversa della decadenza dell’artista, drastica e inevitabile quando il talento è legato al fisico. Eppure, anche in quel corpo disfatto dall’adipe e dagli stravizi, il demone riemerge per un istante: l’iperbolico palleggio con una pallina da tennis è un altro dei momenti magici del film (omaggio del regista al suo idolo calcistico).

Un terzo momento “magico” è la levitazione del monaco buddista, che, sconfessando il dichiarato scetticismo di Fred, simboleggia la forza della convinzione interiore (notevole il contrasto tra il drammatico crescendo rock e il lento movimento che scopre la forza silenziosa della meditazione: una delle tante invenzioni video-musicali di Sorrentino).

Youth---La-Giovinezza

Rachel Weisz interpreta Lena Ballinger

L’epifania del daimon erotico. Ogni storia racconta una trasformazione che passa attraverso un momento drammatico e doloroso. Nel caso di Fred e di Mick c’è una doppia trasformazione speculare, come un chiasmo. Per entrambi a scatenarla è l’incontro con una donna: per Fred è la figlia, che riapre il vaso di Pandora delle emozioni; per Mick è la diva su cui aveva puntato tutto, che lo mette di fronte al prosaico cinismo della realtà.

La rottura degli equilibri comincia quando, di punto in bianco, Lena, figlia e assistente di Fred, viene piantata dal marito. Il padre cerca di confortarla e lei si sfoga: distesa sul lettino della fangoterapia, in un lungo primissimo piano (bella prova d’attrice di Rachel Weisz), Lena gli rinfaccia, con un rancore a lungo represso, la crudele indifferenza per la moglie, continuamente tradita, e la dedizione esclusiva ed egocentrica alla musica, a cui ha sacrificato anche l’affetto della figlia. È il lato tragico del daimon, divorante ed esclusivo. Lena scoprirà poi che dietro il rifiuto del padre di riprendere la bacchetta e dirigere la sua più famosa composizione, Simple Song, c’è in realtà proprio il ricordo della moglie cantante lirica, per la quale aveva composto il pezzo. Facendo riemergere quella ferita nascosta, la figlia incrina la corazza di apatia del padre, dando avvio alla sua trasformazione.

Per Mick accade l’opposto: la grande attrice e amica, Brenda Morel (Jane Fonda), che egli aveva contribuito a lanciare, ora lo tradisce, rifiutando la parte e togliendo così ogni chance alla realizzazione del film. E quel che è peggio, lo mette di fronte alla sua vecchiaia e al suo patetico, inutile tentativo di rinverdire gli antichi fasti, con una brutalità che non lascia scampo al demone interiore: “Questa stronzata del cinema finisce, la vita va avanti!” Per Mick però la vita ha senso solo se ravvivata dalle emozioni e dall’entusiasmo dell’arte.

Tu hai detto che le emozioni sono sopravvalutate”, dice amareggiato a Fred dopo il colloquio con Brenda. “Ma è una vera stronzata. Le emozioni sono tutto quello che abbiamo”. Poi esce sul balcone e si butta di sotto. Senza il binocolo della giovinezza, non ha senso vivere.

È la scossa decisiva per Fred Ballinger. Seguono due colpi di scena che sono veri e propri “colpi di vita” per il vecchio direttore, finalmente deciso a riaprirsi ai rischiosi doni del daimon. Per non spoilerare più di quanto abbia già fatto finora, mi limito a notare che il primo colpo di scena riguarda la moglie; il secondo riguarda l’arte, o meglio il momento magico in cui amore e creatività si fondono, e il demone ossessivo e geloso del talento prende le sembianze divine di Eros.

Il finale mostra esattamente questo, con un’intensità emotiva che rivela la magistrale costruzione retorica di tutto il film. Siamo abituati a pensare la musica da film come una tavolozza di colori che dà spessore emotivo alle immagini e ai momenti salienti della narrazione. Il finale di Youth funziona, in un certo senso, nel modo opposto: è tutto il percorso del film – il racconto della trasformazione del protagonista, la scoperta dell’antica forza del suo daimon e dei suoi dolorosi segreti (culminanti in quell’immagine straziante della moglie alla finestra) – che ora colora di emozione quella musica. Una musica che entra da protagonista nella diegesi (è eseguita in scena, su un fondo bianco, in piena luce, coi colori accesi di una sacra rappresentazione barocca). E si mostra in tutta la sua semplice, sensuale, impudica sentimentalità: musica nata dal cuore, che parla direttamente al cuore.

Il film finisce con l’ultima nota di questa epifania del daimon erotico. Ma prima di andare a nero in un intensissimo silenzio, più musicale di qualunque tema “da finale”, c’è uno stacco veloce, quasi subliminale su un’immagine estranea alla musica dal vivo, come un armonico dissonante che riverbera per un istante dopo la cadenza finale: è un primo piano dell’amico suicida, il vecchio-giovane regista che guarda sorridendo al futuro con la mano a cannocchiale.

Youth - giovinezza Sorrentino

Paolo Sorrentino sul set di Youth

Arte come massaggio. È comprensibile che questo Sorrentino possa sembrare stucchevole e ruffiano ai palati cinefili più raffinati. L’aspetto più appariscente del suo stile negli ultimi film è un’insistita e ostentata ricerca estetica e metaforica. Come il suo Jep Gambardella che si vanta della propria vocazione alla sensibilità artistica, anche Sorrentino sembra voler far sfoggio del suo stile: una narrazione audiovisiva retoricamente lussuosa, meravigliosamente barocca, continuamente alla ricerca dello stupore e del piccolo colpo di scena. «È del poeta il fin la meraviglia», diceva Giovan Battista Marino, sintetizzando in un verso la poetica del barocco.

In effetti ogni immagine e ogni suono di questo film esibisce la sua “artisticità”, la continua ricerca della qualità pittorica e dell’impatto. E la retorica, si sa, è un’arma a doppio taglio: per catturare lo spettatore, rischia di far suonare estetizzante e falso il materiale a cui si applica. In questo, Sorrentino, sembra avviato sullo stesso, rischioso crinale in cui si avventura da sempre Baricco.

Eppure, nonostante sfoggio, retorica, estetismo, autocompiacimento, didascalismo (e così via), la visione di Youth è davvero un’esperienza intensa ed emozionante: una continua sorpresa e una specie di sottilissima suspense, come se ogni scena fosse sul punto di rivelare qualcosa. Più che una narrazione è una successione di momenti epifanici, costruiti e ordinati come i pezzi di una suite musicale.

Un altro aspetto controverso dello stile dell’ultimo Sorrentino è il provocatorio mescolamento di alto e basso, evidentissimo nella Grande Bellezza, che è costruito proprio su questa giustapposizione stridente.

In Youth, oltre al mescolamento, c’è però anche una presa di posizione esplicita, quasi una dichiarazione di poetica a favore di un’arte più empatica e positiva.

Un’anticipazione era già apparsa nella Grande Bellezza, quando si dice che nell’unico, grande romanzo di Jep Gambardella si sente l’animo di un uomo innamorato. Proprio come nel Simple song di Fred Ballinger. Ma quando, alla fine, Jep decide di riprendere in mano la penna, non abbandona il suo sguardo disilluso da ironico postmoderno: in fondo l’arte “è solo un trucco”. Forse anche per Fred l’arte è solo un trucco, ma è ciò che ci rende vivi, soprattutto quando parla col cuore e le emozioni, come il più ingenuo romanzo sentimentale.

Lo dice bene il giovane, famoso attore hollydiano interpretato da Paul Dano, che sembra qui dar voce allo stesso autore: “Io non voglio raccontare l’orrore, voglio raccontare il desiderio: è quello, che ci rende vivi”. Anche in questo personaggio secondario c’è una trasformazione significativa. All’inizio è un apocalittico snob, che rifiuta il suo ruolo più famoso e commerciale per affrontare il ruolo più negativo in assoluto (il colpo di scena della sua apparizione tra gli ospiti dell’hotel, nei panni del più famigerato degli cattivi, è un’iperbole talmente esibita da diventare comica). Ma alla fine, come confessa nella citazione precedente, si converte a un’idea di arte più ottimista e tollerante verso le ragioni del cuore (“Gli intellettuali non hanno gusto”, dice Fred citando Stravinsky).

È lo stesso messaggio che Sorrentino mette nelle mani (letteralmente) di un altro personaggio secondario e sfuggente: la giovane massaggiatrice, che non sa mai cosa dire ma capisce tutto toccando la gente; e si meraviglia che la gente non si tocchi di più. “Forse perchè il contatto dà piacere”, dice Fred. “Motivo di più”, risponde la ragazza. Semplice e sensuale, come i suoi movimenti di danza davanti al televisore. Come il Simple song del finale, con tutta la sua estroversa ricerca del contatto.

Kafka diceva che “un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”. Sorrentino con questo film, sembra voler proporre un film come massaggio, come contatto emotivo con lo spettatore: un’arte come masso-psico-terapia per ritrovare il nostro daimon.

Il daimon, in fondo, è quello che dovrebbe farci abbracciare la vita con lo spirito della giovinezza. A qualunque età: vita d’artista come elisir d’eterna giovinezza. Facile e un po’ troppo consolatorio, probabilmente. Ma anche un po’ vero. E raccontato con un bel po’ di fascino.